DE RERUM NATURA Di Lucrezio (libro/liber 1,2,3,4,5,6) traduzione integrale

DE RERUM NATURA Di Lucrezio (libro/liber 1,2,3,4,5,6) traduzione integrale

LIBRO 1


Prima agli egri mortali Atene, un tempo
Sovr’ogni altra città chiara e famosa,
Gli almi parti fruttiferi e le sante
Leggi distribuì; pria della vita
5Dimostronne i disagi e dienne i dolci
Sollazzi; allor che di tal mente un uomo
Crear poteo che già diffuse e sparse
Fuor di sua bocca veritiera il tutto;
Di cui, quantunqu’estinto, omai l’antico
10Grido per le divine invenzïoni
Della fama sull’ali al ciel se n’ vola.
Poichè: allor ch’ei conobbe a noi mortali
Esser quasi oggi mai pronto e parato
Tutto ciò che n’è d’uopo ad un sicuro
15Vivere e per cui già lieta e felice
Può menarsi la vita, esser potenti
Di ricchezze e d’onor colmi e di lode
Gli uomini e i figli lor per fama illustri,
E pur sempre aver tutti ingombro il petto
20D’ansie cure e mordaci e vil mancipio
Di nocive querele esser d’ognuno
L’animo; ei ben s’accorse ivi il difetto
Nascer dal vaso stesso, e tutti i beni
Che vi giungon di fuori ad uno ad uno
25Dentro per colpa sua contaminarsi;
Parte, perchè sì largo e sì forato
Vedeal, che per empirlo al vento sparsa
Fôra ogn’industria ogni fatica ogni arte;
Parte, perchè infettar quasi il mirava
30D’un malvagio sapor tutte le cose
Ch’in lui capían. Quindi purgonne il petto
Con veridici detti, e termin pose
Al timore al desío: quindi insegnonne
Qual fosse il sommo bene ove ciascuno
35Di giunger brama, e n’additò la via
Onde per dritto calle ognun potesse
Corrervi, e quanto abbia di male in tutte
L’umane cose altrui fe noto, e come
Manchin naturalmente e ’n varie guise
40Volino, o ciò sia caso o di natura
Occulta vïolenza, e per quai porte
Debba incontrarsi; e al fin provò che l’uomo
Spesso in van dentro al petto agita e volge
Di noiosi pensier flutti dolenti.
45Poichè, siccome i fanciulletti al buio
Temon fantasmi insussistenti e larve,
Sì noi tal volta paventiamo al sole
Cose che nulla più son da temersi
Di quelle che future i fanciulletti
50Soglion fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì vano terror sì cieche tenebre
Schiarir bisogna e via cacciar dall’animo,
Non co’ bei rai del sol, non già co’ lucidi
Dardi del giorno a saettar poc’abili
55Fuor che l’ombre notturne e i sogni pallidi,
Ma col mirar della natura e intendere
L’occulte cause e la velata imagine.
Ond’io vie più ne’ versi miei veridici
Seguo la tela incominciata a tesserti.
60E; perch’io t’insegnai che i templi eccelsi
Del mondo son mortali, e che formato
È ’l ciel di natio corpo, e ciò ch’in esso
Nasce e mestier fa che vi nasca al fine
Per lo più si dissolve; or quel ch’a dirti
65Mi resta, o Memmo, attentamente ascolta;
Poich’al salir sul nobil carro a un tratto
Incitar mi poteo l’alta speranza
Di famosa vittoria, e ciò che ’l corso
Pria tentò d’impedirmi ora è converso
70In propizio favor. Già tutte l’altre
Cose che ’n terra e ’n ciel vede crearsi
L’uomo, allor che sovente incerto pende
Con pauroso cor, gli animi nostri
Col timor degli dèi vili e codardi
75Rendonli e sotto i piè calcanli a terra;
Posciachè a dar l’impero agl’immortali
Numi ed a por nelle lor mani il tutto
Sol ne sforza del ver l’alta ignoranza;
Chè, veder non potendo il volgo ignaro
80Le cause in modo alcun d’opre sì fatte,
Le ascrive a’ sommi dèi. Poichè; quantunque
Già sappia alcun, ch’imperturbabil sempre
E tranquilla e sicura i santi numi
Menan l’etade in ciel; se non di meno
85Meraviglia e stupor l’animo intanto
Gl’ingombra, onde ciò sia che possan tutte
Generarsi le cose e specialmente
Quelle che sovra ’l capo altri vagheggia
Ne’ gran campi dell’etra; ei nell’antiche
90Religïon cade di nuovo, e piglia
Per sè stesso a sè stesso aspri tiranni
Che ’l miser crede onnipotenti; ignaro
Di ciò che possa e che non possa al mondo
Prodursi, e come finalmente il tutto
95Ha poter limitato e termin certo;
Ond’errante vie più dal ver si scosta.
Che se tu dalla mente omai non cacci
Un sì folle pensiero e no ’l rispingi
Lungi da te, de’ sommi dèi credendo
100Tai cose indegne ed alïene affatto
Dall’eterna lor pace; ah! che de’ santi
Numi la maestà limata e rósa
Da te medesmo a te medesmo innanzi
Farassi ogn’or; non perchè possa il sommo
105Lor vigore oltraggiarsi, ond’infiammati
Di sdegno abbian desio d’aspre vendette;
Ma sol perchè tu stesso a te proposto
Avrai ch’essi pacifici e quïeti
Volgan d’ire crudeli orridi flutti;
110Nè con placido cor visiterai
I templi degli dèi, nè con tranquilla
Pace d’alma potrai de’ santi corpi
L’immagini adorar ch’in varie guise
Son messi all’uom delle divine forme.
115Quindi lice imparar quanto angosciosa
Vita omai ne consegua. Ond’io, che nulla
Più desio che scacciar da’ petti umani
Ogni noia ogni affanno ogni cordoglio,
Ben che molto abbia detto, ei pur mi resta
120Molto da dir, che di politi versi
D’uopo è ch’io fregi. Or fa mestiero, o Memmo,
Ch’io di ciò che negli alti aerei campi
E ’n ciel si crea l’incognite cagioni
Ti sveli, e le tempeste e i chiari fulmini
125Canti e gli effetti loro e da qual impeto
Spinti corran per l’aria: acciò che folle
Tu, le parti del ciel fra lor divise,
Di paura non tremi, onde il volante
Foco a noi giunga o s’ei quindi si volga
130A destra et a sinistra, et in qual modo
Penetri dentro a’ chiusi luoghi, e come
Quindi ancor trïonfante egli se n’esca:
Chè, veder non potendo il volgo ignaro
Le cause in modo alcun d’opre sì fatte,
135Le ascrive a’ sommi dèi. Tu, mentre io corro
Quella via che mi resta alla suprema
Chiara e candida meta a me prescritta,
Saggia musa Calliope, almo riposo
Degli uomini e piacer degl’immortali
140Numi del cielo, or me l’addita e mostra;
Tu che sola puoi far con la tua fida
Scorta, ch’io di bel lauro in riva all’Arno
Colga l’amate fronde e d’esse omai
Glorïosa ghirlanda al crin m’intessa.
145Pria: del ceruleo ciel scuotonsi i campi
Dal tuon, perchè l’eccelse eteree nubi
S’urtan cacciate da contrari venti:
Con ciò sia che ’l rimbombo unqua non viene
Dalla parte serena; anzi, dovunque
150Son le nubi più folte, indi sovente
Con murmure maggior nasce il suo fremito.
In oltre: nè sì dure nè sì dense
Com’i sassi e le travi esser mai ponno
Le nubi, nè sì molli nè sì rare
155Come le nebbie mattutine o i fumi
Volanti; poi che o dal gran pondo a terra
Spinte cader dovrian, qual cade a punto
Ogni trave ogni sasso, o dileguarsi
Come ’l fumo e la nebbia e ’n sè raccôrre
160Non potrian fredde nevi e dure grandini.
Scorre il tuono eziandio sulle diffuse
Onde aeree del mondo, in quella guisa
Che la vela tal or tesa negli ampli
Teatri strepitar suole agitata
165Fra l’antenne e le travi e spesso in mezzo
Squarciata dal soffiar d’euro protervo
Freme e de’ fogli il fragil suono imita:
Chè tuoni esserci ancor di questa sorta
Ben conoscer si puote, allor che ’l vento
170Sbatte o i fogli volanti o le sospese
Vesti. Poichè tal volta anco succede
Che non tanto fra lor testa per testa
Possano urtarsi le contrarie nubi,
Quanto scorrer di fianco e con avverso
175Moto rader del corpo il lungo tratto;
Onde poscia il lor tuono arido terga
L’orecchie e molto duri, in fin ch’ei possa
Uscir da’ luoghi angusti e dissiparsi.
Spesso parne eziandio che in simil guisa
180Scosso da grave tuon tremi e vacilli
Il tutto e che del mondo ampio repente
Sradicate l’altissime muraglie
Volin pel vano immenso, allor ch’accolta
Di vento irato impetuosa e fiera
185Improvvisa procella entro alle nubi
Penetra e vi si chiude, e con ritorto
Turbo, che più e più ruota ed avvolge
D’ogni parte la nube, intorno gonfia
La sua densa materia, indi l’estrema
190Sua forza e ’l vïolento impeto acerbo
Squarciando il cavo sen la vibra, ed ella
Scoppia e scorre per l’aria in suon tremendo.
Nè mirabile è ciò; poichè sovente
Picciola vescichetta in simil guisa
195Suole in aria produr, piena di spirto,
D’improvviso squarciata, alto rimbombo.
Evvi ancor la ragione onde i robusti
Venti facciano il tuon, mentre scorrendo
Se ne van tra le nubi. Elle sovente
200Volan ramose in varie guise ed aspre
Per lo vano dell’aria: or, nella stessa
Guisa che, allor che ’l vïolento fiato
Di coro i folti boschi agita e sferza,
Fischian le scosse fronde e d’ogn’intorno
205Tronchi orrendo fragor spargono i rami,
Tal del vento gagliardo anco alle volte
L’incitato vigor spezza e ’n più parti
Col retto impeto suo squarcia le nubi:
Poichè, qual forza ei v’abbia, aperto il mostra
210Qui per sè stesso in terra, ove più dolce
Spira e pur non per tanto in fin dall’ime
Barbe i robusti cerri abbatte e schianta
Son per le nubi ancor flutti, che fanno
Gravemente frangendo un quasi roco
215Murmure, qual sovente anco negli alti
Fiumi e nell’alto mar che vada o torni
Soglion l’onde produr rotte e spumanti.
Esser puote eziandio, che, se vibrato
D’una nube in un’altra il fulmin piomba,
220Questa, se con molt’acqua il fuoco beve,
Tosto con alte grida il mondo assordi;
Qual, se tal or dalla fucina ardente
Sommerso in fretta è l’infocato acciaio
Nella gelida pila, entro vi stride.
225Chè se un’arida nube in sè riceve
La fiamma, in un momento accesa ed arsa
Con smisurato suon folgora intorno;
Qual se pe’ monti d’apollinei allori
Criniti il foco scorra e con grand’impeto
230Gli arda cacciato dal soffiar de’ venti;
Chè nulla è ch’abbruciando in sì tremendo
Suon tra le fiamme strepitando scoppi
Quanto i delfici lauri a Febo sacri.
Al fin: d’acerba grandine e di gelo
235Un fragor vïolento un precipizio
Spesso nell’alte nubi alto rimbomba;
Che, allor che ’l vento gli condensa e gli empie,
Frangonsi in luogo angusto eccelsi monti
Di grandinosi nembi in gelo accolti.
240Folgora similmente, allor che scossi
Vengon dagli urti dell’avverse nubi
Molti semi di foco; in quella guisa
Che, se pietra è da pietra o da temprato
Acciar percossa, un chiaro lume intorno
245Sparge e vive di fuoco auree scintille.
Ma, pria ch’a’ nostri orecchi arrivi il tuono,
Veggon gli occhi il balen; perchè più tardo
Moto han sempre i principii atti a commoverne
L’udito che la vista. Il che ben puossi
250Quindi ancora imparar; che, se da lungi
Vedi con dubbio ferro un tronco busto
Spezzar d’albero annoso, il colpo miri
Pria che ’l suon tu ne senta: or nello stesso
Modo agli occhi eziandio giunge il baleno
255Pria che ’l tuono all’orecchie, ancor che ’l tuono
Sia vibrato col folgore e con lui
D’una causa prodotto e d’un concorso.
Spesso avvien ch’in tal guisa ancor si tinga
D’un lume velocissimo e risplenda
260D’un tremulo fulgor l’atra tempesta.
Tosto che ’l vento alcuna nube assalse
E, quivi in giro vòlto, il cavo seno,
Qual sopra io ti dicea, n’addensa e stringe;
Ferve per la sua mobile natura;
265Come tutte scaldate arder le cose
Veggiam nel moto, ond’anco il lungo corso
Strugge i globi girevoli del piombo.
Tal dunque acceso il vento, allor ch’in mezzo
Squarcia l’opaca nube, indi repente
270Molti semi d’ardor quasi per forza
Spressi disperge, i quai di fiamma intorno
Vibran fulgidi lampi: or quinci il tuono
Nasce, il qual vie più tardo il senso muove
Di qualunque splendor ch’arrivi all’occhio:
275Chè ciò tra folte e dense nubi avviene
E in un profondamente altre sopr’altre
Con prestezza ammirabile ammassate.
Nè t’inganni il veder che l’uom da terra
Può vie meglio osservar per quanto spazio
280Si distendan le nuvole che quanto
Salgano ammonticate in verso il cielo.
Poichè; se tu le miri allor che i venti
Per l’aure se le portano a traverso,
O allor che pe’ gran monti altre sopr’altre
285Si stanno accumulate e le superne
Premon l’inferne immobili, tacendo
Del tutto i venti; allor potrai le vaste
Lor moli riconoscere e vedere
L’altissime ed orribili spelonche
290Quasi costrutte di pendenti sassi;
Ove, poi che tempesta il cielo ingombra,
Entran rabbiosi venti, e con tremendo
Murmure d’ogn’intorno ivi racchiusi
Fremono, e minaccevoli e superbi
295Vibran, di fere in guisa ancor che in gabbia,
Per le nubi agitate or quinci or quindi
I lor fieri ruggiti, e via cercando
Si raggiran per tutto, e dalle nubi
Convolgon molti semi atti a produrre
300Il foco, e in guisa tal n’adunan molti,
E dentro a quelle concave fornaci
Ruotan la fiamma lor, fin che coruschi,
L’atra nube squarciata, indi risplendono.
Avviene ancor che furïoso e rapido
305Per quest’altra cagion l’aureo fulgore
Di quel liquido foco in terra scenda,
Perchè molti di foco han semi accolti
Le nubi stesse: il che vedersi aperto
Può da noi, quando asciutte e senz’alcuno
310Umido son, che d’un fiammante e vivo
Color splendon sovente. E ben conviene
Ch’elle accese in quel tempo e rubiconde
Spargano in larga copia alate fiamme,
Perchè molti di sol raggi lucenti
315Mestier è pur ch’abbian concetti. Or, quando
Dunque il furor del vento entro gli sforza
A raccogliersi in uno e stringe e calca
Premendo il luogo, essi diffondon tosto
Gli espressi semi in larga copia; e quindi
320Della fiamma il color folgora e splende.
Folgora similmente, allor che molto
Rarefansi eziandio del ciel le nubi.
Poichè; qual or, mentre per l’aure a volo
Se n’ vanno, il vento leggermente in varie
325Parti le parte e le dissolve; è d’uopo
Che cadan lor malgrado e si dispergano
Quei semi che ’l balen creano: ed allora
Folgora senza tuono e senza tetro
Spavento orrendo e senz’alcun tumulto.
330Nel resto; qual de’ fulmini l’interna
Natura sia, bastevolmente il mostra
La lor fiera percossa e dell’ardente
Vapor gl’inusti segni e le vestigia
Gravi e tetre esalanti aure di zolfo;
335Chè di foco son queste e non di vento
Note nè d’acqua. E per sè stessi in oltre
Degli eccelsi edifici ardono i tetti,
E con rapida fiamma entro gli stessi
Palagi scorron trïonfanti. Or questo
340Foco sottil più d’ogni foco è fatto
D’atomi minutissimi e sì mobili
Che nulla affatto può durarl’incontra;
Posciachè furibondo il fulmin passa,
Com’il tuono e le voci, entro i più chiusi
345Luoghi degli edifici e per le dure
Pietre e pel bronzo, e in un sol tratto e in uno
Punto liquido rende il rame e l’oro.
Suole ancor procurar che, intere e sane
Rimanendo le botti, il vin repente
350Sfumi: e ciò perchè tutti intorno i fianchi
Del vaso agevolmente apre e dilata
Il vegnente calor, tosto ch’in lui
Penetra, e in un balen solve e disgiunge
Del vino i semi; il che non par che possa
355In lunghissimo tempo oprare il caldo
Vapor del sol: così possente è questo
Di corrusco fervore impeto e tanto
Vie più tenue e più rapido e più grande.
Or; come il fulmin sia creato, e tanto
360Abbia in sè di vigor che in un sol colpo
Aprir possa le torri e fin dall’imo
Squassar le case e le robuste travi
Sveglierne e ruinarle, e de’ famosi
Uomini demolir gli alti trofei,
365Spaventar d’ogn’intorno ed avvilire
E gli armenti e i pastori e le selvagge
Belve, e tant’altre oprar cose ammirande
Simili alle narrate; io brevemente
Sporrotti, o Memmo, e senza indugio alcuno
370Creder dunque si dee che generato
Il fulmin sia dalle profonde e dense
Nubi; poichè già mai dal ciel sereno
Non piomba o dalle nuvole men folte.
E ben questo esser vero aperto mostra,
375Ch’allor s’addensan d’ogn’intorno in aria
Le nubi in guisa tal che giureresti
Che tutte d’Acheronte uscite l’ombre
Rïempisser del ciel l’ampie caverne:
Tal, insorta di nembi orrida notte,
380Ne sovrastan squarciate e minaccianti
Gole di timor freddo, allor che prende
Fulmini a macchinar l’atra tempesta.
In oltre: assai sovente un nembo oscuro,
Quasi di molle pece un nero fiume,
385Tal dal cielo entro al mar cade nell’onde
E lungi scorre, e di profonda e densa
Notte caliginosa intorno ingombra
L’aria, e trae seco a terra atra tempesta
Gravida di saette e di procelle,
390E tal principalmente ei stesso è pieno
E di fiamme e di turbini e di venti,
Ch’in terra ancor d’alta paura oppressa
Trema e fugge la gente e si nasconde.
Tal sovra ’l nostro capo atra tempesta
395Forza dunqu’è che sia; chè nè con tanta
Caligine oscurar potriano il mondo
Le nuvole, se molte unite a molte
Non fosser per di sopra e i vivi raggi
Escludesser del sol, nè con sì grande
400Pioggia opprimer potrian la terra in guisa
Ch’i fiumi traboccar spesso e i torrenti
Facessero e notar nell’acque i campi,
Se non fosse di nuvole altamente
Ammassate fra lor l’etere ingombro.
405Dunque di questi fochi e questi venti
È pieno il tutto; e per ciò freme e vibra
Folgori d’ogn’intorno irato il cielo.
Con ciò sia che poc’anzi io t’ho dimostro
Che molti di vapor semi in sè stesse
410Han le concave nubi, e molti ancora
D’uop’è che dall’ardor de’ rai del sole
Glie ne sian compartiti. Or; questo stesso
Vento ch’in un sol luogo, ovunque scorre,
Le unisce a caso e le comprime e sforza.
415Poichè spressi ha d’ardor molti principii
E con lor s’è mischiato; ivi s’aggira
Profondamente insinuato un vortice,
Che dentro a quelle calde atre fornaci
Aguzza e tempra il fulmine tremendo;
420Che per doppia cagion ratto s’infiamma;
Con ciò sia che si scalda e pel suo rapido
Moto e del foco pel contatto. E quindi
Non sì tosto per sè ferve agitata
L’energia di quel vento o gravemente
425Delle fiamme l’assal l’impeto acerbo,
Che tosto allor quasi maturo il fulmine
Squarcia l’opaca nube, e di corrusco
Splendor l’aere illustrando il lampo striscia;
Cui tal grave succede alto rimbombo,
430Che repente spezzati opprimer sembra
Del ciel gli eccelsi templi. Indi un gelato
Tremor la terra ingombra, e d’ogn’intorno
Scorron per l’alto ciel murmuri orrendi;
Chè tutta quasi allor trema squassata
435La sonora tempesta e freme e mugge:
Per lo cui squassamento alta e feconda
Tal dall’etra cader suole una piova,
Che par che l’etra stesso in pioggia vòlto
Siasi e che tal precipitando in giuso
440Ne richiami al diluvio. Or sì tremendo
Suon dal ratto squarciarsi in ciel le nubi
Vibrasi e dalla torbida procella
Del vento in lor racchiuso, allor che vola
Con ardente percossa il fulmin torto.
445Tal volta ancor l’impetuosa forza
Del vento esternamente urta e penètra
Qualche nube robusta e di maturo
Fulmin già pregna; onde repente allora
Quel vortice di fuoco indi ruina
450Che noi con patria voce appelliam fulmine:
E lo stesso succede anche in molt’altre
Parti, dovunque un tal furore il porta.
Succede ancor che l’energia del vento,
Ben che senz’alcun foco in giù vibrata,
455Pur tal or, mentre viene, arde nel lungo
Corso, tra via lasciando alcuni corpi
Grandi che penetrar l’aure egualmente
Non ponno, e dallo stesso aere alcuni altri
Piccioletti ne rade i quai volando
460Misti in aria con lui formin la fiamma:
Qual, se robusta man di piombo un globo
Con girevole fionda irata scaglia,
Ferve nel lungo corso, allor che molti
Corpi d’aspro rigor tra via lasciando
465Nell’aure avverse ha già concetto il foco.
Ma suole anco avvenir che dello stesso
Colpo l’impeto grave ecciti e svegli
Le fiamme, allor che ratto in giù vibrato
Senza foco è del vento il freddo sdegno:
470Poichè, quando aspramente ei fiede in terra,
Pôn da lui di vapor molti principii
Tosto insieme concorrere e da quella
Cosa che ’l fiero colpo in sè riceve;
Qual s’una viva pietra è da temprato
475Acciar percossa, indi scintilla il foco,
Nè, perchè freddo ei sia, quei semi interni
Di cocente splendor men lievi e ratti
Concorrono a’ suoi colpi. Or dunque in questa
Guisa accendersi ancor posson le cose
480Dal fulmin, se per sorte elle son atte
La fiamma a concepir: nè puote al certo
Mai del tutto esser freddo il vento, allora
Che con tanto furor dall’alte nubi
Scagliato è in terra sì che, pria nel corso
485Se col foco non arse, almen commisto
Voli col caldo e a noi tiepido giunga.
Ma che ’l fulmine il moto abbia sì rapido
E sì grave e sì acerba ogni percossa,
Nasce perchè lo stesso impeto innanzi
490Per le nubi incitato in un si stringe
Tutto e di giù piombar gran forza acquista
Indi, allor che le nubi in sè capire
L’accresciuta lor forza omai non ponno,
Spresso è ’l vortice accolto, e però vola
495Con furia immensa; in quella guisa a punto
Che da belliche macchine scagliati
Volar sogliono i sassi. Arrogi a questo;
Ch’ei di molti minuti atomi e lisci
Semi è formato; e contrastare al corso
500Di natura sì fatta è dura impresa;
Ch’ei ne’ corpi s’insinua e per lo raro
Penetra, onde per molti urti ed intoppi
Punto non si ritien ma striscia ed oltre
Vola con ammirabile prestezza:
505In oltre; perchè i pesi han da natura
Tutti propensïon di gire al centro,
E, s’avvien che percossi esternamente
Sian da forza maggior, tosto s’addoppia
La prontezza nel moto e vie più grave
510Divien l’impeto loro, onde più ratto
E con più vïolenza urti e sbaragli
Tutto ciò ch’egl’incontra e non s’arresti.
Al fin; perchè con lungo impeto scende,
D’uopo è che sempre agilità maggiore
515Prenda che più e più cresce nel corso,
E ’l robusto vigor rende più forti
E più fieri i suoi colpi e più pesanti;
Poichè fa che di lui tutti i principii
Che gli son dirimpetto il volo indrizzino
520Quasi in un luogo sol, vibrando insieme
Tutti quei che ’l suo corso ivi han rivolto.
Forse e dall’aria stessa alcuni corpi
Seco trae, mentre vien, che crescer ponno
Con gli urti lor la sua prontezza al moto.
525E per cose penètra intere, e molte
Ne passa intere e salve, oltre volando
Pe’ lor liquidi pori. Ed anco affatto
Molte ne spezza, allor che i semi stessi
Del fulmine a colpir van delle cose
530Ne’ contesti principii e ’nsieme avvinti.
Dissolve poi sì facilmente il rame
E ’l ferro e ’l bronzo e l’òr fervido rende,
Perchè l’impeto suo fatto è di corpi
Piccioli e mobilissimi e di lisci
535E rotondi elementi, i quai s’insinuano
Con somma agevolezza e insinuati
Sciolgon repente i duri lacci e tutti
Dell’interna testura i nodi allentano.
Ma vie più nell’autunno i templi eccelsi
540Del ciel di stelle tremole splendenti
Squassansi d’ogni intorno e tutta l’ampia
Terra, e allor che ridente il colle e ’l prato
Di ben mille color s’orna e dipinge;
Con ciò sia che nel freddo il foco manca,
545Nel caldo il vento, e di sì denso corpo
Le nuvole non son. Ne’ tempi adunque
Di mezzo, allor del folgore e del tuono
Le varie cause in un concorron tutte:
Chè lo stretto dell’anno insieme mesce
550Col freddo il caldo; e ben d’entrambi è d’uopo
I fulmini a produrne, acciò che nasca
Grave rissa e discordia e furibondo
Con terribil tumulto il cielo ondeggi
E dal vento agitato e dalle fiamme.
555Chè del caldo il principio e ’l fin del pigro
Gelo è stagion di primavera; e quindi
Forz’è che l’un con l’altro i corpi avversi
Pugnino acerbamente e turbin tutte
Le miste cose: e del calor l’estremo
560Col principio del freddo è ’l tempo a punto
Ch’autunno ha nome, e in esso ancor con gli aspri
Verni pugnan l’estati; onde appellarsi
Debbon queste da noi guerre dell’anno
Nè per cosa mirabile s’additi
565Ch’in sì fatta stagion fulmini e lampi
Nascan più ch’in null’altra ed agitati
Molti sian per lo ciel torbidi nembi;
Con ciò sia che con dubbia aspra battaglia
Quinci e quindi è turbata, e quinci e quindi
570Or l’incalzan le fiamme or l’acqua e ’l vento.
Or questo è specular l’interna essenza
Dell’ignifero fulmine, e vedere
Con qual forza ei produca i vari effetti;
E non, sossopra rivolgendo i carmi
575Degli aruspici etruschi, i vari segni
Dell’occulto voler de’ sommi dèi
Cercar senz’alcun frutto; ond’il volante
Foco a noi giunga, e s’ei quindi si volga
A destra od a sinistra, ed in qual modo
580Penetri dentro a’ chiusi luoghi, e come
Quindi ancor trïonfante egli se n’esca,
E qual possa apportar danno a’ mortali
Dal ciel piombando il fulmine ritorto.
Chè se Giove sdegnato e gli altri numi
585I superni del ciel fulgidi templi
Con terribile suon scuotono e ratte
Lancian fiamme ed incendi ove gli aggrada:
Dimmi ond’è ch’a chiunque alcuna orrenda
Scelleraggin commette il seno infisso
590Non fan che fiamme di fulmineo tèlo
Aneli, e caggia, a’ malfattori esempio
Acre sì ma giustissimo? e più tosto
Chi d’alcun’opra rea non ha macchiata
La propria coscïenza, entro alle fiamme
595È ravvolto innocente, e d’improvviso
È dal foco e dal fulmine celeste
Sorpreso e in un sol punto ucciso ed arso?
E perchè ne’ diserti anco alle volte
Vibrangli, e l’ire lor spargono al vento?
600Forse con l’esercizio assuefanno
La destra a fulminar? forse le braccia
Rendono allor più vigorose e dotte?
Perchè soffron ch’in terra ottuso e spento
Sia del gran padre il formidabil tèlo?
605Perchè Giove il permette, e nol riserba
Contro a’ nemici? e perchè mai no ’l vibra
Finalmente e non tuona a ciel sereno?
Forse, tosto ch’al puro aere succede
Tempestosa procella, egli vi scende,
610Acciò quindi vicin l’aspre percosse
Meglio del tèlo suo limiti a segno?
In oltre: ond’è ch’in mar l’avventa, e l’acque
Travaglia e ’l molle gorgo e i campi ondosi?
E, s’ei vuol che del fulmine cadente
615Schivin gli uomini i colpi, a che no ’l vibra
Tal che tra via si scerna? e, s’improvviso
Vuol col foco atterrarne, e perchè tuona
Sempre da quella parte onde schivarsi
Possa? e perchè di tenebroso e scuro
620Manto innanzi il ciel cuopre, e freme e mugge?
Forse credèr potrai ch’egli l’avventi
Insieme in molte parti? o forse stolto
Ardirai di negar ch’unqua avvenisse
Che potesser più fulmini ad un tratto
625Dal cielo in terra ruinar? ma spesso
Avvenne, e ben che spesso avvenga è d’uopo,
Che, siccome le piogge in molte parti
Caggion del nostro mondo, anco in tal guisa
Caschin molte saette a un tempo stesso.
630Al fin; perchè degli altri numi i santi
Templi e l’egregie sue sedi beate
Crolla con fulmin violento, e frange
Spesso le statue degli dèi costrutte
Da man dedalea, e con percossa orrenda
635Toglie all’imagin sua l’antico onore?
E perchè tanto spesso i luoghi eccelsi
Ferisce; noi molti veggiam ne’ sommi
Gioghi d’un foco tal non dubbi segni?
Nel resto; agevolmente indi si puote
640Di quei l’essenza investigar che i Greci
Prestèri nominar dai loro effetti,
E come e da qual forza in mar vibrati
Piombin dall’alto ciel. Poichè tal ora
Scender suol dalle nubi entro le salse
645Onde quasi calata alta colonna,
Cui ferve intorno dal soffiar de’ venti
Gravemente commosso il flutto insano;
E qualunque navilio in quel tumulto
Resta sorpreso, allor forte agitato
650Cade in sommo periglio. E questo avviene
Qual or del vento il tempestoso orgoglio
Squarciar non sa la cava nube affatto
Che a romper cominciò; ma la deprime
Sì, che quasi calata a poco a poco
655Paia dal ciel nell’onde alta colonna;
Come sia d’alto a basso o nebbia o polve
Tratta col pugno e con lanciar del braccio
E distesa per l’acque: or, poi che ’l vento
Furïoso la straccia, indi prorompe
660In mare e nelle salse onde risveglia
Il girevole turbo, il molle corpo
Della nube accompagna; e non sì tosto
Gravida di sè stesso in mar l’ha spinta,
Ch’ei nell’acque si tuffa e con tremendo
665Fremito a fluttuar le sforza, e tutto
Agita e turba di Nettuno il regno.
Succede ancor che sè medesmo avvolga
Il vortice ventoso in fra le nubi
Dell’aria i semi lor radendo, e quasi
670Emulo sia del prèstere suddetto.
Questi giunto ch’è in terra, in un momento
Si dissipa, e di turbo e di procella
Vomita d’ogn’intorno impeto immane.
Ma, perch’ei veramente assai di rado
675Nasce e forz’è che in terra ostino i monti,
Quinci avvien che più spesso appar nell’ampia
Prospettiva dell’onde e a cielo aperto.
Crescon poscia le nubi, allor che in questo
Ampio spazio del ciel ch’aere si chiama
680Volando molti corpi aspri e scabrosi
D’improvviso s’accozzano in sì fatta
Guisa, che leggermente avviluppati
Star fra lor non di men possano avvinti.
Questi pria molti semi e molte piccole
685Nubi soglion formar; che poscia in varie
Guise insieme s’apprendono e congiungono,
E congiunte s’accrescono e s’ingrossano,
E da’ venti cacciate in aria scorrono
Fin che nembo crudel n’insorga e strepiti.
690Sappi ancor che de’ monti il sommo giogo,
Quanto al ciel più vicin sorge eminente,
Tanto più di caligine condensa
Fuma continuo e d’atra nebbia è ingombro.
E questo avvien perchè sì tenui in prima
695Nascer soglion le nuvole e sì rare,
Che ’l vento che le caccia, anzi che gli occhi
Possan mirarle, in un le stringe all’alta
Cima de’ monti; u’ finalmente, insorta
Turba molto maggior, folte e compresse
700Ci si rendon visibili, e dal sommo
Giogo paion del monte ergersi all’etra;
Chè ventosi nel ciel luoghi patenti
Ben può mostrarne il fatto stesso e il senso,
Qual or d’alta montagna in cima ascendi.
705In oltre: che natura erga da tutto
Il mar molti principii, apertamente
Ne ’l dimostran le vesti in riva all’acque
Appese, allor che l’aderente umore
Suggono: onde vie più sembra che molti
710Corpi possano ancor dal salso flutto
Per accrescer le nubi in aria alzarsi;
Chè col sangue è dal mar lungi il discorso.
In oltre; d’ogni fiume e dalla stessa
Terra sorger veggiam nebbie e vapori,
715Che quindi, quasi spirti, in alto espressi
Volano, e di caligine spargendo
L’etere, a poco a poco in varie guise
S’uniscono e a produr bastan le nubi:
Chè di sopra eziandio preme il fervore
720Del signifero cielo, e quasi addensi
Sotto l’aria di nembi orridi ingombra.
Succede ancor, che a tal concorso altronde
Vengan molti principii atti a formare
E le nubi volanti e le procelle:
725Chè ben dèi rammentar che senza numero
È degli atomi ’l numero, e che tutta
Dello spazio la somma è senza termine,
E con quanta prestezza i genitali
Corpi soglian volare e come ratti
730Scorrer per lo gran spazio immemorabile.
Stupor dunque non è, se spesso in breve
Tempo sì vasti monti e terre e mari
Cuopron sparse dal ciel tenebre e nembi,
Con ciò sia che per tutti in ogni parte
735I meati dell’etra, e del gran mondo,
Quasi per gli spiragli, aperta intorno
È l’uscita e l’entrata agli elementi.
Or su, com’ il piovoso umor nell’alte
Nubi insieme s’appigli e come in terra
740Cada l’umida pioggia, io vo’ narrarti.
E pria dubbio non v’ha che molti semi
D’acqua in un con le nuvole medesme
Sorgan da tutti i corpi; e certo ancora
È che sempre di par le nubi e l’acqua
745Ch’in loro è chiusa in quella guisa a punto
Crescan, ch’in noi di par cresce col sangue
Il corpo e ’l suo sudore e qualunqu’altro
Liquore al fin che nelle membra alberghi.
Spesso eziandio quasi pendenti velli
750Di lana, dalle salse onde marine
Suggono umido assai, qual ora i venti
Spargon sull’ampio mar nuvole e nembi.
E per la stessa causa anco da tutti
I fiumi e tutt’i laghi all’alte nubi
755L’umor s’attolle; u’ poi che molti semi
D’acqua perfettamente in molti modi
D’ogn’intorno ammassati in un sol gruppo
Si son, tosto le nuvole compresse
Dall’impeto del vento in pioggia accolti
760Cercan versarli in due maniere in terra;
Chè l’impeto del vento insieme a forza
Gli unisce, e la medesima abbondanza
Delle nuvole acquose, allor che insorta
N’è turba assai maggior, grava e di sopra
765Preme, e fa che la pioggia indi si spanda.
In oltre: quando i nuvoli da’ venti
Anco son rarefatti o dissoluti
Da’ rai del sol, gronda la pioggia a stille,
Quasi di molle cera una gran massa
770Al foco esposta si consumi e manchi.
Ma furïosa allor cade la pioggia,
Che le nubi ammassate a viva forza
Restan gagliardamente ad ambi i lati
Compresse e dal furor d’irato vento.
775Durar poi lungo tempo in uno stesso
Luogo soglion le piogge, allor che insieme
D’acqua si son molti principii accolti
E ch’altre ad altre nubi ad altri nembi
Altri nembi succedono e di sopra
780Scorrongli e d’ogn’intorno, allor che tutta
Fuma e ’l piovuto umor la terra esala.
Quindi; se co’ suoi raggi il sol risplende
Fra l’opaca tempesta e tutta alluma
Qualche rorida nube ad esso opposta,
785Di ben mille color vari dipinto
Tosto n’appar l’oscuro nembo e forma
Il grand’arco celeste. Or, ciascun’altra
Cosa ch’in aria nasca in aria cresca
E tutto ciò che nelle nubi accolto
790Si crea, tutto dich’io la neve i venti
E la grandine acerba e le gelate
Brine, e del ghiaccio la gran forza e ’l grande
Indurarsi dell’acqua e ’l fren che puote
Arrestar d’ogn’intorno a’ fiumi il corso;
795Tutte, ancor ch’io non le ti sponga, tutte
Tu per te non di meno agevolmente
E trovar queste cose e col pensiero
Veder potrai come formate e d’onde
Prodotte sian, mentre ben sappia innanzi
800Qual natura convenga agli elementi.
Or via, da qual cagion tremi agitata
La terra, intendi. E pria suppor t’è d’uopo
Ch’ella, sì come è fuori, anco sia dentro
Piena di venti e di spelonche, e molti
805Laghi e molte lagune in grembo porti,
E balze e rupi alpestri e dirupati
Sassi e che molti ancor fiumi nascosti
Sotto il gran tergo suo volgano a forza
E flutti ondosi e in lor sassi sommersi:
810Chè ben par che richiegga il fatto stesso,
Ch’essere il terren globo a sè simile
Debba in ogni sua parte. Or, ciò supposto,
Trema il suol per di fuori entro commosso
Da gran ruine; allor che ’l tempo edace
815Smisurate spelonche in terra cava:
Con ciò sia che cader montagne intere
Sogliono, ond’ampiamente in varie parti
Tosto con fiero crollo tremor serpe:
Ed a ragion; chè da girevol plaustri
820Scossi lungo le vie gli alti edifici
Treman per non gran peso e nulla manco
Saltano ovunque i carri a forza tratti
Da feroci cavai fan delle ruote
Quinci e quindi trottar gli orbi ferrati.
825Succede ancor che vacillante il suolo
Sia dagli urti dell’onde orribilmente
Squassato, allor che d’acque in ampio e vasto
Lago per troppa età dall’imo svelta
Rotola immensa zolla; in quella stessa
830Guisa che fermo star non puote un vaso
In terra, se l’umor prima non resta
D’esser commosso entro il dubbioso flutto.
In oltre: allor che d’una parte il vento
Ne’ cavi chiostri sotterranei accolto
835Stendesi e furïoso e ribellante
Preme con gran vigor l’alte spelonche,
Tosto là ’ve di lui l’impeto incalza
Scosso è ’l van della grotta, e sopra terra
Tremano allor gli alti edifici, e, quanto
840Più sublime ognun d’essi al ciel s’estolle,
Tanto inchinato più verso la stessa
Parte sospinto di cader minaccia,
E scommessa ogni trave altrui sovrasta
Già pronta a rovinar. Temon le genti
845Sì che dell’ampio mondo al vasto corpo
Credon ch’omai vicino alcun fatale
Tempo sia che ’l dissolva e tutto il torni
Nel caos cieco, una sì fatta mole
Veggendo sovrastar. Chè se il respiro
850Fosse al vento intercetto, alcuna cosa
No ’l potria ritener nè dall’estremo
Precipizio ritrar quando vi corre:
Ma, perch’egli all’incontro eternamente
Or respira or rinforza e quasi avvolto
855Riede e cede respinto, indi più spesso,
Ch’in ver non fa, di ruinar minaccia
La terra; con ciò sia ch’ella si piega
E ’ndietro si riversa, e dal gran pondo
Tutta nel seggio suo tosto ritorna.
860Or quindi è ch’ogni macchina vacilla,
Più che nel mezzo al sommo, e più nel mezzo
Ch’all’imo, ove un tal poco a pena è mossa.
Ecci ancor del medesimo tremore
Quest’altra causa; allor ch’irato il vento
865Subito e del vapor chiuso un’estrema
Forza, o di fuori insorta o dalla stessa
Terra, negli antri suoi penetra, e quivi
Pria per l’ampie spelonche in suon tremendo
Mormora, e, quando poi portato è ’n volta
870Il robusto vigor, fuor agitato
Se n’esce con grand’impeto, e fendendo
L’alto sen della terra in lei produrre
Suol profonda caverna. Il che successe
In Sidonia di Tiro e nell’antica
875Ega di Acaia. Or quai cittadi abbatte
Questo di vapor chiuso esito orrendo
E ’l quindi insorto terremoto? In oltre
Molte ancor ruinâr muraglie in terra
Da’ suoi moti abbattute, e molte in mare
880Co’ cittadini lor cittadi illustri
Caddero e si posâr dell’acque in fondo.
Chè se pur non prorompe, al men la stessa
Forza del chiuso spirto e ’l fiero crollo
Del vento, quasi orror, tosto si sparge
885Pe’ folti pori della terra, e quindi
Con non lieve tremor la scuote; a punto
Come quando per l’ossa un freddo gelo
Mal nostro grado ne commuove e sforza
A tremare e riscuoterci. Con dubbio
890Terror dunque paventa il folle volgo
Per le città: teme di sopra i tetti;
Di sotto, che natura apra repente
Le terrestri caverne, e l’ampia gola
Distratta spanda e in un confusa e mista
895Delle proprie ruine empier la voglia.
Quindi; ancor che si creda essere eterna
La terra e ’l ciel; più non di men commosso
Da sì grave periglio, avvien tal ora
Ch’ei non so da qual parte un tale occulto
900Stimolo tragga di paura, ond’egli
Vien costretto a temer che sotto i piedi
Non gli manchi la terra e voli ratta
Pel vano immenso e già sossopra il tutto
Si volga e caggia a precipizio il mondo.
905Or cantar ne convien perchè non cresca
Il mare. E pria molto stupisce il volgo
Che maggior la natura unqua no ’l renda,
Ove scorron tant’acque, u’ d’ogn’intorno
Scende ogni fiume. Aggiunger dèi le piogge
910Vaganti e le volubili tempeste,
Che tutto il mar tutta irrigar la terra
Sogliono; aggiunger puoi le fonti: e pure
Fia ’l tutto a gran fatica appo l’immenso
Pelago in aggrandirlo una sol goccia.
915Stupor dunque non è che ’l mar non cresca.
In oltre: di continuo il sol ne rade
Gran parte. Chè asciugar l’umide vesti
Con gli ardenti suoi raggi il sol si scorge:
Ma di pelago stese in ogni clima
920Vegghiam campagne smisurate: e quindi,
Ben che da ciascun luogo il sol delibi
D’umor quanto vuoi poco, in sì gran tratto
Forz’è pur ch’ampiamente involi all’onde.
Arrogi a ciò, ch’una gran parte i venti
925Ponno in alto levarne, allor che l’onda
Sferzan del mar; poichè ben spesso in una
Notte le vie vegghiam seccarsi e ’l molle
Fango apprendersi tutto in dure croste.
In oltre: io sopra t’insegnai che molto
930Ergon anche d’umor l’aeree nubi
Da lor del vasto pelago concetto
E di tutto quest’ampio orbe terrestre
Spargonlo in ogni parte allor ch’in terra
Piove e che seco il vento i nembi porta.
935Al fin: perchè la terra è di sostanza
Porosa e cinge d’ogn’intorno il mare
Indissolubilmente a lui congiunta,
Dêe, sì come l’umor da terra scende
Nel mar, così dalle sals’onde in terra
940Penetrar similmente e raddolcirsi:
Perch’egli a tutt’i sotterranei chiostri
Vien largamente compartito, e quivi
Lascia il salso veleno, e di nuov’anco
Sorge in più luoghi e tutto al fin s’aduna
945De’ fiumi al capo, e ’n bella schiera e dolce
Scorre sopra il terren per quella stessa
Via che per sè medesma aprirsi in prima
Poteo col molle piè l’onda stillante.
Or, qual sia la cagion che dalle fauci
950D’Etna spirin tal or con sì gran turbo
Fuochi e fiamme, io dirò: che già non sorse
Questa di tetro ardor procella orrenda
Di mezzo a qualche strage, e le campagne
Di Sicilia inondando i convicini
955Popoli sbigottiti a sè converse,
Quando, tutti del ciel veggendo i templi
Fumidi scintillar, s’empíano il petto
D’una cura sollecita e d’un fisso
Pensiero, onde temean ciò che natura
960Macchinasse di nuovo a’ danni nostri.
Dunque in cose siffatte a te conviene
Fissar gli occhi altamente, e d’ogn’intorno
Estender lungi in ampio giro il guardo;
Onde poi ti sovvenga esser profonda
965La somma delle cose, e vegga quale
Picciolissima parte è d’essa un cielo,
E qual di tutto il terren globo un uomo.
Il che ben dichiarato e quasi posto
Innanzi agli occhi tuoi, se ben tu ’l miri
970E ’l vedi, cesserai senz’alcun dubbio
D’ammirar molte cose. E chi di noi
Stupisce, se alcun v’ha che nelle membra
Nata da fervor caldo ardente febbre
Senta o pur qualsivoglia altro dolore
975Da morbo cagionatogli? non torpe
All’improvviso un piè? spesso un acerbo
Dolore i denti non occupa, e gli occhi
Stessi penètra? Il sacro fuoco insorge,
E scorrendo pel corpo arde qualunque
980Parte n’assalse, e per le membra serpe.
E questo avvien, perchè di molte e molte
Cose il vano infinito in sè contiene
I semi, e questa terra e questo stesso
Ciel ne porta abbastanza, onde ne’ corpi
985Crescer possa il vigor d’immenso morbo.
Tal dunque a tutto il cielo a tutto il nostro
Globo creder si dee che l’infinito
Somministri abbastanza, onde repente
Agitata tremar possa la terra,
990E per l’ampio suo dorso e sovra l’onde
Scorrer rapido turbine, eruttare
Foco l’etnea montagna, e fiammeggiante
Mirarsi il ciel; chè ciò ben anco avviene
Spesso, e gli eterei templi arder fûr visti,
995Qual di pioggia o di grandine sonante
Torbido nembo atra tempesta insorge
Là ’ve da fiero turbo i genitali
Semi dell’acque trasportati a caso
Insieme s’adunâr. - Ma troppo immane
1000È ’l fosco ardor di quell’incendio. - Un fiume
Anco, che in ver non è, par non di meno
Smisurato a colui ch’alcuno innanzi
Maggior mai non ne vide, e smisurato
Sembra un albero un uomo; e in ogni specie,
1005Tutto ciò che ciascun vede più grande
Dell’altre cose a lui simili, il finge
Immane, ancor che sia col mar profondo
Con la terra e col cielo appo l’immensa
Somma d’ogni altra somma un punto un nulla.
1010Or, come dalle vaste etnee fornaci
D’improvviso irritata in aria spiri
Non di men quella fiamma, io vo’ narrarti.
Pria: tutto è pien di sotterranei e cavi
Antri sassosi il monte: e in ognun d’essi
1015Chiuso senz’alcun dubbio è vento ed aria;
Chè nasce il vento ov’agitata è l’aria.
Questo; poi ch’infiammossi, e tutto intorno
Ovunqu’ei tocca, infurïato i sassi
Scalda e la terra, e con veloci fiamme
1020Ne scuote il caldo foco; ergesi in alto
Rapido, e quindi fuor scaccia dal centro
Per le rette sue fauci e lungi sparge
L’incendioso ardore, e vie più lungi
Seco ne porta le faville e volge
1025Fra caligine densa il cieco fumo,
E pietre insieme di mirabil peso
Lancia; sì che dubbiar non dèi che questo
Non sia di vento impetuoso un soffio.
In oltre: il mar della montagna all’ime
1030Radici i flutti suoi frange in gran parte
E ’l bollor ne risorbe. Or fin da questo
Mar per vie sotterranee all’alte fauci
Del monte arrivan gli antri. Indi è mestiero
Dir che l’acque penètrino, e ch’insieme
1035S’avvolgan tutte in chiuso luogo e fuori
Spirino, e quindi a forza ergan le fiamme
E lancin sassi in alto e sin dal fondo
Alzin nembi d’arena. In simil guisa
Son dall’alta montagna al sommo giogo
1040Ampie cratère, orribili spiragli:
Così pria nominâr l’atre fessure
Che fûr da noi fauci chiamate e bocche.
Con ciò sia che nel mondo alcune cose
Trovansi, delle quali addur non basta
1045Una sola cagion ma molte, ond’una
Non di men sia la vera (in quella stessa
Guisa che, se da lungi un corpo esangue
Scorgi d’un uom, che tu n’adduca è forza
Di sua morte ogni causa, acciò compresa
1050Sia quell’una fra lor; chè nè di ferro
Troverai ch’e’ perisse o di tropp’aspro
Freddo o di morbo o di velen, ma solo
Potrai dir ch’una cosa di tal sorta
L’ancise: il contar poi qual ella fosse
1055Tocca de’ curïosi spettatori
Al volgo); or così dunque a me conviene
Far di molt’altre cose il somigliante.
Cresce il Nilo l’estate, unico fiume
Di tutto Egitto, e dalle proprie sponde
1060Fuor trabocca ne’ campi. Irriga spesso
Questi l’Egitto, allor che ’l sirio cane
Di focosi latrati il mondo avvampa;
O perchè sono alle sue bocche opposti
D’estate i venti aquilonari, a punto
1065Nel tempo stesso che gli etesii fiati
Soffiando lo ritardano, e, premendo
L’onde e forte incalzandole di sopra,
Gonfianle e le costringono a star ferme.
Chè scorron senza dubbio al Nilo incontra
1070L’etesie; con ciò sia che dall’algenti
Stelle spiran del polo, ove quel fiume
Fuor del torrido clima esce dall’austro
Fra’ neri Etiopi e dal calore arsicci.
Indi dal mezzodì sorgendo a punto
1075Può di rena ammassata anco un gran monte
Ai flutti avverso di quel vasto fiume
Oppilar le sue bocche, allor che ’l mare
Agitato da’ venti entro vi spinge
L’arena; onde avvien poi che ’l fiume stesso
1080Men libera l’uscita e men proclive
Abbia dell’onde sue l’impeto e ’l corso.
Esser forse anco può che, più ch’in altro
Tempo, verso il suo fonte acque abbondanti
Piovano allor che degli etesii venti
1085Il soffio aquilonar tutti imprigiona
I nembi in quelle parti, e ben cacciate
Vêr mezzodì le nubi e quivi accolte
E spinte alle montagne insieme al fine
S’urtano e si condensano e si premono.
1090Forse e dell’Etïopia i monti eccelsi
Fanno il Nilo abbondar, quando ne’ campi
Scendon le bianche nevi, a ciò costrette
Da’ tabifici rai del sol che cinge
Il tutto, il tutto alluma, il tutto scalda.
1095Or via: cantar conviemmi i luoghi e i laghi
Averni, e qual natura abbiano in loro
Brevemente narrarti. In prima, adunque;
Ch’e’ si chiamino Averni, il nome è tratto
Dalla lor qualità, poichè nemici
1100Sono a tutti gli augei; perch’ivi a pena
Giungon volando, che scordati affatto
Del vigor delle penne, in abbandono
Lascian le vele e qua e là dispersi
Ruinan con pieghevoli cervici
1105A precipizio in terra, e, se no ’l soffre
La natura del luogo e sotto steso
V’è qualche lago, in acqua. Un simil lago
È presso a Cuma assai vicino al monte
Vesuvio, ove continuo esalan fumo
1110Piene di calde fonti atre paludi.
Ènne un d’Atene in su le mura in cima
Della rôcca di Palla, ove accostarsi
Non fûr viste già mai rauche cornici,
Non allor che di sangue intrisi e lordi
1115Fumano i sacri altari; e in così fatta
Guisa fuggendo van non le vendette
Dell’adirata dea, qual già de’ Greci
Cantâr le trombe adulatrici e false,
Ma sol per sè medesma ivi produce
1120La natura del luogo un tale effetto.
Fama è ancor ch’in Soria si trovi un altro
Averno, ove non pur muoian gli augelli
Che sopra vi volâr, ma che non prima
V’abbian del proprio piè segnate l’orme
1125Gli animali quadrupedi ch’a terra
Sian forzati a cader, non altrimenti
Che se agl’inferni dèi repente offerti
Fossero in sacrificio. E tutto questo
Pende da cause naturali, e noto
1130N’è il lor principio: acciò tu forse, o Memmo,
Dell’Orco ivi più tosto esser non creda
La spaventevol porta, e quindi avvisi
Che nel cieco Acheronte i numi inferni
Per sotterranee vie conducan l’alme;
1135Qual fama è che sovente i cervi snelli
Conducan fuor delle lor tane i serpi
Col fiato delle nari. Il che dal vero
Quanto sia lungi, ascolta: io vengo al fatto.
Pria torno a dir quel che sovente innanzi
1140Io dissi; e questo è, che figure in terra
Trovansi d’ogni sorta atte a produrre
Le cose; e che di lor molte salubri
Sono all’uomo e vitali, et anco molte
Atte a renderlo infermo e dargli morte.
1145E che meglio nutrir ponno i viventi
Questi semi che quei, già s’è dimostro
Per la varia natura e pe’ diversi
Congiungimenti insieme e per le prime
Forme fra lor difformi: altre inimiche
1150Son dell’uomo all’orecchie, altre alle nari
Stesse contrarie, e di malvagio senso
Altre al tatto altre all’occhio altre alla lingua.
In oltre: veder puoi quanto sian molte
Cose aspramente a’ nostri sensi infeste,
1155Sporche gravi e noiose. In prima: a certi
Alberi diè natura una sì grave
Ombra, che generar dolori acerbi
Di capo suol, se sotto ad essi alcuno
Steso tra l’erbe molli incauto giacque.
1160È sul monte Elicona anco una pianta,
Che co ’l puzzo de’ fior gli uomini uccide.
Poichè tutte da terra ergonsi al cielo
Tai cose, perchè misti in molti modi
Di lor molti principii in grembo asconde
1165La terra e separati a ciò che nasce
Distintamente li comparte. Il lume
Che di fresco sia spento, allor che offese
Ha col grave nidor l’acute nari,
Ivi ancor n’addormenta. E per lo grave
1170Castoreo addormentata il capo inchina
La donna sopra gli omeri e non sente
Che ’l suo bel lavorio di man le cade,
S’il fiuta allor che de’ suoi mestrui abbonda.
E molte anco oltr’a ciò cose possenti
1175Trovansi a rilassar ne’ corpi umani
L’illanguidite membra e nelle proprie
Sedi interne a turbar l’animo e l’alma.
Al fin: se tu ne’ fervidi lavacri
Entrerai ben satollo e trattenerti
1180Vorrai nel soglio del liquor bollente,
Quanto agevol sarà ch’al vaso in mezzo
Tu caggia! E de’ carbon l’alito grave
E l’acuta virtù quanto penétra
Facilmente al cervel! se pria bevuto
1185Non abbiam d’acqua un sorso, o se le fredde
Membra innanzi non copre il fido servo,
O se da’ penetrabili suoi dardi
Con grato odor non ne difende il vino.
E non vedi tu ancor che nella stessa
1190Terra il solfo si genera, e che il tetro
Puzzolente bitume ivi s’accoglie?
Al fin: dove d’argento e d’òr le vene
Seguon, cercando dell’antica madre
Con curvo ferro il più riposto grembo;
1195Forse quai spiri allor puzzi maligni
La sotterranea cava, e che gran danno
Faccian col tetro odor gli aurei metalli,
Quai degli uomini i vólti e qua’ de’ vólti
Rendan tosto i color, non vedi? o forse
1200Non senti in quanto picciolo intervallo
Soglion tutti perir quei che dannati
Sono a forza a tal opra? Egli è mestiero
Dunque, che tai bollori agiti e volga
In sè la terra, e fuor gli spiri e sparga
1205Per gli aperti del ciel campi patenti.
Tal dênno anco agli augelli i luoghi averni
Tramandar la mortifera possanza,
Che spirando dal suol nell’aure molli
Sorge e ’l ciel di sè stessa infetto rende
1210Da qualche parte: ove non prima è giunto
L’augel che dal non visto alito grave
D’improvviso assalito il volo perde;
E tosto là, d’onde la terra indrizza
Il nocivo vapor, cade; e, caduto
1215Che v’è, quel rio velen da tutti i membri
Toglie del viver suo gli ultimi avanzi:
Poichè quasi a principio un tal fervore
Eccita, onde avvien poi che, già caduto
Ne’ fonti stessi del velen, gli è forza
1220La vita affatto vomitarvi e l’alma,
Con ciò sia che di mal gran copia ha intorno.
Succede anco tal or, che questo stesso
Vïolento vapor de’ luoghi averni
Tutto l’aere frapposto apra e discacci,
1225Sì che quindi agli augei sotto rimanga
Vòto quasi ogni spazio. Ond’ivi a pena
Giungon, che d’improvviso a ciascun d’essi
Zoppica delle penne il vano sforzo
E ’l dibatter dell’ali è tutto indarno.
1230Or qui, poichè gli è tolto ogni vigore
Dell’ali e sostenersi omai non ponno,
Tosto dal natio peso a forza tratti
Caggiono in terra a precipizio, e tutti
Qua e là per lo vôto omai giacendo
1235Da’ meati del corpo esalan l’alma.
Freddo è poi nell’estate entro i profondi
Pozzi l’umor, perchè la terra allora
Pel caldo inaridisce e, s’alcun seme
Tiene in sè di vapor, tosto il tramanda
1240Nell’aure: or, quanto il sol dunqu’è più caldo,
Tanto il liquido umor ch’in terra è chiuso
Più gelato divien. Ma, quando il nostro
Globo preso è dal freddo e si condensa
E quasi in un s’accoglie, è d’uopo al certo
1245Ch’egli allor, nel ristringersi, ne’ pozzi
Sprema se caldo alcun cela in se stesso.
Fama è ch’un fonte sia non lungi al tempio
D’Ammon, che nella luce alma del giorno
L’acque abbia fredde e le riscaldi a notte.
1250Tal fonte è per miracolo additato
Da quegli abitatori: e ’l volgo crede
Che dal sol vïolento entro commosso
Per sotterranee vie rapidamente
Ferva, tosto che ’l cieco aere notturno
1255Di caligine orrenda il mondo copre.
Il che troppo dal ver lungi si scosta:
Posciachè; se, trattando il nudo corpo
Dell’acqua, il sol dalla superna parte
Non può punto scaldarlo, allor che vibra
1260Pien d’un tanto fervor l’etereo lume;
Dimmi, e come potria cuocer sotterra
Che di corpo è sì denso il freddo umore
E col caldo vapore accompagnarlo?
Massime quando a gran fatica ei puote
1265Con gli ardenti suoi rai de’ nostri alberghi
Penetrar per le mura e riscaldarne?
Qual dunqu’è la cagion? Certo è mestiero
Ch’intorno a questo fonte assai più rara
Sia ch’altrove la terra, e che di fuoco
1270Molti vicini a lui semi nasconda.
E quinci avvien che non sì tosto irriga
La notte d’ombre rugiadose il cielo,
Che ’l terren per di sotto incontinente
Divien freddo e s’unisce: indi succede
1275Che, quasi ei fosse con le man compresso,
Imprimer può tal foco entro a quel fonte,
Che ’l suo tatto e ’l saper fervido renda.
Quindi; tosto che ’l sol cinto di raggi
Nasce, e smuove la terra e rarefatta
1280Col suo caldo vapor l’agita e mesce;
Tornan di nuovo nell’antiche sedi
Del fuoco i corpi genitali, e in terra
Dell’acque il caldo si ritira: e quindi
Fredda il giorno divien l’acqua del fonte.
1285In oltre: il molle umor da’ rai del sole
Forte è commosso e nel diurno lume
Dal suo tremolo foco è rarefatto:
E quinci avvien che, quanti egli d’ardore
Semi in grembo ascondea, tutti abbandoni;
1290Qual sovente anch’il gel che in sè contiene
Lascia e ’l ghiaccio dissolve e i nodi allenta.
Freddo ancora è quel fonte, ove posata
La stoppa, in un balen concetto il foco,
Vibra splendide fiamme a sè d’intorno,
1295E le pingui facelle anch’esse accese
Dalla stessa cagion per l’onde a nuoto
Corron dovunque le sospinge il vento.
Perchè nell’acque sue molti principii
Son certamente di vapore, e forza
1300È che da quella terra in sin dal fondo
Sorgan per tutto il fonte e spirin fuori
Nell’aure uscendo delle fiamme i semi;
Non sì vivi però, che riscaldare
Possan nel moto lor l’acque del fonte.
1305In oltre: un cotal impeto gli astringe
Sparsi a salir rapidamente in aria
Per l’acque e quivi unirsi. In quella stessa
Guisa che d’acqua dolce in mare un fonte
Spira, che scaturisce e a sè d’intorno
1310Le salse onde rimuove. Anzi; in molt’altri
Paesi il vasto pelago opportuno
Ai nocchier sitibondi util comparte,
Dolci dal salso gorgo acque esalando.
Tal dunque uscir da quella fonte ponno
1315Que’ semi e insinuarsi entro alla stoppa;
Ove poi che s’uniscono e nel legno
Penetran delle faci, agevolmente
Ardon, perchè le faci anco e la stoppa
Molti semi di fuoco in sè nascondono.
1320Forse non vedi tu che, se a’ notturni
Lumi di fresco spenta una lucerna
S’accosta, ella in un súbito s’accende
Pria che giunga alla fiamma? E nella stessa
Guisa arder soglion le facelle; e molte
1325Cose, oltre a ciò, dal vapor caldo a pena
Tocche, pria da lontan splendono accese
Che l’empia il foco da vicino. Or questo
Stesso creder si dee che in quella fonte
Anco all’aride faci accader possa.
1330Nel resto, io prendo a dir qual di natura
Scambievole amistade opri che questa
Pietra che i Greci con paterna voce
Già magnète appellâr, perch’ella nacque
Ne’ confin di Magnesia, e ’n lingua tósca
1335Calamita vien detta, allettar possa
Il ferro e a sè tirarlo. Or questa pietra
Ammirata è da noi, perch’ella forma
Spesso di vari anelli una catena
Da lei pendente. E ben tal or ne lice
1340Cinque vederne e più, con ordin certo
Disposti, esser da lieve aura agitati,
Qual or questo da quello a lei di sotto
Congiunto pende e quel da questo i lacci
Riconosce e ’l vigor del nobil sasso:
1345Tanto la forza sua penetra e vale!
Ma d’uopo è che in materie di tal sorta,
Pria che di ciò che si propose alcuna
Verisimil ragion possa assegnarsi,
Sian molte cause stabilite e ferme;
1350E per troppo intrigate e lunghe vie
Giungervi ne convien: tu dunque attente
Con desïoso cuor porgi l’orecchie.
Primieramente confessar n’è d’uopo,
Che di ciò che si vede alcuni corpi
1355Spirin continuo e sian vibrati intorno
I quai, gli occhi ferendo a noi, la vista
Sian atti a risvegliarne, e che da certe
Cose esalin perpetuo alcuni odori;
Qual dal sole il calor, da’ fiumi il freddo,
1360Dal mare il flusso ed il reflusso edace
Dell’antiche muraglie a’ lidi intorno;
Nè cessin mai di trasvolar per l’aure
Suoni diversi: e finalmente in bocca
Spesso di sapor salso un succo scende,
1365Quando al mar siam vicini; ed all’incontro,
Riguardando infelici il tetro assenzio,
Ne sentiam l’amarezza. In così fatta
Guisa da tutti i corpi il corpo esala
E per l’aere si sparge in ogni parte:
1370Nè mora o requie in esalando alcuna
Gli è concesso già mai, mentre ne lice
Continuo il senso esercitare, e tutte
Veder sempre le cose e sempre udire
Il suono ed odorar ciò che n’aggrada.
1375Or convien che di nuovo io ti ridica
Quanto raro e poroso abbiano il corpo
Tutte le cose di che ’l mondo è adorno:
Il che, se ben rammenti, anco è palese
Fin dal carme primier. Poichè, quantunque
1380Sia di ciò la notizia utile a molte
Cose, principalmente in questo stesso
Di ch’io m’accingo a ragionarti è d’uopo
Subito stabilir che nulla ai sensi
Esser può sottoposto altro che corpo
1385Misto col vôto. Pria dentro alle cave
Grotte sudan le selci, e distillanti
Gocce d’argenteo umor grondano i sassi:
Stilla in noi dalla cute il sudor molle;
Cresce al mento la barba, al capo il crine,
1390Il pelo in ogni membro: entro le vene
Si sparge il cibo e s’augumenta, e nutre,
Non che l’estreme parti, i denti e l’ungna.
Passar pe ’l rame similmente il freddo
Senti e ’l caldo vapor; senti passarlo
1395Per l’oro e per l’argento, allor ch’avvinci
Con man la coppa: e finalmente il suono
Vola per l’angustissime fessure
Di ben chiuso edificio: il gel dell’acque
Penetra e delle fiamme il tenue spirto
1400E de’ corpi odorosi e de’ fetenti
L’alito acuto: anzi del ferro stesso
Non curar la durezza e penetrarlo
Suol, là ’ve d’ogni intorno il corpo è cinto
Di fino usbergo, il contagioso morbo,
1405Ben che venga di fuori: e le tempeste
Insorte in terra e ’n ciel fuggon repente
Dalla terra e dal ciel: chè nulla al mondo
Può di non raro corpo esser contesto.
S’arroge a ciò, che non han tutti un senso
1410I corpi che vibrati esalan fuori
Da’ sensibili oggetti, e che non tutte
Pôn le cose adattarsi a un modo stesso.
Primieramente; il sol ricuoce e sforza
La terra a inaridirsi; e pure il sole
1415Dissolve il ghiaccio, e l’altamente estrutte
Nevi co’ raggi suoi su gli alti monti
Rende liquide e molli: al fin la cera
Esposta al suo vapor si strugge e manca.
Il fuoco similmente il rame solve
1420E l’oro e ’l fa flussibile, ma tragge
Le carni e ’l cuoio, e in un l’accoglie e stringe.
L’acqua il ferro e l’acciar tratto dal fuoco
Indura, e dal calor le carni e ’l cuoio
Indurato ammollisce. Alle barbute
1425Capre sì grato cibo è l’oleastro,
Che quasi asperso di nettareo succo
Par che stilli d’ambrosia; ove all’incontro
Nulla è per noi più di tal fronde amaro.
Timidi al fin l’amaraceno e tutti
1430Fuggon gli unguenti i setolosi porci,
Perchè spesso è per loro aspro veleno
Quel che col grato odor sembra che l’uomo
Tal or ricrei: ma pel contrario il fango,
A noi spiacevolissimo, agl’immondi
1435Porci è sì dilettevole, che tutti
Insazïabilmente in lui convolgonsi.
Rimane ancor da dichiararsi, innanzi
Che di ciò ch’io proposi io ti ragioni,
Che, avendo la natura a varie cose
1440Molti pori concesso, egli è pur forza
Ch’e’ sian tra lor diversi e ch’abbian tutti
La lor propria natura e le lor vie.
Poichè son gli animai di vari sensi
Dotati, e ciascun d’essi in sè riceve
1445Il proprio obietto; chè ’l sapore altrove
Penètra, altrove il suon, l’odore altrove.
In oltre: insinuarsi altre ne’ sassi
Cose veggiamo, altre nel legno ed altre
Passar per l’oro, e penetrar l’argento
1450Altre ed altre il cristal: poichè tu miri
Quinci scorrer la specie, ir quindi il caldo,
E per gli stessi luoghi un più d’un altro
Corpo rapidamente il varco aprirsi.
Chè certo a ciò la lor natura stessa
1455Gli sforza, varïando in molti modi
Le vie, qual poco innanzi io t’ho dimostro,
Per le forme difformi e per l’interne
Testure. Or; poi che stabilite e ferme
Tai cose e con buon ordine disposte,
1460Quasi certe premesse, a te palesi
Già sono, o Memmo, apparecchiate e pronte;
Nel resto agevolmente indi mi lice
La ragione assegnarti e la verace
Causa svelarti, onde l’erculea pietra
1465Con incognita forza il ferro tragga.
Pria: forz’è che tal pietra in aria esali
Fuor di sè molti corpi, onde un fervore
Nasca che tutta l’aria urti e discacci
Posta tra ’l ferro e lei. Tosto che vôto
1470Dunque comincia a divenir lo spazio
Predetto e molto luogo in mezzo resta,
D’uop’è che sdrucciolando i genitali
Semi del ferro entro a quel vano uniti
Caggian repente, e che lo stesso anello
1475Segua, e tutto così corra pel vôto.
Chè cos’altra non v’ha che da’ suoi primi
Elementi connessa et implicata
Stia con lacci più forti insieme avvinta
Del freddo orror del duro ferro. E quindi
1480Meraviglia non è, se molti corpi
Dal ferro insorti per lo vano a volo
Non van, qual poco innanzi io t’ho dimostro,
Senza che ’l moto lor lo stesso anello
Non segua: il che fa certo, e ’l segue ratto,
1485Fin che giunga alla pietra e ad essa omai
Con catene invisibili s’attacchi.
Questo avvien similmente in ogni parte,
Onde vôto rimanga alcun frapposto
Spazio, che, o sia da’ fianchi o sia di sopra
1490Tosto caggiono in lui tutti i vicini
Corpi; poich’agitati esternamente
Son da’ colpi continui e per sè stessi
Forza non han da sormontar nell’aure.
S’arroge a ciò, per aiutarne il moto,
1495Che, tosto che da fronte al detto anello
L’aer più grave è divenuto e ’l luogo
Più vacuo, incontinente avvien che l’aria
Che dietro gli è quasi ’l promuova e spinga
Da tergo innanzi; poichè l’aer sempre
1500Tutto ciò che circonda intorno sferza.
Ma spinge il ferro allor, perchè lo spazio
Vôto è dall’un de’ lati e può capirlo.
Questo, poi che del ferro alle minute
Parti s’è sottilmente insinuato,
1505Pe’ suoi spessi meati innanzi ’l caccia,
Quasi vela e navilio ala di vento.
Al fin: tutte le cose entro il lor corpo,
Con ciò sia che ’l lor corpo è sempre raro,
Dènno aver d’aria qualche parte; e l’aria
1510Tutte l’abbraccia d’ogn’intorno e cinge.
Quindi è che l’aria che nel ferro è chiusa
Con sollecito moto esternamente
È mai sempre agitata; e però sferza
Dentro e muove l’anello, e vêr la stessa
1515Parte ove già precipitò una volta
E nel van, presa forza, indrizza il corso.
Si scosta ancor dal detto sasso e fugge
Tal volta il ferro, et a vicenda amico
Il segue e le s’appressa. Io stesso ho visto
1520Entro a’ vasi di rame a’ quai supposta
Sia calamita saltellar gli anelli
Di Samotracia e i piccioli ramenti
Di ferro in un con essi ir furïando:
Sì par che di fuggir da questa pietra
1525Goda il ferro et esulti, ove interposto
Sia rame. E nasce allor discordia tanta,
Perchè, poi che nel ferro entra e l’aperte
Vie del rame il fervor tutte interchiude,
Indi a lui l’ondeggiar segue del sasso,
1530E, trovando già pieno ogni meato
Del ferro, omai non ha, com’avea innanzi,
Luogo ond’oltra varcar: dunque costretto
Vien nel moto ad urtar spesso e percuotere
Nelle ferree testure; e in simil guisa
1535Lungi da sè le spinge, e per lo rame
L’agita; e senza quel poi le risorbe.
Nè qui vogl’io che meraviglia alcuna
Tu prenda, che ’l fervor che sempre esala
Fuor di tal pietra a discacciar bastante
1540Non sia nel modo stesso anco altri corpi.
Poichè nel pondo lor parte affidati
Restano immoti, e tal è l’oro; e parte,
Perchè raro hanno il corpo e passa intatto
Il magnetico flutto, in alcun luogo
1545Scacciati esser non ponno, e di tal sorte
Par che sia ’l legno. Or la natura adunque
Del ferro in mezzo posta, allor che l’aria
Certi minimi corpi in sè riceve,
Spinta è da’ fiumi del magnesio sasso.
1550Nè tai cose però sono alïene
Dall’altre in guisa tal, ch’io non ne possa
Molte contar ch’unitamente insieme
Si congiungono anch’esse. In prima io veggio
Con la sola calcina agglutinarsi
1555Le pietre e i sassi. Si congiunge insieme
Con la colla di toro il legno in guisa
Che l’interne sue vene assai più spesso
Soglion di propria imperfezione aprirsi
Che di punto allentar le commessure
1560I taurini lacci abbian possanza.
Con l’umor delle fonti il dolce succo
Del vin si mesce: il che non può la grave
Pece e l’olio leggier; ma piomba al fondo
Quella delle chiar’acque, e vi sormonta
1565Questo e galleggia. Il porporin colore
Dell’eritree conchiglie anch’ei sommerso
Cade: e pur questo stesso unqua non puote
Dall’amica sua lana esser disgiunto;
Non, se tu, per ridurla al suo natio
1570Candor, col flutto di Nettuno ogni arte
Ogni industria porrai; non, se lavarla
Voglia con tutte l’acque il mar profondo.
Al fin; con un tal glutine s’unisce
L’argento all’oro, e con lo stagno il rame
1575Si salda al rame. E quante omai ne lice
Altre cose trovar di questa sorta!
Che dunque? Nè tu d’uopo hai di sì lunghi
Rivolgimenti di parole, ed io
Perdo qui troppo tempo: onde sol resta,
1580Memmo, che tu dal poco apprenda il molto.
Quei corpi, ch’a vicenda han le testure
Tai che ’l cavo dell’uno al pien dell’altro
S’adatti insieme, uniti ottimamente
Stanno: ed anco esser può ch’abbian alcuni
1585Altri principii lor, quasi in anelli
Percurvi a foggia d’ami; e quindi accaggia
Ch’e’ s’avvinchin l’un l’altro: il che succedere
Dêe, più ch’a nulla, a questa pietra e al ferro.
Or; qual sia la cagion che i fieri morbi
1590Reca, e d’onde repente a pena insorto
Possa il cieco velen d’orrida peste
Strage tanto mortifera all’umano
Germe inspirar, non ch’agli armenti e a’ greggi,
Brevemente dirotti. In prima adunque
1595Sai che già t’insegnammo esser vitali
All’uom molti principii ed anco molti
Morbi a noi molti cagionarne e morte.
Questi, poi che volando a caso insorti
Forte il ciel conturbâr, rendono infetto
1600L’aere: e quindi vien poi tutto il veleno
Del morbo e del contagio; o per di fuori,
Come vengon le nuvole e le nebbie
Pel ciel cacciate dal soffiar de’ venti;
O dalla stessa terra umida e marcia
1605Per piogge e soli intempestivi insorto
Spira e vola per l’aria e la corrompe.
Forse non vedi ancor tosto infermarsi
Per novità di clima e d’aria e d’acqua
Chi di lontan paese ove già visse
1610Giunge a’ nostri confin? sol perchè molto
Vario è da questo il lor paterno cielo.
Poichè quanto crediam che differente
Sie dall’anglico ciel l’aria d’Egitto
Là ’ve l’artico polo è sempre occulto?
1615E quanto varïar stimi da Gade
Di Ponto il clima e dagli Etiopi adusti?
Con ciò sia che non pur fra sè diversi
Son que’ quattro paesi e sottoposti
Ai quattro venti principali, ai quattro
1620Punti avversi del ciel; ma vari ancora
Gli uomini di color molto e di faccia
Hanno. E generalmente ogni nazione
Vive alle proprie infirmità soggetta.
Nasce in mezzo all’Egitto e lungo il fiume
1625Del Nilo un certo mal che lebbra è detto;
Nè più s’estende. In Atíde assaliti
Son dalle gotte i piè. Difetto e duolo
Soglion gli occhi patir dentro agli achivi
Confini; e ad altre membra ed altre parti
1630Altro luogo è nemico: il vario clima
Genera un tal effetto. E quindi avviene
Che, s’un cielo stranier turba e commuove
Sè stesso e l’aria a noi nemica ondeggia,
Serpe qual nebbia a poco a poco o fumo,
1635E tutto, ovunque passa agita e turba
L’aere e tutto il trasmuta, e finalmente
Giunto nel nostro ciel dentro il corrompe
Tutto e a sè l’assomiglia e stranio il rende.
Tosto dunque un tal morbo una tal nuova
1640Strage cade o nell’acque o nelle stesse
Biade penétra o in altri cibi e pasti
D’uomini e d’animali; o ancor sospeso
Resta nell’aria il suo veleno; e quindi,
Misto spirando e respirando il fiato,
1645Siam con l’aure vitali a ber costretti
Quei mortiferi semi: in simil guisa
Suol la peste sovente anco assalire
I buoi cornuti e le belanti greggie.
Nè monta s’in paese a noi nemico
1650Si vada e muti cielo, o se un corrotto
Aere spontaneamente a noi d’altronde
Se n’ voli o qualche grave e inconsueto
Spirto che nel venir generi il morbo.
Una tal causa di contagio un tale
1655Mortifero bollor già le campagne
Ne’ cecropi confin rese funeste,
Fe’ diserte le vie, di cittadini
Spopolò la città. Poichè, venendo
Da’ confin dell’Egitto ond’ebbe il primo
1660Origin suo, molto di cielo e molto
Valicato di mar, le genti al fine
Di Pandïone assalse. Indi appestati
Tutti a schiere morían. Primieramente
Essi avean d’un fervore acre infiammata
1665La testa e gli occhi rosseggianti e sparsi
Di sanguinosa luce. Entro le fauci
Colavan marcia; e da maligne e tetre
Ulcere intorno assediato e chiuso
Era il varco alla voce; e degli umani
1670Sensi e segreti interprete la lingua
D’atro sangue piovea, debilitata
Dal male, al moto grave, aspra a toccarsi.
Indi, poi che ’l mortifero veleno
Sceso era al petto per le fauci e giunto
1675All’affannato cuor, tutti i vitali
Claustri allor vacillavano. Un orrendo
Puzzo volgea fuor per la bocca il fiato,
Similissimo a quel che spira intorno
Da’ corrotti cadaveri. Già tutte
1680Languian dell’alma e della mente affatto
L’abbattute potenze, e su la stessa
Soglia omai della morte il corpo infermo
Languiva anch’egli. Un’ansïosa angoscia
Del male intollerabile compagna
1685Era: e misto col fremito un lamento
Continuo e spesso un singhiozzar dirotto,
Notte e dì, senza requie, a ritirarsi
Sforzando i nervi e le convulse membra,
Sciogliea dal corpo i travagliati spirti,
1690Noia a noia aggiugnendo e duolo a duolo.
Nè di soverchio ardor fervide alcuno
Avea l’estime parti; anzi in toccarle
Tepide si sentian. Di quasi inuste
Ulcere rosseggiante era per tutto
1695L’infermo corpo; in quella guisa a punto
Che suole allor che per le membra il sacro
Fuoco si sparge. Ardean nel petto intanto
Divorate le viscere; una fiamma
Nello stomaco ardea quasi in accesa
1700Fornace; sì che non potean le membra
Fuor che la nudità, nulla soffrire,
Ben che tenue e leggiero. Al vento al freddo
Volontari esponeansi: altri di loro
Nell’onde algenti si lanciâr de’ fiumi:
1705Molti precipitosi a bocca aperta
Si gettavan ne’ pozzi. Era sì intensa
La sete che immergea gli aneli corpi
Insazïabilmente entro le fredde
Acque, che breve stilla all’arse fauci
1710Parean gli ampi torrenti. Alcuna requie
Non avea ’l mal: stanchi giacean gl’infermi:
Timida l’arte macaonia e mesta
Non s’ardia favellar. L’intere notti
Privi affatto di sonno i lumi ardenti
1715Stralunavan degli occhi. Ed altri molti
Davan segni di morte: era dell’alma
Perturbata la mente e sempre involta
Fra cordoglio e timor; rugoso il ciglio,
Severo il volto e furibondo; in oltre
1720Sollecite l’orecchie e d’un eterno
Rumore ingombre; il respirar frequente,
O grande e raro; d’un sudor gelato
Madido il collo e splendido; gli sputi
Tenui piccioli e salsi, e d’un colore
1725Simile al croco, e per l’arsicce e rauche
Fauci da grave tossa a pena eretti.
I nervi in oltre delle mani attrarsi
Solean, tremar gli articoli, e da’ piedi
Salir pian piano all’altre membra un gelo,
1730Duro nunzio di morte: avean compresse
Fino all’estremo dì le nari, in punta
Tenue il naso ed aguzzo, occhi sfossati,
Cave tempie e contratte, e fredda ed aspra
Pelle ed orrido ceffo e tesa fronte.
1735Nè molto gìa, che da penosa e cruda
Morte oppressi giacean: la maggior parte
Perian l’ottavo dì, molti anche il nono
Esalavan lo spirto. E se alcun d’essi
V’era, chè v’era pur, che da sì fiero
1740Morbo scampasse, ei non di men, corroso
Da sozze piaghe e da soverchia e nera
Proluvie d’alvo estenuato, al fine
Tisico si moria. Con grave duolo
Di testa anco tal or putrido un sangue
1745Grondar solea dall’oppilate nari
In sì gran copia, che, prostrate e dome
Dell’infermo le forze, a dileguarsi
Quindi ’l corpo astringea. Chi poi del tetro
Sangue schifava il gran profluvio, ingombri
1750Tosto i nervi e gli articoli dal grave
Malor sentiasi e fin l’istesse parti
Genitali del corpo. Altri, temendo
Gravemente la morte, il viril sesso
Troncâr col ferro; altri restaro in vita
1755Privi de’ piedi e delle mani, ed altri
Perdean degli occhi i dolci amati lumi:
Tale avean del morir tema e spavento.
E molti ancor della trascorsa etade
La memoria perdean, sì che sè stessi
1760Non potean più conoscere. E, giacendo
Qua e là di cadaveri insepolti
Smisurate cataste, i corvi i cani
I nibbi i lupi non per tanto e l’altre
Fiere belve ed uccelli o fuggian lungi
1765Per ischifarne il lezzo o, tocche a pena
Con l’affamato rostro o col digiuno
Dente le carni lor, tremanti al suolo
Cadeano anch’essi e vi languian morendo.
Nè però temerario alcun augello
1770Ivi il giorno apparia, nè delle selve
Nel notturno silenzio uscian le fere:
Languían di lor la maggior parte oppresse
Dal morbo e si morian. Principalmente
Steso in mezzo alle vie de’ fidi cani
1775L’abbattuto vigor l’egra e dolente
Alma vi deponea; poichè ’l veleno
Contagioso del mal toglieali a forza
Dalle membra la vita. Erano a gara
Rapiti i vasti funerali e senza
1780L’usate pompe. Alcun rimedio certo
Più comun non v’avea. Quel ch’ad alcuno
Diede il volgersi in petto il vital spirto
Dell’aria e ’l vagheggiar del cielo i templi,
Ruina ad altri apparecchiava e morte.
1785Fra tanti e sì gran mali era il peggiore
D’ogni altro e ’l più crudele e miserando,
Ch’a pena il morbo gli assalía che tutti,
Quasi a morte dannati e privi affatto
D’ogni speranza, sbigottiti e mesti
1790Giaceansi; e, con pietoso occhio guardando
Degli altri i funerali, anch’essi in breve
Senz’aiuto aspettar nel luogo stesso
Giaceansi. E questo sol più che null’altro
Strage a strage aggiungea; chè ’l rio veleno
1795Dell’ingordo malor sempre acquistava
Nuove forze dagli egri, e sempre quindi
Nuova gente assalía. Poichè; chiunque;
Troppo di viver desïoso e troppo
Timido di morir fuggia gl’infermi,
1800Di visitar negando i suoi più cari
Amici, anzi sovente, empio, aborrendo
La madre il padre la consorte i figli;
Con morte infame, abbandonati e privi
D’ogni umano argomento, il fio dovuto
1805Pagavan poi di sì gran fallo, e quasi
Bestie a torme morian per poca cura.
Ma chi pronto accorrea per aiutarli
Periva o di contagio o di soverchia
Fatica, a cui di sottoporsi astretto
1810Era dalla vergogna e dalle voci
Lusinghiere degli egri e di lamenti
Queruli miste. Di tal morte adunque
Morian tutti i migliori. E, contrastando
Di seppellir negli altrui luoghi i propri
1815Lor morti, dalle lagrime e dal pianto
Tornavan stanchi a’ loro alberghi: in letto
Quindi giacea la maggior parte oppressa
Da mestizia e dolor. Nè si potea
Trovare in tempo tale un che non fosse
1820Infermo o morto o in grave angoscia e in pianto.
In oltre; ogni pastore ogni guardiano
D’armenti e già con essi egri languieno
I nervuti bifolchi; e, nell’anguste
Lor capanne stivati e dall’orrenda
1825Mendicità più che dal morbo oppressi,
S’arrendean alla morte. Ivi mirarsi
Potean su i figli estinti i genitori
Cader privi di vita, ed all’incontro
Spesso de’ cari pegni i corpi lassi
1830Sovra i padri e le madri esalar l’alma.
Nè di sì grave mal picciola parte
Concorse allor dalle vicine ville
Nella città: quivi il portò la copia
De’ languidi villan, che vi convenne
1835D’ogni parte appestata. Era già pieno
Ogni luogo ogni albergo: onde, angustiati
Da sì fatte strettezze, ognor più cruda
La morte allor gli accumulava a monti.
Molti, da grave insopportabil sete
1840Aspramente abbattuti, il proprio corpo
Gían voltolando per le strade; e giunti
Alle bramate silani, ivi distesi
Giaceansi in abbandono, e con ingorde
Brame nel dolce umor bevean la morte.
1845E molte anco, oltr’a ciò, veduto avresti
Per le pubbliche vie miseramente
D’ogn’intorno perir languide membra
D’uomini semivivi, orride e sozze
Di funesto squallore, e ricoperte
1850Di vilissimi stracci, immonde e brutte
D’ogni lordura, e con l’arsiccia pelle
Secca su le nud’ossa e quasi affatto
Nelle sordide piaghe omai sepolta.
Tutti al fin degli dèi gli eccelsi templi
1855Eran pieni di morti, e d’ogn’intorno
Di cadaveri onusti: i lor custodi
Fatti in van per pietà d’ospiti infermi
Gli avean refugio. Degli eterni e santi
Numi la maestà la veneranda
1860Religïon quasi del tutto omai
s’era posta in non cale: il duol presente
Superava il timor. Più non v’avea
Luogo l’antica usanza onde quel pio
Popolo seppellir solennemente
1865Solea gli estinti: ognun confuso e mesto
S’avacciava all’impresa, e al suo consorte,
Come meglio potea, dava il sepolcro,
E molti ancor, da súbito accidente
E da terribil povertà costretti,
1870Fêr cose indegne: i consanguinei stessi
Ponean con alte e spaventose strida
Su i roghi altrui, vi supponean l’ardenti
Faci; e spesso fra lor gravi contese
Facean con molto sangue, anzi che privi
1875D’ufficio estremo abbandonare i corpi.


LIBRO 2

Dolce è mirar da ben sicuro porto
L’altrui fatiche all’ampio mare in mezzo,
Se turbo il turba o tempestoso nembo;
Non perchè sia nostro piacer giocondo
5Il travaglio d’alcun, ma perchè dolce
È se contempli il mal di cui tu manchi:
Nè men dolce è veder schierati in campo
Fanti e cavalli e cavalieri armati
Far tra lor sanguinose aspre battaglie.
10Ma nulla mai si può chiamar più dolce
Ch’abitar, che tener ben custoditi
De’ saggi i sacri templi onde tu possa,
Quasi da rôcca eccelsa ad umil piano,
Chinar tal volta il guardo, e d’ogn’intorno
15Mirar gli altri inquïeti e vagabondi
Cercar la via della lor vita, e sempre
Contender tutti o per sublime ingegno
O per nobile stirpe, e giorno e notte
Durare intollerabili fatiche
20Sol per salir delle ricchezze al sommo
E potenza acquistar, scettri e corone.
Povere umane menti, animi privi
Del più bel lume di ragione, oh quanta
Quant’ignoranza è quella che vi offende!
25Ed oh fra quanti perigliosi affanni
Passate voi questa volante etade
Che ch’ella siasi! Or non vedete aperto
Che nulla brama la natura e grida
Altro già mai, se non che sano il corpo
30Stia sempre e che la mente ognor gioisca
De’ piaceri del senso e da sè lungi
Cacci ogni noia ed ogni tema in bando?
Chiaro dunque n’è pur che poco è ’l nostro
Bisogno, onde la vita si conservi,
35Onde dal corpo ogni dolor si scacci.
Che s’entro a regio albergo intagli aurati
Di vezzosi fanciulli accese faci
Non tengon nelle destre, ond’abbian lume
Le notturne vivande emulo al giorno;
40Se non rifulge ampio palagio e splende
D’argento e d’òr; se di soffitte aurate
Tempio non s’orna e di canore cetre
Risonar non si sente; ah che, distesi
Non lungi al mormorar d’un picciol rio
45Che ’l prato irrighi, i pastorelli all’ombra
D’un platano selvaggio, allegri danno
Il dovuto ristoro al proprio corpo;
Massime allor che la stagion novella
Gli arride e l’erbe di be’ fior cosperge.
50Nè più tosto già mai l’ardente febbre
Si dilegua da te, se d’oro e d’ostro
E d’arazzi superbi orni il tuo letto,
Che se in veste plebea le membra involgi.
Onde, poscia che nulla al corpo giova
55Onor ricchezza nobiltade o regno,
Creder anco si dee che nulla importi
Il rimanente all’animo: se forse,
Qualor di guerra in simolacro armate
Miri le squadre tue, non fugge allora
60Ogni religïon dalla tua mente
Da tal vista atterrita, e non ti lascia
Il petto allora il rio timor di morte
Libero e sciolto e d’ogni cura scarco.
Che se tai cose esser veggiam di riso
65Degne e di scherno, e che i pensier noiosi
Degli uomini seguaci e le paure
Pallide e macilenti il suon dell’armi
Temer non sanno e delle frecce il rombo;
Se fra’ regi e potenti han sempre albergo
70Audacemente, e non apprezzan punto
Nè dell’oro il fulgor nè delle vesti
Di porpora imbevute i chiari lampi;
Qual dubbio avrai che tutto questo avvenga
Sol per mancanza di ragione, essendo
75Massime tutto quanto il viver nostro
Nell’ombra involto di profonda notte?
Poichè, siccome i fanciulletti al buio
Temon fantasmi insussistenti e larve,
Sì noi tal volta paventiamo al sole
80Cose che nulla più son da temersi
Di quelle che future i fanciulletti
Soglion fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì vano terror sì cieche tenebre
Schiarir bisogna e via cacciar dall’animo,
85Non co’ be’ rai del sol, non già co’ lucidi
Dardi del giorno a saettar poc’abili
Fuor che l’ombre notturne e i sogni pallidi,
Ma col mirar della natura e intendere
L’occulte cause e la velata imagine.
90Su dunque: io prendo a raccontarti, o Memmo,
Come della materia i primi corpi
Generin varie cose, e, generate
Ch’e l’hanno, le dissolvano, e da quale
Vïolenza a far ciò forzati sieno,
95E qual abbiano ancor principio innato
Di muoversi mai sempre e correr tutti
Or qua or là per lo gran vano a volo.
Tu ciò ch’io parlo attentamente ascolta.
Chè certo i primi semi esser non ponno
100Tutti insieme fra lor stivati affatto;
Veggendo noi diminuirsi ogn’ora
E per soverchia età languir le cose
E sottrar la vecchiezza agli occhi nostri,
Mentre che pur salva rimane in tanto
105La somma; con ciò sia che, da qualunque
Cosa il corpo s’involi, ond’ei si parte
Toglie di mole, e dov’ei viene accresce,
E fa che questo invecchia e quel fiorisce,
Nè punto vi si ferma. In cotal guisa
110Il mondo si rinnova, et a vicenda
Vivon sempre fra lor tutti i mortali.
S’un popol cresce, uno all’incontro scema;
E si cangian l’etadi in breve spazio
Degli animali, e della vita accese,
115Quasi cursori, han le facelle in mano.
Se credi poi che delle cose i semi
Possan fermarsi e nuovi moti dare
In tal guisa alle cose, erri assai lunge
Fuor della dritta via della ragione.
120Poi che, vagando per lo spazio vôto
Tutti i principii, è pur mestiero al certo
Che sian portati o dal lor proprio peso
O forse spinti dall’altrui percosse;
Poi che, allor ch’e’ s’incontrano e di sopra
125S’urtan veloci l’un con l’altro, avviene
Che vari in varie parti si riflettono:
Nè meraviglia è ciò, perchè durissimi
Son tutti e nulla gl’impedisce a tergo.
Et acciò che tu meglio anco comprenda
130Che tutti son della materia i corpi
Vibrati eternamente, or ti rammenta
Che non ha centro il mondo ove i principii
Possan fermarsi, et è lo spazio vôto
D’ogn’intorno disteso in ogni parte
135Senza fin, senza meta e senza termine,
Conforme innanzi io t’ho mostrato a lungo
Con vive e gagliardissime ragioni.
Il che pur noto essendo, alcuna quiete
Per lo vano profondo i corpi primi
140Non han già mai; ma, più e più commossi
Da forza interna irrequïeta e varia,
Una parte di lor s’urta e risalta
Per grande spazio ripercossa e spinta,
Un’altra ancor per piccoli intervalli
145Vien per tal colpo a raggrupparsi insieme,
E tutti quei che, d’unïon più densa
Insieme avviluppati ed impediti
Dall’intrigate lor figure, ponno
Sol risaltar per breve spazio indietro,
150Formano i cerri e le robuste querce
E del ferro feroce i duri corpi
E i macigni e i dïaspri e gli adamanti:
Quelli che vagan poi pel vôto immenso
E saltan lungi assai veloci e lungi
155Corron per grande spazio in varie parti,
Posson l’aere crearne e l’aureo lume
Del sole e delle stelle erranti e fisse.
Ne vanno ancor per lo gran vano errando
Senz’unirsi già mai, senza potere
160Accompagnar non ch’altro i propri moti.
Della qual cosa un simulacro vivo
Sempre innanzi a’ nostri occhi esposto abbiamo:
Poscia che, rimirando attento e fiso,
Allor che ’l sol co’ raggi suoi penétra
165Per picciol fôro in una buia stanza,
Vedrai mischiarsi in luminosa riga
Molti minimi corpi in molti modi,
E quasi a schiere esercitar fra loro
Perpetue guerre, or aggrupparsi ed ora
170L’un dall’altro fuggirsi e non dar sosta:
Onde ben puoi congetturar da questo
Qual sia l’esser vibrati eternamente
Per lo spazio profondo i primi semi.
Sì le picciole cose a noi dar ponno
175Contezza delle grandi e i lor vestigi
Quasi additarne e la perfetta idea.
Tieni a questo, oltr’a ciò, l’animo attento:
Ciò è, che i corpi, che vagar tu miri
Entro a’ raggi del sol confusi e misti,
180Mostrano ancor che la materia prima
Ha moti impercettibili ed occulti.
Chè molti quivi ne vedrai sovente
Cangiar viaggio, e risospinti indietro
Or qua or là or su or giù tornare
185E finalmente in ogni parte. E questo
È sol perchè i principii, i quai per sè
Muovonsi, e quindi poi le cose piccole
E quasi accosto alla virtù de’ semi,
Dagli occulti lor colpi urtate, anch’elleno,
190Vengon commosse, ed esse stesse poi
Non cessan d’agitar l’altre più grandi.
Così dai primi corpi il moto nasce,
E chiaro fassi a poco a poco al senso;
Sì che si muovon quelle cose al fine
195Che noi per entro a’ rai del sol veggiamo,
Nè per qual causa il fanno aperto appare.
Or che principio da natura i corpi
Della prima materia abbian di moto
Quindi imparar puoi brevemente, o Memmo.
200Pria; quando l’alba di novella luce
Orna la terra e che per l’aer puro
Vari augelli volando in dolci modi
D’armonïose voci empion le selve,
Come ratto allor soglia il sol nascente
205Sparger suo lume e rivestirne il mondo,
Veggiam ch’è noto e manifesto a tutti:
Ma quel vapor quello splendor sereno,
Ch’ei da sè vibra, per lo spazio vôto
Non passa; ond’è costretto a gir più tardo,
210Quasi dell’aere allor l’onde percuota:
Nè van disgiunti i corpicelli suoi,
Ma stretti ed ammassati; onde fra loro
Insieme si ritirano, e di fuori
Han mille intoppi, in guisa tal che pure
215Vengon forzati ad allentare il corso.
Non così fanno i genitali corpi
Per lor simplicitade impenetrabili:
Ma; quando volan per lo spazio vôto,
Nè fuor di loro impedimento alcuno
220Trovan che gli trattenga, e, dai lor luoghi
Tosto che mossi son verso una sola
Verso una sola parte il volo indrizzano;
Debbono allor viepiù veloci e snelli
De’ rai del sol molto maggiore spazio
225Passar di luogo in quel medesmo tempo
Ch’i folgori del sol passano il cielo;
Poscia che da consiglio o da sagace
Ragione i primi semi esser non ponno
Impediti già mai nè ritardati,
230Nè vanno ad una ad una investigando
Le cose per conoscere in che modo
Nell’universo si produca il tutto.
Ma sono alcuni che di questo ignari,
Si credon che non possa la natura
235Della materia per se stessa e senza
Divin volere in così fatta guisa
Con umane ragioni e moderate
Mutare i tempi e generar le biade,
Nè far null’altro a cui di gire incontra
240Persuade i mortali e gli accompagna
Qual gran piacer che della vita è guida,
Acciò le cose i secoli propaghino
Con veneree lusinghe e non perisca
L’umana specie: onde, che fosse il tutto
245Per opra degli dèi fatto dal nulla,
Fingono. Ma, per quanto a me rassembra
Essi in tutte le cose han travïato
Molto dal ver: poichè, quantunque ignoti
Mi sian della materia i primi corpi,
250Io non per tanto d’affermare ardisco,
Per molte e molte cause e per gli stessi
Movimenti del ciel, che l’universo
Che tanto è difettoso esser non puote
Da Dio creato: e quant’io dico, o Memmo,
255Dopo a suo luogo narrerotti a lungo.
Or del moto vo’ dir quel che mi resta.
Qui, s’io non erro, di provarti è luogo
Che per se stessa alcuna cosa mai
Non può da terra sormontare in alto.
260Nè già vorrei che t’ingannasse il foco
Ch’all’insù si produce e cibo prende.
E le nitide biade e l’erbe e i fiori
E gli alberi all’insù crescono anch’essi,
Benchè per quanto s’appartiene a loro,
265Tutti e sempre all’ingiù caschino i pesi.
Nè creder dêi che la vorace fiamma,
Allor che furïosa in alto ascende
E dell’umili case e de’ superbi
Palagi i tetti in un momento atterra,
270Opri ciò da sè stessa e senza esterna
Forza che l’urti. Il che pur anco accade
Al nostro sangue, se dal corpo spiccia
Per piccola ferita e poggia in aria
E ’l suolo asperge di vermiglie stille.
275Forse non vedi ancor con quanta forza
Risospinga all’insù l’umor dell’acqua
Le travi e gli altri legni? poichè, quanto
Più altamente gli attuffiamo in essa
E con gran vïolenza a pena uniti
280Molti di noi ve gli spingiam per dritto,
Ella tanto più ratta e desïosa
Da sè gli scaccia e gli rigetta in alto
In guisa tal, che quasi fuori affatto
Sorgon dall’onde ed all’insù risaltano:
285Nè per ciò dubitiamo, al parer mio,
Che per sè stesse entro lo spazio vôto
Scendan le travi e gli altri legni al basso.
Ponno dunque in tal guisa anco le fiamme
Dall’aria che le cinge in alto espresse
290Girvi quantunque per sè stessi i pesi
Si sforzin sempre di tirarle al basso.
E non vedi tu forse al caldo estivo
Le notturne del ciel faci volanti
Correr sublimi e menar seco un lungo
295Tratto di luce in qualsivoglia parte
Gli apra il varco natura? Il sole ancora,
Quando al più alto suo meriggio ascende,
L’ardor diffonde d’ogn’intorno e sparge
Di lume il suol: verso la terra adunque
300Vien per natura anco l’ardor del sole.
I fulmini volar miri a traverso
Le grandinose piogge: or quinci or quindi
Dalle nubi squarciate i lampi strisciano,
E caggion spesso anco le fiamme in terra.
305Bramo, oltr’a ciò, che tu conosca, o Memmo,
Che, mentre a volo i genitali corpi
Drittamente all’ingiù vanno pel vôto,
D’uopo è ch’in tempo incerto in luogo incerto
Sian fermamente da’ lor propri pesi
310Tutti sforzati a declinare alquanto
Dal lor dritto vïaggio, onde tu possa
Solo affermar che sia cangiato il nome,
Poichè, se ciò non fosse, il tutto al certo
Per lo vano profondo in giù cadrebbe
315Quasi stille di pioggia, e mai non fôra
Nato fra i primi semi urto o percossa,
Onde nulla già mai l’alma natura
Crear potrebbe. Che se pure alcuno
Si pensa forse ch’i più gravi corpi
320Scendan più ratti per lo retto spazio
E per di sopra ne’ più lievi inciampino,
Generando in tal guisa urti e percosse
Che possan dare i genitali moti;
Erra senz’alcun dubbio, e fuor di strada
325Dalla dritta ragion molto si scosta.
Poscia che ben ciò che per l’aria e l’acqua
Cade all’ingiuso il suo cadere affretta
E de’ pesi a ragion ratto discende,
Perchè il corpo dell’acqua e la natura
330Tenue dell’aria trattener non puote
Ogni cosa egualmente e vie più presto
Convien che vinta alle più gravi ceda:
Ma pel contrario in alcun tempo il vôto
In parte alcuna alcuna cosa mai
335Non basta ad impedire, ond’ella il corso
Non segua ove natura la trasporta;
Onde tutte le cose, ancor che mosse
Da pesi disuguali, aver dovranno
Per lo vano quïeto egual prestezza.
340Non ponno dunque ne’ più lievi corpi
Inciampare i più gravi e per di sopra
Colpi crear per sè medesmi, i quali
Faccian moti diversi, onde natura
Produca il tutto: ed è pur forza al certo
345Che dechinino alquanto i primi semi,
Nè più che quasi nulla; acciò non paia
Ch’io finga adesso i movimenti obliqui
E che ciò poi la verità rifiuti.
Poscia ch’a tutti è manifesto e conto
350Che mai non ponno per sè stessi i pesi
Fare obliquo viaggio, allor che d’alto
Veder gli puoi precipitare al basso:
Ma che i principii poi non torcan punto
Dalla lor dritta via, chi veder puote?
355Se finalmente ogni lor moto sempre
Insieme si raggruppa e dall’antico
Sempre con ordin certo il nuovo nasce,
Nè travïando i primi semi fanno
Di moto un tal principio, il qual poi rompa
360I decreti del fato, acciò non segua
L’una causa dall’altra in infinito;
Onde nel mondo gli animali han questa,
Onde han questa, dich’io, dal fato sciolta
Libera volontà, per cui ciascuno
365Va dove più gli aggrada? I moti ancora
Si dechinan sovente, e non in certo
Tempo nè certa regïon, ma solo
Quando e dove comanda il nostro arbitrio;
Poichè senz’alcun dubbio a queste cose
370Dà sol principio il voler proprio, e quindi
Van poi scorrendo per le membra i moti.
Non vedi ancor che i barbari cavalli
Allor che disserrata in un sol punto
È la prigion, non così tosto il corso
375Prendon come la mente avida brama?
Poichè per tutto il corpo ogni materia
Atta a far ciò dee sollevarsi e spinta
Scorrer per ogni membro, acciò con essa
Della mente il desio possa seguire.
380Onde conoscer puoi che ’l moto nasce
Dal cuore, e che ciò pria dal voler nostro
Procede e quindi poi per tutto il corpo
E per tutte le membra si diffonde.
Nè ciò avvien come quando a forza siamo
385Cacciati innanzi; poi che allora è noto
Ch’è rapita dal corpo ogni materia
Ad onta nostra in fin che per le membra
Un libero voler possa frenarla.
Già veder puoi come, quantunque molti
390Da vïolenza esterna a lor mal grado
Sian forzati sovente a gire innanzi
E sospinti e rapiti a precipizio,
Noi non per tanto un non so che nel petto
Nostro portiam che di pugnarle incontra
395Ha possanza e d’ostarle, al cui volere
Dalla stessa materia anco la copia
Talor forzata a scorrer per le membra
E cacciata si frena e torna indietro.
Per la qual cosa confessar t’è forza
400Che questo stesso a’ primi semi accaggia,
E ch’oltre a’ pesi alle percosse agli urti
Abbian qualch’altra causa i moti loro;
Onde poscia è con noi questa possanza
Nata; perchè già mai nulla del nulla
405Non poter generarsi è manifesto.
Chè vieta il peso che per gli urti il tutto
Formato sia quasi da forza esterna:
Ma, che la mente poi d’uopo non abbia
Di parti interïori ond’ella possa
410Far poi tutte le cose e vinta sia
A soffrire, a patir quasi costretta,
Ciò puote cagionar de’ primi corpi
Il picciol devïar dal moto retto
Nè mica in luogo certo o certo tempo.
415Nè fu già mai della materia prima
Più stivata la copia o da maggiori
Spazi divisa; poichè quindi nulla
S’accresce o scema. Onde quel moto in cui
Son ora i primi corpi in quel medesmo
420Furono ancor nella trascorsa etade
E fian nella futura; e tutto quello
Che fin qui s’è prodotto è per prodursi
Anco nell’avvenire, e con le stesse
Condizïoni e nella stessa guisa
425Essere e crescer debbe, e tanta possa
Avere in sè medesmo a punto quanta
Per naturale invarïabil legge
Gli fu sempre concessa. Nè la somma
Varïar delle cose alcuna forza
430Non può già mai; perchè, nè dove alcuna
Spezie di semi a ricovrar se ’n vada
Lungi dal tutto non si trova al mondo,
Nè meno ond’altra vïolenza esterna
Crear si possa e penetrar nel tutto
435Impetuosamente e la natura
Mutarne e volger sottosopra i moti.
Non creder poi che maraviglia apporti
Che, essendo tutti i primi semi in moto
La somma non pertanto in somma quiete
440Paia di star, se non se fosse alcuno
Mostra del proprio corpo i movimenti.
Poscia che de’ principii ogni natura
Lungi da’ nostri sensi occulta giace:
Onde, se quelli mai veder non puoi,
445Ti fien anco nascosti i moti loro;
Massime perchè spesso accader suole
Che quelle cose che veder si ponno
Celan mirate da lontana parte
Anch’elle i propri moti agli occhi nostri.
450Poichè sovente in un bel colle aprico
Le pecore lanute a passi lenti
Van bramose tosando i lieti paschi,
Ciascuna ove la chiama, ove l’invita
La di fresca rugiada erba gemmante,
455E vi scherzan lascivi i grassi agnelli
Vezzosamente saltellando a gara:
E pur tai cose, se da lungi il guardo
Vi s’affissa da noi, sembran confuse
E ferme, quasi allor s’adorni e veli
460Di bianca sopravvesta il verde colle.
In oltre; allor che poderose e grandi
Schiere di guerra in simolacro armate
Van con rapido corso i campi empiendo,
E su prodi cavalli i cavalieri
465Volan lungi dagli altri e furibondi
Scuoton con urto impetuoso il campo;
Quivi al cielo il fulgor se stesso inalza,
Quivi splende la terra, e l’aria intorno
Arde tutta e lampeggia, e sotto i piedi
470De’ valorosi eroi s’eccita un suono,
Che misto con le strida e ripercosso
Dai monti in un balen s’erge alle stelle:
E pur luogo è ne’ monti onde ci sembra
Starsi nel campo un tal fulgore immoto.
475Or via; da quinci innanzi intendi omai
Quali sian delle cose i primi semi,
E quanto l’un dall’altro abbian diverse
E difformi le forme e le figure,
Non perchè sian di poco simil forma
480Molti di lor, ma perchè tutti eguali
D’ogn’intorno non han tutte le cose.
Nè maraviglia è ciò; poscia che, essendo
Tanta la copia lor che fine o somma,
Come già dimostrammo, aver non puote,
485Ben creder deesi che non tutti in tutto
Possan tutte le parti aver dotate
D’egual profilo o di simil figura.
Oltr’a ciò, l’uman germe e i muti armenti
Degli squammosi pesci e i lieti arbusti
490E le fere selvagge e i vari augelli,
O vuoi quei che dell’acque i luoghi ameni
Amano e vansi spazïando intorno
Alle rive de’ fiumi ai fonti, ai laghi,
O quei che delle selve abitatori
495Volan di ramo in ramo: or tu di questi
Segui pur a pigliar qual più t’aggrada
Generalmente, e troverai che tutti
Han figure diverse e forme varie.
Nè potrebbero i figli in altra guisa
500Raffigurar le madri nè le madri
Riconoscere i figli: e pur veggiamo
Che ciò far ponno e senza error, non meno
Che gli uomini fra lor si raffigurano.
Poichè sovente innanzi ai venerandi
505Templi de’ sommi dèi cade il vitello
Presso a fumante altar d’arabo incenso,
E dal petto piagato un caldo fiume
Sparge di sangue: ma l’afflitta ed orba
Madre pe’ boschi errando in terra lascia
510Del bipartito piede impresse l’orme;
Cerca con gli occhi ogni riposto luogo
S’ella veder pur una volta possa
Il perduto suo parto, e ferma spesso
Di queruli muggiti empie le selve,
515E spesso torna dal desio trafitta
Del caro figlio a riveder la stalla:
Nè rugiadose erbette o salci teneri,
Mormoranti ruscelli o fiumi placidi
Non posson dilettarla o svïar punto
520L’animo suo dalla noiosa cura,
Nè degli altri giovenchi altrove trarla
Le mal note bellezze, o i grassi paschi
Allevïarle il duol che la tormenta:
Sì va cercando un certo che di proprio
525Ed a lei manifesto. I tenerelli
Capretti inoltre alle lor voci tremole
Et al rauco belar gli agni lascivi
Riconoscono pur l’irsute madri
E le lanose. In cotal guisa ognuno,
530Qual natura richiede, il dolce latte
Delle proprie sue mamme a sugger corre.
Di grano al fin qualunque specie osserva;
E vedrai nondimen ch’ei non ha tanta
Somiglianza fra sè, ch’anco non abbia
535Qualche difformitade: e per la stessa
Ragion vedrai che della terra il grembo
Dipingon le conchiglie in varie guise
Là dove bagna il mar con l’onde molli
Del curvo lido l’assetata arena.
540Onde senz’alcun dubbio è pur mestiero
Che per la stessa causa i primi corpi
Poscia che son dalla natura anch’essi
E non per opra manual formati,
Abbian varie fra lor molte figure.
545Già sciôr possiamo agevolmente il dubbio,
Per qual cagione i fulmini cadenti
Molto più penetrante abbiano il foco
Di quel che nasce da terrestri faci:
Con ciò sia che può dirsi che, il celeste
550Ardor del fulmin più sottile essendo,
Composto sia di piccole figure,
Onde penétri agevolmente i fóri
Che non può penetrare il foco nostro
Generato da’ legni. In oltre; il lume
555Passa pe ’l corno, ma la pioggia indietro
Ne vien rispinta; or per qual causa è questo,
Se non perchè del lume assai minori
Gli atomi son di quegli onde si forma
L’almo liquor dell’acque? E perchè tosto
560Vegghiam colarsi il vino, ed il restio
Olio all’incontro trattenersi un pezzo?
O perchè gli ha maggiori i propri semi
O più curvi e l’un l’altro in vari modi
A foggia d’ami avviluppati insieme;
565Ond’avvien poi che non sì presto ponno
L’un dall’altro strigarsi e penetrare
I fóri ad uno ad uno e fuori uscirne.
S’arroge a ciò; che con soave e dolce
Senso gusta la lingua il biondo mèle
570E ’l bianco latte; ed all’incontro il tetro
Amarissimo assenzio e ’l fier centauro
Con orribil sapor crucia il palato;
Ond’apprender tu possa agevolmente
Che son composti di rotondi e lisci
575Corpi que’ cibi che da noi gustati
Posson toccar soavemente il senso;
Ma quelle cose poi ch’acerbe ed aspre
Ci sembrano i lor semi hanno all’incontro
Vie più adunchi e l’un l’altro a foggia d’ami
580Strettamente intrigati, onde le vie
Sogliono risecar de’ nostri sensi
E con l’entrata dissiparne il corpo.
Al fin; tutte le cose al senso grate
E l’ingrate al toccar pugnan fra loro
585Per le varie figure onde son fatte:
Acciò tu forse non pensassi, o Memmo,
Che l’aspro orror della stridente sega
Formato fosse di rotondi e lisci
Principii anch’egli, in quella guisa stessa
590Che la soave melodia si forma
Da musico gentile, allor che sveglia
Con dotta man l’armonïose corde
Di canoro strumento; e non pensassi
Che con la stessa forma i primi corpi
595Possano penetrar nelle narici
Dell’uomo, allor che i puzzolenti e tetri
Cadaveri s’abbruciano ed allora
Che tutta è sparsa di cilicio croco
La nuova scena e di panchei profumi
600Arde di Giove il sacrosanto altare;
E non credessi che i color leggiadri
E le nostre pupille a pascer atti
Abbian simíli i propri semi a quelli
Che pungon gli occhi a lagrimar forzando
605E paion brutti e spaventosi in vista:
Poichè ogni causa che diletta e molce
I sensi ha lisci i suoi principii al certo;
Ma ciò ch’è pel contrario aspro e molesto
Ha la materia sua scabrosa e rozza.
610Son poscia alcuni corpi, i quali affatto
Non debbono a ragion lisci stimarsi
Nè con punte ritorte affatto adunchi;
Poi che più tosto han gli angoletti loro
In fuori alquanto, e che più tosto ponno
615Solleticar che lacerare il senso,
Qual può dirsi la feccia ed i sapori
Dell’enula campana. E finalmente
Che la gelida brina e ’l caldo foco,
Dentati in varie guise, in varie guise
620Pungono il senso, e l’un e l’altro tatto
Chiaro ne porge e manifesto indizio.
Poscia che ’l tatto, il tatto, oh santi numi!,
Senso è del corpo; o quando alcuna cosa
Esterna lo penétra, o quando nuoce
625A quel che gli è nativo, o fuori uscendo
Ne dà venereo genital diletto,
O quando offesi entro lui stesso i semi
Ed insieme commossi ed agitati
Turbano i nostri sensi e gli confondono;
630Come potrai sperimentar tu stesso,
Se talor con la man percuoti a caso
Del proprio corpo qualsivoglia parte,
Ond’è mestier che de’ principii primi
Sian pur molto fra lor varie le forme,
635Che vari sensi han di produr possanza.
Al fin; le cose che più dure e dense
Sembrano agli occhi nostri è d’uopo al certo
Ch’abbiano adunchi i propri semi e quasi
Ramosi e l’un con l’altro uniti e stretti;
640Tra le quai senza dubbio il primo luogo
Hanno i diamanti a disprezzare avvezzi
Ogni urto esterno, e le robuste selci
E ’l duro ferro e ’l bronzo il qual percosso
Suol altamente rimbombar ne’ chiostri.
645Ma quel ch’è poi di liquida sostanza
Convien che fatto di rotondi e lisci
Principii sia; poichè fra lor frenarsi
Non ponno i suoi viluppi e verso il basso
Han volubile il corso. In somma tutto
650Ciò che fuggirsi in un sol punto scorgi,
Com’il fumo e la nebbia il foco e ’l vento,
Se men degli altri hanno rotondi e lisci
I lor primi principii, è forza al meno
Ch’e’ non gli abbian ritorti e strettamente
655L’un con l’altro congiunti, acciò sian atti
A punger gli occhi e penetrar ne’ sassi
Senza che stiano avviticchiati insieme:
Il che vede ciascuno esser concesso
Di conoscere a’ sensi, onde tu possa
660Apprender facilmente ch’e’ non sono
Fatti d’adunchi, ma d’acuti semi.
Ma che amari tu vegga i corpi stessi
Che son liquidi e molli, a punto come
È del mare il sudor, non dèi per certo
665Meraviglia stimar: poichè, quantunque
Sia ciò ch’è molle di rotondi e lisci
Semi composto, nondimen fra loro
Doloriferi corpi anco son misti:
Nè per ciò fa mestier ch’e’ siano adunchi
670E l’un l’altro intrigati, ma più tosto
Debbon, benchè scabrosi, esser rotondi,
Acciò che insieme agevolmente scorrere
Possano al basso e lacerare i sensi.
Ma; perchè tu più chiaramente intenda
675Esser misti co’ lisci i rozzi e gli aspri
Principii, onde ha Nettuno amaro il corpo;
Sappi che dolce aver da noi si puote
L’acqua del mar, pur che per lungo tratto
Sia di terra colata e caggia a stille
680In qualche pozza e placida diventi;
Poscia che a poco a poco ella depone
Del suo tetro veleno i semi acerbi,
Come quelli che ponno agevolmente,
Stante l’asprezza lor, fermarsi in terra.
685Or, ciò mostrato avendo, io vo’ seguire
A congiunger con questo un’altra cosa
Che quindi acquista fede: ed è che i corpi
Della materia varïar non ponno
Le lor figure in infinite guise:
690Chè, se questo non fosse, alcuni semi
Già dovrebbon di nuovo ai corpi misti
Apportar infinito accrescimento.
Poichè non in qualunque angusta mole
Si posson molto varïare insieme
695Le lor figure: con ciò sia che fingi
Ch’e’ sian pur quanto vuoi minuti e piccoli
I primi semi, indi di tre gli accresci
O di poc’altri; e troverai per certo
Che, se tu piglierai tutte le parti
700Di qualche corpo, e varïando i luoghi
Sommi con gl’imi e co’ sinistri i destri,
Dopo ch’in ogni guisa avrai provato
Qual dia specie di forme a tutto il corpo
Ciascun ordine lor, nel rimanente,
705Se tu forse vorrai cangiar figure,
Anco altre parti converratti aggiungere:
Quindi avverrà che l’ordine ricerchi
Per la stessa cagion nuove altre parti,
Se tu forme cangiar vorrai di nuovo.
710Dunque col varïar delle figure
S’augumentano i corpi: onde non dèi
Creder che i semi abbian tra lor difformi
Le forme in infinito, acciò non forzi
Ad esser cose smisurate al mondo:
715Il che già falso io ti provai di sopra.
Già le barbare vesti e le superbe
Lane di Melibea tre volte intinte
Nel sangue di tessaliche conchiglie,
E dell’aureo pavon l’occhiute penne
720Di ridente lepor cosperse intorno,
Da novelli colori oppresse e vinte
Giacerebbero omai; nè della mirra
Sarìa grato l’odor nè del soave
Mèle il sapore; e l’armonia de’ cigni
725Ed i carmi febei sposati al suono
Di cetra tocca con dedalea mano
Fôran già muti; con ciò sia che sempre
Nascer potriano alcune cose al mondo
Più dell’antiche prezïose e care,
730Ed alcun’altre più neglette e vili
Al palato agli orecchi al naso agli occhi.
Il che falso è per certo, ed ha la somma
E dell’une e dell’altre un fin prescritto:
Ond’è pur forza confessar che i semi
735Forme infinite varïar non ponno.
Dal caldo, al fine, alle pruine algenti
È finito passaggio, ed all’incontro
Per la stessa ragion dal gelo al foco;
Poichè finisce l’un e l’altro, e posti
740Sono il tiepido e ’l fresco a loro in mezzo,
Adempiendo per ordine la somma.
Distanti adunque le create cose
Per infinito spazio esser non ponno,
Poscia c’han d’ogni banda acute punte
745Quinci infeste alle fiamme e quindi al ghiaccio.
Il che mostrato avendo, io vo’ seguire
A congiunger con questa un’altra cosa
Che quindi acquista fede: ed è che i semi
C’han da natura una figura stessa
750Sono infiniti. Con ciò sia che, essendo
Finita delle forme ogni distanza,
Forz’è pur che le simili fra loro
Sian infinite o sia finita almeno
La somma: il che già falso esser provammo.
755Or, poi che ciò t’è noto, io vo’ mostrarti
In pochi, ma soavi e dolci versi,
Che de’ primi principii i corpicciuoli
Sono infiniti in qualsivoglia specie
Di forme, e sol così posson la somma
760Delle cose occupar, continuando
D’ogn’intorno il tenor delle percosse.
Poichè, se ben tu vedi esser più rari
Certi animali e men feconda in essi
La natura ti par, ben puote un’altra
765O terra o luogo o regïon lontana
Esserne piu ferace ed adempirne
In cotal guisa il numero: sì come
Veggiam che fra i quadrupedi succede
Spezialmente agli anguimani elefanti;
770De’ quai l’India è sì fertile che cinta
Sembra d’eburneo impenetrabil vallo,
Tal di quei bruti immani ivi è la copia;
Benchè fra noi se ne rimiri a pena
Qualch’esempio rarissimo. Ma; posto
775Che fosse al mondo per natura un corpo
Cotanto singolar ch’a lui simíle
Null’altro sia nell’universo intero;
Se non per tanto de’ principii suoi
Non fia la moltitudine infinita,
780Ond’egli concepirsi e generarsi
Possa, non potrà mai nascere al mondo
Nè, benchè nato, alimentarsi e crescere.
Poichè fingi con gli occhi che finiti
Semi d’una sol cosa in varie parti
785Vadan pel vano immenso a volo errando:
Onde, dove, in che guisa e con qual forza,
In così vasto pelago e fra tanta
Moltitudine altrui, potranno insieme
Accozzarsi giammai? Per quanto io credo,
790Ciò non faranno in alcun modo al certo.
Ma; qual, se nasce in mezzo all’onde insane
Qualche grave naufragio, il mar cruccioso
Sparger sovente in varie parti suole
Banchi, antenne, timoni, alberi e sarte,
795Poppe e prore e trinchetti e remi a nuoto.
In guisa che mirar puote ogni spiaggia
Delle navi sommerse i fluttuanti
Arredi, ch’avvertir dovrian ciascuno
Mortale ad ischifar del mare infido
800E l’insidie e la forza e i tradimenti
Nè mai fidarsi ancor che alletti e rida
L’ingannatrice sua calma incostante:
Tal, se tu fingi in qualche specie i semi
Da numero compresi, essi dovranno
805Per lo vano profondo esser dispersi
In varie parti da diversi flutti
Della prima materia, in guisa tale
Ch’e’ non potran congiungersi o congiunti
Trattenersi un sol punto in un sol gruppo
810Nè per nuovo concorso augumentarsi.
E pur, che l’un e l’altro apertamente
Si faccia, il fatto stesso a noi ben noto
Ne mostra, e che formarsi e che formate
Posson crescer le cose. È chiaro adunque
815Che sono in ogni specie innumerabili
Semi onde vien somministrato il tutto.
Nè superare eternamente ponno
I moti a lor mortiferi nè meno
Seppellir la salute eternamente,
820Nè di sempre serbar da morte intatte
Le cose una sol volta al mondo nate
Gli accrescitivi corpi hanno possanza.
Tal con pari certame insieme fanno
Battaglia i semi infra di lor contratta
825Fin da tempo infinito. Or quinci or quindi
Vince la vita, ed all’incontro è vinta:
Mista al rogo è la cuna, ed al vagito
De’ nascenti fanciulli il funerale:
Nè mai notte seguío giorno nè giorno
830Notte, che non sentisse in un confusi
Col vagir di chi nasce il pianto amaro
Della morte compagno e del feretro.
Abbi in oltre per fermo e tieni a mente,
Che nulla al mondo ritrovar si puote
835Che d’un genere sol di genitali
Corpi sia generato e che non abbia
Misti più semi entro a se stesso; e quanto
Più varie forze e facoltà possiede,
Tanto in sè stesso esser più specie insegna
840D’atomi differenti e varie forme.
Pria la terra contiene i corpi primi,
Onde con moto assiduo il mare immenso
Si rinnovi da’ fonti i quai sossopra
Volgono i fiumi; ha d’onde nasca il foco,
845Poi ch’acceso in più luoghi il suol terrestre
Arde, ma più d’ogni altro è furibondo
L’incendio d’Etna; ha poi donde le biade
E i lieti arbusti erga per l’uomo, ed onde
Porga alle fere per le selve erranti
850E le tenere frondi e i grassi paschi.
Ond’ella sol fu degli dèi gran madre
Detta e madre de’ bruti e genitrice
De’ nostri corpi. E ne cantaro a prova
Degli antichi poeti i più sovrani
855Ch’Argo ne desse; e finser che sublime
Sovr’un carro a seder sempre agitasse
Due leon domi ed accoppiati al giogo,
Affermando oltr’a ciò che pende in aria
La gran macchina sua, nè può la terra
860Fermarsi in terra; aggiunsero i leoni,
Sol per mostrar ch’ogni più crudo germe
Dee, la natia sua ferità deposta,
Rendersi a’ genitori obbedïente
Vinto da’ loro officii; al fin gli ornaro
865La sacra testa di mural corona,
Perch’ella regge le città munite
Di luoghi illustri. Or di sì fatta insegna
Cinta per le gran terre orrevolmente
Si porta ognor della divina madre
870L’imagin santa. Ella da genti varie
Per antico costume è nominata
Ne’ sacrifici la gran madre Idea.
Le aggiungon poscia le troiane turbe
Per sue fide seguaci; essendo fama
875Che pria da quei confini incominciasse
A generarsi a propagarsi il grano:
Le danno i Galli, per mostrar che quegli
Ch’avranno offeso di lor madre il nume
O sieno ingrati a’ genitor, non sono
880Degni d’esporre a’ dolci rai del giorno
Delle viscere lor prole vivente.
Dalle palme percossi in suon terribile
Tuonan timpani tesi e cavi cembali,
E con rauco cantar corni minacciano,
885E la concava tibia in frigio numero
Suona e le menti altrui risveglia e stimola.
E gli portano innanzi orrendi fulmini
In segno di furore, acciò bastevoli
Siano a frenar con la paura gli animi
890Ingrati della plebe e i petti perfidi,
Di cotal dèa la maestà mostrandoli.
Or, tosto ch’ella entro le gran cittadi
Vien portata, di tacita salute
Muta arricchisce gli uomini mortali.
895Spianan tutte le vie d’argento e bronzo,
Dan larghe offerte, e nevigando un nembo
Di rose fanno alla gran madre ed anco
De’ seguaci alle turbe ombra cortese.
Qui di frigi Coreti armata squadra
900(Sì gli chiamano i Greci) insieme a sorte
Suonan catene, ed a tal suon concordi
Muovon saltando i passi ebri di sangue;
E percotendo con divina forza
De’ lor elmi i terribili cimieri
905Rappresentan di Creta i Coribanti,
Che, siccome la fama al mondo suona,
Già di Giove il vagito ivi celaro,
Allor ch’intorno ad un fanciullo armato
Menâr gli altri fanciulli in cerchio un ballo
910Co’ bronzi a tempo percotendo i bronzi,
Acciò dal proprio genitor sentito
Divorato non fosse e trafiggesse
Con piaga eterna della madre il petto.
Quindi accompagnan la gran madre armati,
915O forse per mostrar che la n’avverte
A difender col senno e con la spada
La patria terra ed a portar mai sempre
E decoro e presidio ai genitori.
Le quali tutte cose, ancor che dette
920Con ordin vago a meraviglia e bello,
Son però false senza dubbio alcuno.
Chè d’uopo è pur che ’n somma eterna pace
Vivan gli dèi per lor natura e lungi
Stian dal governo delle cose umane,
925D’ogni dolor, d’ogni periglio esenti,
Ricchi sol di sè stessi e di sè fuori
Di nulla bisognosi, e che nè merto
Nostro gli alletti o colpa accenda ad ira.
Ma la terra di senso in ogni tempo
930Manca senz’alcun dubbio, e, perchè tiene
Di molte cose entro al suo grembo i semi,
Molti ancor ne produce in molti modi.
Qui; se alcun vuol chiamar Nettuno il mare,
Cerere il grano, et abusar più tosto
935Di Bacco il nome che la propria voce
Pronunzïar del più salubre umore;
Concediamogli pur ch’egli a sua voglia
Dica gran madre degli dèi la terra;
Pur che ciò sia veracemente falso.
940Sovente adunque, ancor che pascan l’erba
D’un prato stesso sotto un cielo stesso
E pecore lanute e di cavalli
Prole guerriera ed aratori armenti
E bevan l’acqua d’un medesmo fiume,
945Vivon però sotto diversa specie,
E de’ lor genitori in sè ritengono
Generalmente la natura e sanno
Imitarne i costumi: or tanto vari
I corpi son della materia prima
950In ogni specie d’erba in ogni fiume.
Anzi, oltre a questo, ogni animal si forma
Di tutte queste cose, umido sangue,
Ossa, vene, calor, viscere e nervi,
Le quai son pur fra lor diverse e nate
955Da principii difformi. E similmente
Ciò ch’arde il foco, se null’altro, almeno
Sol di sè stesso somministra i corpi
Che vibrar il calor, sparger la luce,
Agitar le scintille e largamente
960Possono intorno seminar le ceneri.
E se tu con la mente in simil guisa
L’altre cose contempli ad una ad una,
Senz’alcun dubbio troverai che tutte
Celan nel proprio corpo e vi han ristretto
965Molti semi diversi e varie forme.
Al fin: tu vedi in molte cose unito
Con l’odore il sapor: dunque è pur d’uopo
Che queste abbian dissimili figure.
Poichè l’odor penétra in quelle membra
970Ove non entra il succo, e similmente
Penetra i sensi separato il succo
Dal sapor delle cose; onde s’apprende
Ch’ei le prime figure ha differenti:
Dunque forme difformi in un sol gruppo
975Certamente s’uniscono e si forma
Di misto seme il tutto. Anzi tu stesso
Puoi sovente vedere ne’ nostri versi
Esser comuni a molte voci e molte
Molti elementi, e non per tanto è d’uopo
980Dir che d’altri elementi altre parole
Sian pur composte; non perchè comuni
Si trovin poche lettere o non possano
Formarsi mai delle medesme appunto
Due voci varie, ma perchè non tutte
985Hanno ogni cosa in ogni parte eguale.
Or similmente all’altre cose accade,
Che, se ben molte hanno comuni i semi,
Possono ancor di molto vario gruppo
Formarsi al certo: ond’a ragion si dica
990Che d’atomi diversi ognor si creino
Gli augelli i pesci gli animai le piante.
Nè creder dèi che non per tanto unirsi
Possan tutti i principii in tutti i modi;
Perchè nascer vedresti in ogni parte
995Ognor nuovi portenti; umane forme
Miste a forme di fere, e rami altissimi
Spuntar tal volta da vivente corpo,
E molte membra d’animai terrestri
Con quelle degli acquatici congiungersi,
1000E le chimere con orribil bocca
Fiamme spirando partorire al mondo
Il tutto e pascer la natura a pieno.
Del che nulla esser vero aperto appare,
Mentre veggiam da genitrice certa
1005Nascer tutte le cose e crescer poi
Da certi semi e conservar la specie.
E d’uopo è ben che tutto questo accaggia
Per non dubbia ragion: Poichè a ciascuno
Scendon da tutti i cibi entro alle membra
1010I propri corpi, onde congiunti fanno
Convenevoli moti; ed all’incontro
Veggiam gli altrui dalla natura in terra
Ributtarsi ben tosto, e molti ancora
Fuggon cacciati da percosse occulte
1015Pe’ meati insensibili del corpo,
I quai nè unirsi ad alcun membro o quivi
Produr moti vitali ed animarsi
Non poteron già mai. Ma, perchè forse
Tu non credessi a queste leggi astretti
1020Solo i viventi, una ragione stessa
Decide il tutto: che, siccome in tutta
L’essenza lor le generate cose
Son fra sè varie, in cotal guisa appunto
Forz’è che di dissimili figure
1025Abbiano i semi lor; non perchè molte
Sian di forma fra lor poco simili,
Ma sol perchè non tutte in ogni parte
Hanno eguale ogni cosa: or, vari essendo
I semi, è di mestier che differenti
1030Sian le percosse l’unïoni i pesi
I concorsi le vie gli spazi i moti,
I quai non pur degli animali i corpi
Disgiungon, ma la terra e ’l mar profondo
E ’l cielo immenso dal terrestre globo.
1035Or porgi in oltre a questi versi orecchio
Da me con soavissima fatica
Composti, acciò tu non pensassi, o Memmo,
Cbe nate sian di candidi principii
Le bianche cose e che di nero seme
1040Si producan le nere, o pur che quelle
Che son gialle o vermiglie, azzurre o perse
O rancie o di qualunque altro colore,
Sol tali sian perchè il color medesmo
Della prima materia abbiano i corpi:
1045Poscia ch’i primi semi affatto privi
Son di tutti i colori, e non può dirsi
Ch’in ciò le cose a’ lor principii sieno
Simili nè dissimili. E, se forse
Paresse a te che l’animo non possa
1050Veder corpi cotali, erri per certo
Lungi dal ver: poichè, se i ciechi nati,
Che mai del sol non rimirâr la luce,
Conoscon pur sol per toccarli i corpi,
Benchè fin da fanciulli alcun colore
1055Non abbian visto, è da saper che ponno
Anco le nostre menti aver notizia
De’ corpi affatto d’ogni liscio privi.
Al fin; ciò che da noi nel buio oscuro
Si tocca al senso dimostrar non puote
1060Colore alcuno. Or, perch’io già convinco
Che ciò succede, io vo’ mostrarlo adesso.
Poscia ch’ogni color del tutto in tutti
Si cangia: il che per certo a patto alcuno
Far mai non ponno i genitali corpi
1065Chè forza è pur ch’invarïabil resti
Di chi muor qualche parte, acciò le cose
Non tornin tutte finalmente al nulla;
Poichè, qualunque corpo il termin passa
Da natura prescritto all’esser suo,
1070Quest’è sua morte, e non è più quel desso:
Per la qual cosa attribuir non dèi
Colore ai semi, acciò per te non torni
Il tutto in tutto finalmente al nulla.
Se in oltre i primi corpi alcun colore
1075Non hanno, hanno però forme diverse
Atte a produrli e varïarli tutti.
Con ciò sia che, oltre a questo, importa molto
Come sian misti i primi semi e posti;
Acciò tu possa agevolmente addurre
1080Pronte ragioni, ond’è che molti corpi
Che poc’anzi eran neri in un momento
Di marmoreo candor se stessi adornino,
Com’il mar, se talvolta irato il turba
Vento che spiri dall’arene maure,
1085Cangia in bianco alabastro i suoi zaffiri.
Poscia che dir potrai che spesso il nero,
Tosto ch’internamente agita e mesce
La sua prima materia, e varia alquanto
L’ordine de’ principii e ch’altri aggiunti
1090Corpi gli sono, altri da lui sottratti,
Puote agli occhi apparir candido e bianco.
Chè se dell’oceàn l’onde tranquille
Fosser composte di cerulei semi,
Non potrebber già mai cangiarsi in bianche:
1095Poichè, comunque si commuova un corpo
Di ceruleo color, non puote al certo
Di candidezza alabastrina ornarsi.
Chè: se dipinti di color diverso
Fossero i semi onde si forma un solo
1100Puro e chiaro nitor del sen di Teti,
Come sovente di diverse forme
Fassi un solo quadrato; era pur d’uopo
Che siccome da noi veggonsi in questo
Forme difformi, anco del mar tranquillo
1105Si vedesser nell’onde od in qualunque
Altro puro nitor vari colori.
Le figure, oltr’a ciò, benchè diverse,
Non ponno ostar che per di fuori il tutto
Quadro non sia: ma posson bene i vari
1110Colori delle cose oprar che nulla
D’un sol chiaro nitor s’orni e risplenda.
Senza che, ogni ragion ch’induce altrui
Ad assegnare alla materia prima
Differenti colori è vana affatto:
1115Poichè di bianchi semi i bianchi corpi
Non si veggon crear, nè men di neri
I neri, ma di vari e differenti:
Con ciò sia ch’è più facile a capirsi
E piu agevole a farsi, che da seme
1120Privo d’ogni color nascan le cose
Candide, che da nero o da qualunque
Altro che incontra gli combatta e gli osti.
Perchè, in oltre, i colori esser non ponno
Senza luce, e la luce unqua non mostra
1125La materia svelata agli occhi nostri;
Quindi lice imparar ch’i primi semi
Non son velati da nessun colore;
E qual colore aver potrà già mai
Nelle tenebre cieche, il qual si cangia
1130Nel lume stesso se percosso splende
Con retta luce o con obliqua o mista?
Come piuma che ’l collo e la cervice
D’innocente colomba orni e colori
Or d’acceso rubin fiammeggia ed ora
1135Fra cerulei smeraldi i verdi mesce,
E d’altero pavon l’occhiuta coda,
Qualor pomposo ei si vagheggia al sole,
Cangia così mille colori anch’ella.
I quai poscia che pur son generati
1140Solo allor che la luce urta ne’ corpi.
Non dèi stimar che senza questo possa
Ciò farsi. E perchè l’occhio in sè riceve
Una tal sorta di percosse allora
Ch’ei vede il bianco e senza dubbio un’altra
1145Da quella assai diversa allor ch’ei mira
Il nero e qualsivoglia altro colore,
Nè quale abbian color punto rileva
I corpi che si toccano, ma solo
Qual più atta figura; indi ne lice
1150Saper che nulla han di mestiere i semi
D’alcun colore, e che producon solo
Con varie forme toccamenti vari.
Perchè incerta, oltre a questo è del colore
L’essenza e pende da figure incerte,
1155E tutte posson de’ principii primi
In qualunque chiarezza esser le forme;
Ond’è che ciò che d’esse è poi formato
Anch’ei non è nel modo stesso asperso
D’ogni sorte color? dal che sovente
1160Nascer potrà ch’anco i volanti corvi
Vantin con bianche penne il color bianco,
E di nera materia i cigni neri
Sian fatti o di qualunque altro colore
O puro e schietto o fra sè vario e misto.
1165Anzi che, quanto in più minute parti
Si stritolan le cose, allor succede
Che tu meglio veder possa i colori
Svanir a poco a poco ed annullarsi;
Qual se in piccioli pezzi o l’oro o l’ostro
1170Si frange e ’l sovr’ogni altro illustre e chiaro
Color cartaginese a filo a filo
Si straccia e tutto si disperde in nulla:
Onde tu possa argomentar che prima
Spiran le parti sue tutto il colore,
1175Che scendan delle cose ai primi semi.
Perchè, al fin, tu non credi ch’ogni corpo
Mandi alle nari odor, voci all’orecchie,
Quindi avvien poi che non assegni a tutti
Gli odori e ’l suono: or in tal guisa appunto,
1180Perchè non tutte puoi veder con gli occhi
Le cose, è da saper che sono alcune
Tanto d’ogni color spogliate affatto
Quanto alcune di suon prive e d’odore,
E che non men può l’animo sagace
1185Intender ciò, ch’ei l’altre cose intende
Prive d’altri accidenti e note ai sensi.
Ma; perchè forse tu non creda ignudi
Sol di colore i primi semi; avverti
Che son disgiunti dal colore in tutto
1190E dal freddo e dal tiepido vapore,
E sterili di suon magri di succo
Corron per lo gran vano, e non esalano
Dalla propria sostanza odore alcuno,
Come suol esalarne alle narici
1195Il soave liquor dell’amaraco,
Della mirra l’unguento e il fior del nardo.
E se tu forse esperïenza brami,
Pria convienti cercar, fin che ti lice
E che puoi ritrovar, l’interna essenza
1200Dell’olio inodorifero che alcuna
Alle nostre narici aura non manda,
Acciò, mischiando e digerendo in esso
Molti odori diversi, egli non possa
Rendergli poi del suo veleno infetti.
1205Per questo, in somma, i genitali corpi
Nel generar le cose il proprio odore
Non debbon compatirli o ’l proprio suono,
Perchè nulla da lor puote esalare;
Nè ’l sapor finalmente o ’l freddo o ’l caldo,
1210Per la stessa ragion, nè similmente
Il tiepido vapor. E gli altri corpi;
Che son mortali, e perciò tutti a questa
Legge soggetti, che di molle i teneri,
Di rozza gli aspri, et i porosi in somma
1215Sian di rara sostanza, è d’uopo al certo
Che tutti sian da’ lor principii primi
Diversi; se pur brami ad ogni cosa
Assegnar fondamenti incorruttibili,
Ove possa appoggiarsi ogni salute;
1220Acciò per te tutte le cose al fine
Non sian costrette a dissiparsi in nulla.
Or ciò che sente non di meno è d’uopo
Che di semi insensibili formato
Si confessi da te. Nè pugna il senso
1225Contro a questo ch’io dico, anzi egli stesso
Quasi per mano ad affermar ne guida
Che vero è pur che gli animai non ponno
Se non se d’insensibili principii
Nascer già mai. Poichè veder ne lice
1230Sorger dal tetro sterco i vermi vivi
Allor che per tempeste intempestive
Umido il suolo imputridisce, ed anco
Tutte le cose trasmutar se stesse.
Si trasmutan le frondi i paschi i fiumi
1235In gregge, il gregge si trasmuta anch’egli
In uomini, e degli uomini sovente
Dell’indomite fere e de’ pennuti
Cresce il corpo e la forza: adunque i cibi
Tutti per lor natura in vivi corpi
1240Si cangiano; e di qui nasce ogni senso
Degli animai, quasi nel modo stesso
Che spiega il foco un secco legno in fiamma
E ciò che tocca in cenere rivolta.
Vedi tu dunque omai di qual momento
1245Sia l’ordine de’ semi e la mistura
E i moti che fra lor danno e ricevono?
In oltre ancor; che cosa esser può quella
Che percuote dell’uom l’animo e ’l muove
E lo sforza a produr sensi diversi,
1250Se pur non credi i sensitivi corpi
Di materia insensibile formarsi?
Certamente la terra i legni i sassi,
Ancor che siano in un confusi e misti,
Non producon però senso vitale.
1255Fia dicevole dunque il rammentarsi
Di questa lega de’ principii primi;
Cio è; che non di tutti in tutto a un tratto
Fassi ’l corpo sensibile ed il senso;
Ma che molto rileva in primo luogo
1260Quanto piccioli sian, qual abbian forma
Ordini, moti e positure al fine
Gli atomi che crear denno il sensibile.
Delle quai tutte cose alcun non vede
Nulla ne’ rotti legni e nell’infranto
1265Terreno: e pur, se queste cose sono
Quasi per pioggia putrefatte e guaste,
Generan vermi, perchè, mossi essendo
Della materia i corpi dall’antico
Ordine lor per l’accidente nuovo,
1270S’uniscon poscia in tal maniera insieme
Che d’uopo è pur che gli animai si formino.
In somma; allor che di sensibil seme
Dicon crearsi il sensitivo, in vero
Dall’altre cose a giudicare avvezzi
1275Fanno allor molle la materia prima;
Perch’ogni senso è certamente unito
Alle viscere, ai nervi ed alle vene,
Che pur son molli e di mortal sostanza
Tutte create. Ma sia vero omai
1280Che possan queste cose eternamente
Restare in vita: non per tanto è forza
Ch’elle abbian pure o come parti il senso,
O sian simíli agli animali interi.
Ma non san per sè stesse esser le parti
1285Non che sentir, nè può la mano od altra
Parte del corpo esser da lui divisa
E per sè stessa conservare il senso,
Poichè tosto ogni senso ella rifiuta
Dell’altre membra. Onde riman che solo
1290Agl’intieri animali abbian simile
L’essenza, acciò che d’ogni intorno possano
Sentir con vital senso. Or come adunque
Potran chiamarsi genitali corpi
E la morte fuggir, mentre pur sono
1295Animali ancor essi e co’ mortali
Viventi una sol cosa? il che se pure
Esser potesse, non farian giammai
Dall’unïon divisi altro ch’un volgo
Ed una turba d’animai nel mondo:
1300Come certo non ponno alcuna cosa
Gli uomini generar, le fere, i greggi,
Quando uniti fra lor piglian sollazzo
Venereo, altro che fere, uomini e greggi.
Che se forse, del corpo il proprio senso
1305Perdendo, altro ne acquistano, a che fine
Assegnar li si dee ciò che gli è tolto?
In oltre ancora; il che scansammo avanti;
Fin che veggiam che de’ crestati augelli
Si cangian l’uova in animati polli,
1310E di piccioli vermi il suol ribolle
Allor che per tempeste intempestive
Divien putrido e marcio, indi ne lice
Saper che fassi di non senso il senso.
Ma; se forse dirai crearsi i sensi
1315Sol da non sensi, pur che pria che nasca
Abbia di moto un tal principio il parto;
Sol basterà ch’io ti dimostri aperto,
Che mai senza unïon dei corpi primi
Non si genera il parto e non si muta
1320Nulla senza lor gruppo innanzi fatto.
Poichè per certo la materia sparsa
Per le fiamme pe’ fiumi in aria in terra,
Cose innanzi create, e’ non s’accozza
In convenevol modo, onde comparta
1325Fra sè moto vital, per cui s’accenda
Senso che guardi ’l tutto, e gli animali
Difender possa da’ contrari insulti.
In oltre; ogni animal, se più gran colpo
Che la natura sua soffrir non puote
1330Il fere, in un momento anco l’atterra
E s’avaccia a turbar tutti e scomporre
E del corpo e dell’alma i sentimenti:
Poichè si sciolgon de’ principii primi
Le positure ed impediti affatto
1335Sono i moti vitali infino a tanto
Che squassata e scommossa ogni materia
Per ogni membro il vital nodo scioglie
Dell’anima dal corpo e fuor dispersa
D’ogni proprio ricetto alfin la scaccia.
1340Perchè qual altra cosa oprar può mai
Negli animali un vïolento colpo,
Se non crollarli e dissiparne il tutto?
Succede ancor che per minor percossa
Puon del moto vital gli ultimi avanzi
1345Vincer sovente; vincere, e del colpo
Acquietare i grandissimi tumulti,
E di nuovo chiamar ne’ propri alberghi
Ciò che partissi, e nell’afflitto corpo
Moti produr signoreggianti omai
1350Di morte, e dentro rivocarvi i sensi
Quasi smarriti. Che per qual cagione
Posson più tosto ripigliar vigore
E dallo stesso limitar di morte
Tornare in vita, che partirsi et ire
1355Là dove è già quasi finito il corso?
Perchè il duolo, oltre a questo allor si genera
Che per le membra e per le vive viscere
Da qualche vïolenza i primi corpi
Vengono stimolati e nelle proprie
1360Lor sedi internamente si conturbano;
Ma, quando poscia alla lor prima stanza
Tornano, il lusinghevole piacere
Tosto si crea; quindi saper ne lice
Che mai non posson da dolore alcuno
1365Essere afflitti i genitali corpi
Nè pigliar per sè stessi alcun diletto;
Con ciò sia che non son d’altri principii
Fatti, per lo cui moto aver travaglio
Debbiano o pur qualche soave frutto
1370Di dolcezza gustar: non ponno adunque
Esser dotati d’alcun senso i semi.
Se, ’n somma, acciò che senta ogni animale,
Senso a’ principii suoi deve assegnarsi,
Dimmi che ne avverrà? Fia d’uopo al certo
1375Che i semi onde si crea l’umano germe
Si sganascin di risa, e di stillanti
Lacrime amare ambe le gote aspergano,
E ne sappian ridir come sian miste
Le cose, e possan domandar l’un l’altro
1380Le qualità de’ lor principii e l’essere:
Poscia che, essendo assomigliati a tutti
I corpi corruttibili, dovranno
D’altri elementi esser formati anch’essi
E quindi d’altri in infinito gli altri;
1385E converrà che ciò che ride o parla
O sa, creato sia d’altri principii
Che ridano ancor lor parlino e sappiano.
Che se tai cose esser delire e pazze
Ognun confessa, e rider puote al certo
1390Chi fatto è pur di non ridenti semi,
Et esser saggio e nel parlar facondo
Chi nato è pur di non facondi e saggi;
Dimmi, per qual cagion ciò che si mira
Aver senso vital non può formarsi
1395D’atomi affatto d’ogni senso ignudi?
Al fin; ciascuno ha da celeste seme
L’origine primiera; a tutti è padre
Quello stesso onde, allor che in sè riceve
L’alma gran madre terra il molle umore
1400Della pioggia cadente, i lieti arbusti
Gravida figlia il gran, le biade e gli uomini,
Ed ogni specie d’animai selvaggi,
Mentr’ella a tutti somministra i paschi
Onde nutrirsi, onde menar tranquilla
1405Possan la vita e propagar la prole;
Ond’a ragione ebbe di madre il nome.
Similmente ritorna indietro in terra
Ciò che di terra fu creato innanzi;
E quel che fu dalle celesti e belle
1410Regïoni superne in giù mandato
Di nuovo anch’egli riportato in cielo
Trova ne’ templi suoi dolce ricetto:
Nè sì la morte uccider può le cose,
Che le annichili affatto. Ella discioglie
1415Solo il gruppo de’ semi, e quindi un altro
D’altri poi ne congiunge, e fa che tutte
Cangin forma le cose, e acquistin senso
Tal volta ed anco in un sol punto il perdano.
Onde apprender si può che molto importa
1420Come sian misti i primi semi e posti,
E quai moti fra lor diano e ricevano;
Poichè forman gli stessi il cielo il sole,
Gli stessi ancor la terra i fiumi il mare
Gli augelli i pesci gli animai le piante;
1425E, se non tutti, una gran parte almeno
Son tai corpi fra lor molto simíli,
E solo han vario e differente il sito.
Tal, se dentro alle cose in varie guise
Cangiansi de’ principii i colpi i pesi
1430I concorsi le vie gli spazi i gruppi
Gli ordini i moti le figure i siti,
Debbon le cose varïarsi anch’elle.
Or, mentre il vero io ti ragiono, o Memmo,
Sta’ con l’animo attento ai detti nostri,
1435Perchè nuovi concetti entro all’orecchie
Tentan di penetrarti e nuove forme
Di cose agli occhi tuoi se stesse svelano.
Ma nulla è di sì facile credenza,
Che di molto difficile non paia
1440Al primo tratto; e similmente nulla
Per sì grande e mirabile s’addita
Mai da principio, che volgare e vile
A poco a poco non diventi anch’egli.
Com’il chiaro e purissimo colore
1445Del cielo, e quel che le vaganti e fisse
Stelle in sè stesse d’ogn’intorno accolgono.
E della luna or mezza or piena or scema
L’argenteo lume e i vivi rai del sole:
Che s’or primieramente all’improvviso
1450Rifulgessero a noi quasi ad un tratto
Posti innanzi a’ nostr’occhi, e qual potrebbe
Cosa mai più mirabile chiamarsi
Di questa? o che già mai la gente innanzi
Men di credere osasse? quel ch’io stimo,
1455A nessun più ch’a te parsa sarebbe
Degna di maraviglia una tal vista:
E pur, già sazio non che stanco ognuno
Dal soverchio mirar, non degna ai templi
Risplendenti del cielo alzar pur gli occhi.
1460Onde non voler tu, solo atterrito
Dalla sua novità, la mia ragione
Correr veloce a disprezzar; ma prendi
Con più fino giudizio a ponderarla:
E, se vera ti par, consenti e taci:
1465Se no, t’accingi a disputarle incontra.
Poichè sol di ragion l’animo è pago;
Essendo fuor di questo nostro mondo
Somma immensa di spazio, egli ricerca
Ciò che là sia, fin dove può la mente
1470Penetrare a veder, dove lo stesso
Animo può spiegar libero il volo.
Pria, se ben ti rammenta, in ogni parte,
A destra et a sinistra, e sotto e sopra,
Per tutto è sparso un infinito spazio,
1475Com’io già t’insegnai, come vocifera
Per sè medesmo il fatto, e manifesta
È del profondo la natura a tutti.
Già pensar non si debbe in guisa alcuna
Ch’essendo in ogni banda un vano immenso
1480Per cui con moto eterno in varie guise
Numero innumerabile di semi
Per lo vano profondo irrequïeti
Volâr mai sempre ed a crear bastanti
Fûr questa terra e questo ciel che miri,
1485Nulla fuori di lui faccian que’ tanti
Principii; essendo massime anco questi
Fatto dalla natura, e delle cose
Gli stessi semi, in molti modi a caso
Urtandosi l’un l’altro indarno uniti,
1490Avendo pur fatto que’ gruppi al fine,
Che, repentinamente in varie parti
Lanciati, fosser poi sempre principii
E di terra e di mar, di ciel, di stelle,
D’uomini, d’animai, d’erbe e di piante.
1495Onde voglia o non voglia, è pur mestiero
Che tu confessi esser da noi lontani
Molti altri gruppi di materia prima;
Qual a punto stim’io questo che stringe
L’etere con tenace abbracciamento.
1500In oltre allor che la materia è pronta,
Il luogo apparecchiato, e nulla manca,
Debbon le cose generarsi al certo.
Or; se dunque de’ semi è tanto grande
La copia quanto a numerar bastevole
1505Non è degli animai l’etade intera,
E la forza medesma e la natura
Ritengono i principii atta a vibrarli
In tutti i luoghi nella stessa guisa
Ch’e’ fur lanciati; in questo egli è pur d’uopo
1510Confessar ch’altre terre in altre parti
Trovinsi, et altre genti ed altre specie
D’uomini e d’animai vivano in esse.
S’arroge a ciò, che non è cosa al mondo
Che si generi sola e sola cresca:
1515Il che principalmente in ogni specie
D’animai può veder chïunque volge
La mente a contemplarle ad una ad una;
Poscia che sempre troverà che molte
Son simili fra loro e d’una razza.
1520Così veder potrai che son le fere
Che van pe’ monti e per le selve errando,
Così l’umana prole, e finalmente
Così de’ pesci gli squammosi greggi
E tutti i corpi de’ rostrati augelli.
1525Ond’è pur forza confessar che ’l cielo,
Per la stessa ragion, la terra, il sole,
La luna, il mare e tutte l’altre cose
Non sian nell’universo uniche e sole
Ma più tosto di numero infinito:
1530Poichè tanto altamente è della vita
Il termine prefisso a queste cose
E tanto ad esse naturale il corpo,
Quant’ogni altra sostanza ond’esse abbondano
Generalmente. Il che se ben intendi,
1535Tosto libera e sciolta e di superbi
Tiranni priva e senza dèi parratti
La natura per sè creare il tutto.
Con ciò sia che, sia pur detto con pace
De’ sommi dèi che placidi e tranquilli
1540Vivon sempre un’età chiara e serena,
Chi dell’immenso regger può la somma?
Chi del profondo moderare il freno?
Chi dare il moto a tutti i cieli e tutte
Di fuochi eterei riscaldar le terre?
1545E pronto in ogni tempo in ogni luogo
Trovarsi, ond’egli tenebrosi renda
D’atre nuvole i giorni, e le serene
Regïoni del ciel con tuono orrendo
Squassi e vibri talor fulmini ardenti,
1550E spesso atterri i propri templi e spesso
Contro i deserti incrudelisca ed opri
Irato il telo onde sovente illesi
Restano gli empi e gl’innocenti oppressi?
In somma; allor che fu creato il mondo
1555Il mar la terra e generato il sole,
Gli furo esternamente intorno aggiunti
Molt’altri primi corpi ivi lanciati
Dal tutto immenso, onde la terra e ’l mondo
Crescer potesse ed apparir lo spazio
1560Del gran tempio del cielo e gli alti tetti
Erger lunge da terra e nascer l’aria.
Poscia che tutti i corpi ai propri luoghi
Concorron d’ogni banda, e si ritira
Ciascuno alla sua spezie, all’acqua l’acqua,
1565Alla terra la terra, il foco al foco,
Il cielo al ciel, finch’all’estremo termine
Di sua perfezïon giunga ogni cosa,
Ciò natura operando; a punto come
Suole allora accader, che nulla omai
1570Più di quel che spirando ognor se n’esce
Nelle vene vitali entrar non puote:
Chè debbe pur di queste cose allora
L’età fermarsi e con le proprie forze
La natura frenare ogni augumento.
1575Poichè ciò che si mira a poco a poco
Farsi più grande e dell’adulta etade
Tutti i gradi salir, più corpi al certo
Piglia per sè che fuor di sè non caccia;
Mentre che per le vene agevolmente
1580Può tutto il cibo dispensarsi, ed esse
Non son diffuse in guisa tal che molto
Ne rimandino indietro e sia maggiore
Dell’acquisto la perdita. Chè certo
Forz’è pur confessar che dalle cose
1585Spiran corpi e si partono: ma denno
Corrervi in maggior copia infin a tanto
Che le possan toccar l’ultima meta
Del crescer loro. Indi la forza adulta
Si snerva a poco a poco e sempre in peggio
1590L’età dechina: con ciò sia che, quanto
Una cosa è più grande, essa per certo,
Toltone l’augumento, ognor discaccia
Da sè tanto più corpi; e per le vene
Sparger non puossi in sì gran copia il cibo,
1595Che quant’è d’uopo somministri al corpo
E ciò ch’ad or ad or langue e vien meno
Sia per natura a rinnovar bastante.
Dunque a ragion ciascuna cosa in tutto
Perisce allor che rarefatta scorre
1600E che soggiace alle percosse esterne;
Poichè per lunga etade il cibo al fine
Manca senz’alcun dubbio, e mai non cessano
Di martellar di tormentar le cose
Esternamente i lor nemici corpi,
1605Fin ch’e’ non l’hanno dissipate affatto.
Così della gran macchina del mondo
Le mura eccelse al fin crollate e scosse
Cadranno un giorno imputridite e marcie;
Poscia che il cibo dee rinnovellando
1610Reintegrar tutte le cose indarno;
Poichè nè sopportar posson le vene
Ciò che d’uopo saria, nè la natura
Ciò che d’uopo saria somministrarli.
E già manca l’etade; e già la terra
1615Quasi del tutto insterilita a pena
Genera alcuni piccoli animali,
Ella ch’un tempo generar poteo
Tutte le specie e smisurati corpi
Dare alle fiere. Poi che le mortali
1620Specie, così cred’io, dal ciel superno
Per qualche fune d’òr calate al certo
Non furo in terra, e ’l mar le fonti e i fiumi
Non si creâr da lagrimanti sassi;
Ma quel terren, che gli nutrica e pasce
1625Or di sè stesso, di sè stesso ancora
Generolli a principio. Egli a’ mortali
Fu bastante a produrre il grano e l’uva;
Egli i frutti soavi, egli i fecondi
Paschi ne diè, ch’in questa etade a pena
1630Con fatica e travaglio aver si ponno.
E; benchè noi degli aratori armenti
Snerviam le forze, e le robuste braccia
Affatichiam de’ contadini industri,
E ferree zappe e vomeri e bidenti
1635Logoriam per la terra; ella ne porge
A pena il cibo necessario al vitto:
Talmente il suolo a poco a poco scema
Di frutto e sempre le fatiche accresce.
E già l’afflitto agricoltor sospira
1640D’aver più volte consumati indarno
I suoi gravi travagli; e, quando insieme
I secoli trascorsi e l’età nostra
Piglia a paragonar, loda sovente
Le fortune del padre; e s’ange e duole
1645Che gli uomini primieri agevolmente
Fra gli stretti confini, allor che molto
La misura de’ campi era minore,
Vivesser la lor vita; e non sovviengli
Ch’a poco a poco s’infiacchisce il tutto
1650E stanco al fin per la soverchia etade
Va di morte allo scoglio e vi si spezza.


LIBRO 3

O tu che in mezzo a così buie e dense
Tenebre d’ignoranza erger potesti
D’alto saver sì luminosa lampa,
Di nostra vita i commodi illustrando,
5Io seguo te, te della greca gente
Onore, e de’ piè miei fissi i vestigi
Imprimo ove tu già l’orme segnasti;
Non per desio di gareggiar, ma solo
Per dolce amore ond’imitarti agogno.
10Chè come può la rondinella a prova
Cantar co’ cigni del Caïstro? o come
Ponno agguagliar le smisurate forze
De’ leoni i capretti, e con le membra
Molli ancor per l’etade e vacillanti
15Vincer nel corso le veloci damme?
Tu di cose inventor, tu padre sei,
Tu ne porgi paterni insegnamenti:
E, qual succhiar da tutti i fiori il mèle
Soglion le pecchie entro le piagge apriche,
20Tal io dalle tue dotte inclite carte
Gli aurei detti delibo ad uno ad uno,
Aurei e di vita sempiterna degni.
Chè non sì tosto a sparger cominciossi
Il tuo parer che dagli dèi creata
25Delle cose non sia l’alma natura,
Che dalle menti ogni timor si sgombra:
Fuggon del mondo le muraglie; e veggio
Pel vôto immenso generarsi il tutto;
De’ sommi dèi la maestà contemplo
30E le sedi quietissime, da’ venti
Non commosse già mai, nè mai coverte
Di fosche nubi o d’atri nembi asperse,
Nè vïolate da pruine o nevi
O gel, ma sempre d’un diffuso e chiaro
35E tranquillo splendor liete e ridenti.
Natura in oltre somministra all’uomo
Ciò che gli è d’uopo, e la sua pace interna
Non turba in alcun tempo alcuna cosa.
Nè più si mira ai danni nostri aperto
40L’inferno e scritto di sua porta al sommo
- Uscite di speranza, o voi ch’entrate: -
Nè può la terra proibir che tutte
Non si mirin le cose che pel vano
Ci si fan sotto i piedi. Ond’io rapirmi
45A te mi sento da cotal divino
E diletto e stupor, che la natura
Sol per tuo mezzo in cotal guisa a tutti
D’ogni parte svelata omai si mostri.
E perchè innanzi abbiam provato a lungo
50Quali sian delle cose i primi semi
E con che varie forme essi per sè
Vadan pel vano errando, e sian commossi
Da moto alterno irrequïeto e vario,
E come possa da’ lor gruppi al mondo
55Crearsi il tutto; omai par che dell’alma
Dichiarar la natura e della mente
Ne’ versi miei si debba, e ’l rio timore
Delle squallide rive d’Acheronte
Cacciarne affatto; il qual dall’imo fondo
60Turba l’umana vita e la contrista,
E sparge il tutto di pallor di morte,
Nè prender lascia alcun diletto intero.
Poichè; quantunque gli uomini sovente
Dican che più son da temersi i morbi
65Del corpo e della vita il disonore
Che le tartaree grotte, e che ben sanno
Che l’essenza dell’animo consiste
Nel sangue, e che non han bisogno alcuno
Di mie ragioni; a te di quindi è lecito
70Dedur che molti per ventosa e vana
Ambizïon di gloria ed a capriccio
Van di ciò millantandosi che poi
Non approvan per vero. Essi medesimi,
Esuli dalla patria e dal commercio
75Degli uomini cacciati, e sozzi e laidi
Per falli enormi, a tutte le disgrazie
Finalmente soggetti, il viver bramano;
E, dovunque infelici il piè rivolgano,
Fanno esequie dolenti, e nere vittime
80Ai numi inferni del profondo Tartaro
Sol per placarli in sacrifizio offriscono,
E sempre in volto paurosi e pallidi
Ne’ duri casi lor nelle miserie
Alla religïon l’animo affissano.
85Ne’ dubbiosi perigli è d’uopo adunque
Agli uomini por mente e nell’avverse
Fortune, chi desia ch’i lor interni
Sensi gli sian ben manifesti e conti;
Poi ch’allor finalmente escon le vere
90Voci dall’imo petto, e via si toglie
La maschera e scoperto il volto appare.
In somma; l’avarizia e degli onori
L’ingorda brama, che i mortali sciocchi
Sforza a passar d’ogni giustizia il segno
95E d’ogn’empio misfatto anco tal volta
I compagni i ministri, e notte e giorno
Durare intollerabili fatiche
Sol per salir delle ricchezze al sommo
E potenza acquistar, scettri e corone;
100Sì fatte piaghe dell’umana vita
Dal timor della morte hanno in gran parte
Vita e sostegno. Chè la fama rea
E lo scherno e ’l disprezzo e la pungente
E sconcia povertà sembra che lungi
105Sia dalla dolce incommutabil vita
E che sol della morte avanti all’uscio
Quasi omai si trattenga: onde i mortali
Mentre da cieco error forzati e spinti
Tentan fuggirsi indarno, al civil sangue
110Corrono, e stragi accumulando a stragi
Raddoppian le ricchezze, empi e crudeli
De’ fratelli e de’ padri i funerali
Miran con lieto ciglio, e de’ congiunti
Di sangue odian le mense e n’han sospetto.
115Per lo stesso timor, nel modo stesso,
L’aver questi possente avanti agli occhi,
Quel da tutti stimato e riverito,
D’invidia il cor gli macera e v’imprime
Desio di gloria immoderato ardente;
120Pargli che nelle tenebre e nel fango
Sian convolti i lor nomi. Altri perisce
Di folle aura di fama o d’insensate
Statue invaghito. E l’odio della vita
E del sole e del giorno appo i mortali
125Col timor della morte è misto in guisa,
Ch’ancidon sè medesmi e dentro al petto
Se ne dolgono intanto: e non sovviengli
Che sol questa paura è delle noie
L’origine primier, questa corrompe
130Ogni onesto pudor, questa i legami
Spezza dell’amicizia, e questa in somma
Volge sossopra la pietade e tosto
Dalle radici la diveglie e schianta:
Con ciò sia che già molti hanno tradito
135E la patria e’ parenti e’ genitori,
Sol per desio di non veder gli orrendi
Templi sacrati al torvo re dell’ombre.
Poichè, siccome i fanciulletti al buio
Temon fantasmi insussistenti e larve,
140Sì noi tal volta paventiamo al sole
Cose che nulla più son da temersi
Di quelle che future i fanciulletti
Soglion fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì vano terror, sì cieche tenebre
145Schiarir bisogna e via cacciar dall’animo,
Non co’ be’ rai del sol, non già co’ lucidi
Dardi del giorno a saettar poc’abili
Fuor che l’ombre notturne e’ sogni pallidi,
Ma col mirar della natura e intendere
150L’occulte cause e la velata immagine.
L’animo adunque, entro del quale è posto
Della vita il consiglio et il governo,
E che spesso da noi mente si chiama,
Prima dich’io che nulla meno è parte
155Dell’uom che sian l’orecchie, il naso e gli occhi
Parti d’ogni animale: ancor che grande
Schiera di saggi abbian creduto e scritto
Che dell’animo il senso entr’una parte
Certa luogo non abbia e solamente
160Sia del corpo un cert’abito vitale
Detto armonia da’ Greci, il qual ne faccia
Viver con senso, benchè in parte alcuna
Non si trovi la mente; e, quale a punto
Sovente alcun sano vien detto, e pure
165Non è la sanità parte del corpo,
Tal dell’animo nostro il senso interno
Non han locato in una certa parte.
Nel che parmi che molti abbian errato
Troppo altamente. Poi che spesso accade
170Che nell’esterno il corpo egro e dolente
Ne sembra allor che d’altra parte occulta
Pur s’allegra e festeggia; et all’incontro
V’ha chi d’animo è afflitto, e in tutto il corpo
Lieto pur n’apparisce; in quella guisa
175Che duol talora a qualche infermo un piede,
Mentre la testa alcun dolor non sente.
In oltre; allor che per le membra serpe
La placida quïete, e giace effuso
E privo d’ogni senso il grave corpo;
180È pur in noi qualch’altra cosa intanto
Che s’agita in più modi, e dentro a sè
Ricever può d’ogni allegrezza i moti
E le noie del cuor vane e fugaci.
Or; accio che tu sappia anco che l’alma
185Abita nelle membra e che non puote
Dalla sola armonia reggersi il corpo;
Pria convienti osservar che spesso accade
Che gran parte di corpo altrui vien tolta,
E pur dentro alle membra ancor dimora
190La vita e l’alma; pel contrario, spesso
Non sì tosto fuggirsi alcuni pochi
Corpi di caldo ed esalò per bocca
Il chiuso spirto, che le vene e l’ossa
Lascia prive di sè l’alma e la vita:
195Onde tu possa argomentar da questo
Che non di tutti i corpi in tutto eguali
Son le minime parti e che non tutte
La salute sostentano egualmente,
Ma che i semi del tiepido vapore
200E quei dell’aura a conservar la vita
Vie più son atti. Entro del corpo adunque
È lo spirto vitale e ’l caldo innato,
Che lascia al fin le moribonde membra
Rigide e fredde e si dilegua e sfuma.
205Onde, poichè dell’animo e dell’anima
La natura è dell’uom quasi una parte,
Di’ pur che ’l nome d’armonia fu tratto
Dal canoro Elicona o d’altro luogo
Ed a cosa applicato che di propria
210Voce avea d’uopo. Or, che che sia di questo,
Tu no ’l curar, ma gli altri detti ascolta.
L’anima dunque e l’animo congiunti
Son fra di lor, ed una stessa essenza
Si forma d’ambedue: ma quasi capo
215È del corpo il consiglio, il qual da noi
Vien detto animo e mente. E questi in mezzo
Del cuore è posto; poi che quindi esulta
Il sospetto e ’l timor, qui l’allegrezza
Molce; qui dunque ha pur l’animo il seggio.
220L’altra parte dell’anima è diffusa
Per tutto il corpo, e della mente al moto
Si muove anch’ella et obbedisce al cenno:
Ma sol per sè piace a sè stesso e seco
Gode l’animo, allor che nulla il corpo
225Perturba o l’alma. E; come gli occhi e ’l capo
Sovente in noi lieve dolore offende,
Mentre che l’altre membra angoscia alcuna
Non sentono; in tal guisa anco alle volte
Lieta o mesta è la mente, ancor che l’altra
230Parte dell’alma per le membra sparsa
Non provi novità. Ma se commosso
L’animo è poi da più gagliarda tema,
Veggiam che tutta per le membra a parte
L’alma è di ciò: tosto un sudor gelato,
235Un esangue pallor n’occupa il corpo;
Balbutisce la lingua; e fioche e mozze
Dal petto escon le voci; abbacinati
Gli occhi in terra conficcansi; l’orecchie
Sentonsi zufolar; sotto i ginocchi
240Fiacche treman le gambe e ’l piè vacilla.
Vedesi al fin che per terror di mente
Spesso l’uom s’avvilisce; onde ciascuno
Può di quindi imparar ch’unita e stretta
È l’anima con l’animo, e che, tosto
245Che l’è spinta da lui, sferza e commuove
Le membra: e ciò senz’alcun dubbio insegna
Che l’essenza dell’animo e dell’anima
Incorporea non è. Ch’ove tu miri
Che la porge alle membra impulso e moto,
250Che nel sonno le immerge, il volto muta,
E l’uom tutto a sua voglia agita e volge;
Nè senza tatto di tai cose alcuna
Far si può mai nè senza corpo il tatto;
Mestiero è pur che di corporea essenza
255Si confessin da noi l’alma e la mente.
L’animo, in oltre, è sottoposto a tutti
Gli accidenti del corpo, e dentro ad esso
Partecipa con noi d’ogni suo danno:
Dunqu’è mestier che per natura anch’egli
260Corporeo sia, mentre nel corpo immerso
Può da corporei dardi esser piagato.
Or, che corpo sia l’animo e di quali
Semi formato, in chiari detti esporti
Vo’, se attento m’ascolti. Io dico dunque
265Pria ch’egli è sottilissimo e composto
D’atomi assai minuti. E, se tu forse
Come ciò vero sia d’intender brami,
Quindi intendere il puoi. Nulla più ratto
Far si vede già mai di quelle cose
270Che la mente propone e ch’ella stessa
A far comincia. Più veloce adunque
Corre per sè medesima la mente
D’ogni altra cosa che veder con gli occhi
Si possa. Ma di semi assai rotondi
275E minuti convien che sia formato
Quel che mobile è tanto, acciò che spinti
Da piccolo momento abbiano il moto.
Che, se l’acqua si muove e per tantino
Di momento si mesce, ondeggia e scorre,
280Ciò fa perchè il suo corpo è per natura
D’atomi molto piccoli e volubili
Contesto: ma se l’olio o ’l visco o ’l mèle
Più tenaci han le parti e men veloce
L’umido innato e vie più tardo il corso,
285Questo gli avvien perchè la lor materia
Stretta è fra sè con più gagliardo laccio,
Nè di tanto sottili e sì rotondi
Atomi è fatta e così lisci e mobili.
Con ciò sia che sospesa aura leggiera
290Può di molle papavero un gran mucchio
Sforzar col soffio a dissiparsi affatto,
Ma non può già per lo contrario un monte
O di pietre o di dardi. Adunque, quanto
I corpi son più lievi e più minuti
295O più lisci o più tondi, essi altrettanto
Son più facili a muoversi; ma, quanto
Son più gravi all’incontro e più scabrosi,
Essi altrettanto han più fermezza in loro.
Dunque, perchè da noi già s’è provato
300Che la mente dell’uomo è mobilissima,
Mestier sarà ch’i suoi principii primi
Molto piccioli sian, lisci e rotondi.
Il che se bene intenderai, saratti
D’utile non mediocre, ed opportuno
305Dar potrà lume a molte cause occulte.
Ma di che tenue e sottil seme ell’abbia
L’essenza intesta e da che picciol luogo
Contenersi dovria se in un sol gruppo
S’unisse, a te palese anco da questo
310Certamente farassi: osserva l’uomo,
Tosto che della morte acquista e gode
La sicura quïete e che dell’alma
Si fuggío la natura e della mente:
E nulla dal suo corpo esser limato
315Veder potrai nella figura esterna,
Nulla nel peso; ogni altra cosa intatta
Ne conserva la morte, eccetto il senso
Vitale e ’l vapor caldo. Adunque è forza
Che di semi assai piccoli contesta
320Sia tutta l’alma per l’interne viscere,
Per le vene e pe’ muscoli e pe’ nervi:
Poichè, quantunqu’ella s’involi affatto
Dal corpo, non per tanto illesa resta
D’intorno a lui la superficie estrema,
325Nè pur gli manca del suo peso un pelo
Qual se dal vino o dal soave unguento
Sfuma lo spirto e si dissolve in aura
O d’altro corpo si dilegua il succo,
Che non sembra però punto minore
330O di mole o di peso; e ciò succede
Sol perchè molti piccioli e minuti
Semi i succhi compongono e l’odore
Comparton delle cose a tutto il corpo.
Dunque, voglia o non voglia, è pur mestiero
335Che l’essenza dell’animo e dell’anima
Si confessi da te fatta di semi
Piccioli assai, mentre in fuggir dal corpo
Della sua gravità nulla non toglie.
Nè già creder si dee che tal natura
340Semplice sia: poich’un sottile spirto
Misto con vapor caldo a’ moribondi
Dal petto esala, e ’l vapor caldo a forza
Trae seco d’aria qualche parte, e mai
Non si trova calor ch’in sè mischiato
345Aere non abbia; poichè, rara essendo
La sua natura, è necessario al certo
Che fra gli atomi suoi molti principii
D’aria siano agitati. Or dunque omai
Della mente e dell’alma abbiam trovato
350Tre varie essenze: e pur tre varie essenze
Non son bastanti a generare il senso:
Con ciò sia che capir nostro intelletto
Non può già mai come di queste alcuna
Basti a produrre i sensitivi moti
355Ch’a più cose applicar possan la mente.
D’uopo fia dunque aggiungergli una quarta
Natura: e questa totalmente è priva
Di nome, nè di lei si trova al mondo
Più mobil cosa o di più tenue e raro
360Corpo e ch’intesto sia di più minuti
O di più lisci e più rotondi semi.
Questa pria per le membra i sensitivi
Moti distribuisce, e, perchè fatta
È d’atomi assai piccioli, si muove
365Pria d’ogni altra natura: il caldo quindi,
Quindi dell’aura l’invisibil forza
Riceve il moto; e quindi l’aere e quindi
Si mobilita il tutto. Il sangue scorre,
Senton tutte le viscere, e concesso
370È finalmente all’ossa e alle midolle
Il diletto e ’l dolor. Nè questo o l’acre
Infirmità può penetrarvi mai
Senza che ’l tutto si perturbi, in guisa
Che luogo al viver manchi e che dell’alma
375Fugga ogni parte pe’ meati occulti
Del nostro corpo; ancor che spesso accaggia
Che restino interrotti i movimenti
Quasi al sommo del corpo, e sia bastante
L’uomo in tal caso a conservarsi in vita.
380Or, mentr’io bramo di narrarti a pieno
Come sian fra di lor queste nature
Mescolate nel corpo et in qual modo
Abbian forza e vigor, me ne ritragge
La povertà della romana lingua:
385Ma pur, com’io potrò, sommariamente
Dirolti. Poi che de’ principii i corpi
Trascorron l’un con l’altro uniti in guisa
Che alcun non se ne sèpara, nè mai
Crear si può per interposto spazio
390Un diverso poter, ma quasi molte
Potenze sono in un sol gruppo unite.
E qual degli animai l’interne viscere
Han tutte un certo odore, un certo caldo
Et un certo sapore, e pur veggiamo
395Che di queste tre cose una sol cosa
Non per tanto si crea; tale il calore
E l’aere e la virtù cieca del vento
Fan tra lor misti una natura sola
Con questa per sè mobile energia
400Ch’i movimenti gli comparte ed onde
Fin per entro alle viscere si crea,
Prima che altrove, il sensitivo moto.
Poscia che tal natura affatto occulta
È senza dubbio alcuno, e più riposta
405Cosa di questa immaginar non puossi
Da noi, perch’ella stessa alma è dell’alma.
E; qual dentro alle membra e ’n tutto il corpo
Stassi misto ed occulto e della mente
E dell’alma il vigor, perchè di semi
410Tenui e piccoli è fatto; in simil guisa
Questa tale energia priva di nome
È di corpi assai piccoli e sottili
Creata anch’ella, e sta nel corpo ascosta
Alma di tutta l’alma e signoreggia
415In tutto il corpo. Or in tal modo è d’uopo
Che l’aura e l’aere e ’l vapor caldo insieme
Misti sian per le membra e che altri ed altri
Stian più sotto o più sopra, acciò che possa
Farsi di tutti un sol composto, e ’l foco
420Distintamente e ’l caldo e l’energia
Dell’aere il senso non ancida e sciolga.
È nell’animo poi cert’altro caldo
Ch’ei piglia nello sdegno allor che ferve,
E che per gli occhi torvi incendio spira:
425V’è del freddo timor compagna eterna
Molt’aura sparsa, atta a produr nel corpo
L’orror di morte e concitar le membra:
Ed evvi ancor quel placido e quïeto
Stato dell’aria, che dall’uom si gode
430Nel cuor tranquillo e nel sereno volto.
Ma vie più di calor si trova in quelli
Che di cor son crudeli ed iracondi
D’animo e facilmente ardon di sdegno:
Qual sovra ogni altra cosa è la possanza
435E ’l furor degl’indomiti leoni,
Che gemendo e mugghiando orribilmente
Squarcian tal volta il petto e più non ponno
In lor capir di sì grand’ira il flutto.
Ma le timide cerve han più ventosa
440E più fredda la mente, e per le viscere
Concitan vie più presto aure gelate
Che fan sovente irrigidir le membra.
Ma d’aria al fin più placida e tranquilla
Vive il gregge arator; nè mai soverchio
445Dell’ira il turba la fumante face,
Di caligine cieca ombre spargendo;
Nè mai dal tèlo del timor trafitto
Gelido torpe; ma nel mezzo è posto
Tra’ paurosi cervi e’ leon fieri.
450Tal anco è l’uman germe: e, benchè molti
Siano egualmente di dottrina adorni,
Restan però nella natura impresse
Di qualunqu’alma le vestigia prime.
Nè già creder si dee che la virtude,
455Siasi quant’esser voglia eccelsa e grande,
Sveglier possa già mai dalle radici
Dell’uomo i vizi e proibir che questi
Più facilmente non trascorra all’ira,
Quei dal freddo timor più presto alquanto
460Assalito non venga, e più del giusto
Non sia quel terzo placido e clemente.
Anzi è mestier che in altre cose assai
Degli uomini fra lor sian differenti
Le nature e diversi anco i costumi
465Che dependon da quelle. E; s’io non posso
Di tai cose esplicar le cause occulte,
Nè tanti nomi di figure imporre
Quanti d’uopo sariano a quei principii
Onde sì gran diversità di cose
470Nasce nel mondo; io per me credo almeno
Di poter affermar che i naturali
Primi vestigi, che non puote affatto
Discacciar la ragion, sì lievemente
Restino impressi in noi, che nulla possa
475Vietare all’uom che placida e tranquilla
E degna degli dèi vita non viva.
Così fatta natura è sparsa adunque
Pel corpo, e ’l custodisce e lo conserva:
Poichè l’anima e ’l corpo han le radici
480Sì strettamente avviticchiate insieme,
Che impossibil mi par che possan l’une
Dall’altre esser divelte e che ’l composto
Ratto a morte non corra. E, quale a punto
Mal si può dall’incenso estrar l’odore
485Senza ch’ei pèra e si corrompa affatto,
Tal dell’alma e dell’animo l’essenza
Mal diveglier si può dal nostro corpo
Senza ch’ei muoia e si dissolva il tutto.
Così fin dall’origine primiero
490Create son d’avviluppati semi
Le predette nature, ed han comune
Fra lor la vita; nè capir si puote
Come nulla sentir possano i corpi
Dalle menti divisi o pur le menti
495Separate da’ corpi: ond’è pur d’uopo
Che di moti comuni e quinci e quindi
Per le viscere a noi s’accenda il senso.
In oltre; non si genera nè cresce
Mai per sè stesso il corpo, e d’alma privo
500Tosto s’imputridisce e si corrompe.
Poichè; quantunque il molle umor dell’acque
Perda spesso il sapor che gli fu dato,
Nè per ciò sia distrutto, anzi rimanga
Senz’alcun danno; non per tanto i corpi
505Non son bastanti a sofferir che l’alma
Si parta e gli abbandoni, ma convulsi
Muoion del tutto e fansi esca de’ vermi;
Poichè fin da principio, anco riposti
Nelle membra materne e dentro all’alvo,
510Hanno i moti vitali in guisa uniti
E scambievoli i morbi il corpo e l’alma,
Che non può l’un dall’altro esser diviso
Senza peste comun: tu quindi adunque
Ben conoscer potrai, che, se congiunta
515La causa è di salute, è d’uopo ancora
Che unita sia la lor natura e l’essere.
Nel rimanente poi, s’alcun rifiuta
Che senta il corpo e crede pur che l’alma
Sparsa per ogni membro abbia quel moto
520Che senso ha nome, egli per certo impugna
Cose veraci e manifeste al senso.
Chè, chi mai potrà dire in che consista
Del corpo il senso, altro che ’l senso istesso
Che sol n’addita e ne fa noto il tutto?
525Nè qui sia chi risponda - Il corpo privo
D’anima, resta anco di senso ignudo: -
Posciach’egli, oltre a ciò, molt’altre cose
Perde senz’alcun dubbio, allor che lunga
Età l’opprime e lo converte in polve.
530Ma, l’affermar che gli occhi oggetto alcuno
Veder non ponno e che la mente è quella
Che rimira per lor come per due
Spalancate finestre, a me per certo
Difficil sembra e che ’l contrario a punto
535Degli occhi stessi ne dimostri il senso;
Massime allor che per soverchia luce
Ne vien tolto il veder de’ rai del sole
L’aureo fulgor, perchè da’ lumi i lumi
Son tal volta oscurati. Or ciò non puote
540Alle porte accader; chè gli usci aperti
D’onde noi riguardiamo alcun travaglio
Non han già mai. Ma se i nostr’occhi in oltre,
Ci servon d’usci, ragionevol parmi
Che, traendoli fuor, debba la mente
545Meglio veder senza le stesse imposte.
Nè qui ricever dèi per cosa vera,
Ben che tal la stimasse il gran Democrito,
Che del corpo e dell’alma i primi semi
Posti l’un presso all’altro alternamente
550Varie faccian le membra e si colleghino.
Poichè non sol dell’anima i principii
Son di quegli del corpo assai minori,
Ma gli cedon di numero e più rari
Son dispersi per esso: onde affermare
555Questo solo potrai, che tanti spazi
Denno appunto occupar dell’alma i semi,
Quanti bastano a noi per generare
I moti sensitivi entro alle membra.
Poichè tal volta non sentiam la polve
560Nè la creta aderente al nostro corpo,
Nè la nebbia notturna, nè le tele
De’ ragni allor che nell’andarli incontro
Vi restiamo irretiti, nè la spoglia
Degli stessi animai quando sul capo
565Ci casca, nè le tele degli uccelli,
Nè de’ cardi spinosi i fior volanti,
Che per soverchia leggerezza in giuso
Caggion difficilmente: e non sentiamo
Il cheto andar d’ogni animal che repa,
570Nè tutti ad uno ad uno i segni impressi
In noi dalle zanzare. In cotal guisa
D’uopo è che molti genitali corpi
Muovansi per le membra ove son misti,
Pria che dell’alma gli acquistati semi
575Possan, disgiunti per sì grande spazio,
Sentire e martellando urtarsi, unirsi
E saltar a vicenda in varie parti.
Ma vie più della vita i chiostri serra
L’animo a noi che l’energia dell’alma,
580E più ne regge e signoreggia i sensi.
Con ciò sia che dell’alma alcuna parte
Non può per alcun tempo ancor che breve
Riseder senza mente entro alle membra;
Ma compagna la segue agevolmente,
585E fuggendo per l’aure il corpo lascia
Nel duro freddo della morte involto.
Ma quegli a cui la mente illesa resta
Vivo rimane, ancor che d’ogni intorno
Abbia lacero il corpo: il tronco busto,
590Ben che tolte gli sian l’alma e le membra,
Pur vive e le vitali aure respira,
E, dell’alma in gran parte orbo restando
Se non in tutto, non pertanto in vita
Trattiensi e si conserva; a punto come
595L’occhio ritien la facoltà visiva,
Quantunque intorno cincischiato e lacero,
Fin che gli resta la pupilla intatta,
Pur che tu l’orbe suo tutto non guasti
Ma tagli intorno al cristallino umore
600E solo il lasci; con ciò sia che farlo
Anco il potrai senza timore alcuno
Dell’esterminio suo; ma, se corrosa
Fia la pupilla, ancor che sia dell’occhio
Una minima parte, e tutto il resto,
605Dell’orbe illeso e splendido rimanga,
Tosto il lume tramonta e buia notte
N’ingombra. Or sempre una tal lega a punto
Tien congiunti fra lor l’animo e l’alma.
Or via; perchè tu, Memmo, intender possa
610Che son degli animai l’alme e le menti
Natie non pur ma sottoposte a morte;
Io vo’ seguire ad ordinar condegni
Versi della tua vita e da me cerchi
Lungo spazio di tempo e ritrovati
615Con soave fatica. Or su, fra tanto
L’un di questi due nomi all’altro accoppia;
E, quand’io, verbigrazia, esser mortale
L’alma t’insegno, a creder t’apparecchia
Che tale anco è la mente; in quanto l’una
620Fa congiunta con l’altra un sol composto.
Pria: perchè già la dimostrammo innanzi
Di corpi sottilissimi e minuti
E fatta di principii assai minori
Di quegli onde si forma il molle corpo
625Dell’acqua o della nebbia o ’l fumo o ’l vento;
Poichè nell’esser mobile d’assai
Vince tai cose, e per cagion più lieve
È sovente agitata; anzi tal volta
Commossa è sol da simolacri ignudi
630In lei dall’acqua o dalla nebbia impressi
O dal fumo o dal vento: il che succede
Qualor sopiti in placida quïete
Veggiamo e di caligine e di fumo
L’aere intorno ingombrar sublimi altari,
635Poscia che tali imagini per certo
Formansi in noi. Or; se tu vedi adunque
Che rotti i vasi in ogni parte scorre
L’acqua e via se ne fugge, e che la nebbia
E ’l fumo e ’l vento si dissolve in aura;
640Ben creder dèi che l’anima e la mente
Si distrugga e perisca assai più presto,
E che in tempo minore i suoi principii
Sian dissipati, allor ch’una sol volta
Rapita dalle membra si diparte.
645Con ciò sia che; se ’l corpo, il quale ad essa
Serve in vece di vaso, o perchè rotto
Sia da qualche percossa o rarefatto
Per mancanza di sangue, omai bastante
A frenarla non è; come potrai
650Creder che vaglia a ritenerla alcuno
Aere che la circondi? Egli del nostro
Corpo è più raro: e con più forte laccio
Stringer potralla ed impedirle il corso?
In oltre; il senso ne dimostra aperto
655Nascer la mente in compagnia del corpo
E crescer anco ed invecchiar con esso.
Poichè, siccome i piccoli fanciulli
Han tenere le membra e vacillante
Il pargoletto piè, così veggiamo
660Che dell’animo lor debile e molle
È la virtù: ma, se crescendo il corpo
S’augumenta di forze, anco il consiglio
Maggior diviene e della mente adulta
Più robusto è ’l vigor: se al fin crollato
665È dagli urti del tempo e vecchio omai
Langue il corpo e vien meno e se le membra
Perdon l’usate forze, anco l’ingegno
Zoppica, e, delirando in un sol punto
E la lingua e la mente, il tutto manca.
670Dunqu’è mestier che tutta anco dell’alma
La natura si dissipi, qual fumo
Per l’aure aeree; poichè nasce e cresce
Col corpo, e per l’etade al fin diventa,
Com’io già t’insegnai, debile e fiacca.
675S’arroge a ciò, che, se veggiamo il corpo
Soggetto a duri morbi e a dure ed aspre
Battaglie, anco la mente alle mordaci
Cure è soggetta alle paure al pianto:
Per la qual cosa esser del rogo a parte
680Anco gli è d’uopo. Anzi, sovente accade
Che, mentre il nostro corpo infermo langue,
L’animo vagabondo esce di strada;
Poichè spesso vaneggia e di sè fuori
Parla cose da pazzi, ed è tal volta
685Da letargo durissimo e mortale
Sommerso in alto e grave sonno eterno;
Cade il volto sul petto, e fissi in terra
Stan gli occhi, ond’egli o le parole udire
O conoscer i volti omai non puote
690Di chi, standogl’intorno e procurando
Di richiamarlo in vita, afflitto e mesto
Bagna d’amare lagrime le gote.
Ond’è pur d’uopo il confessar che l’alma
Perisce anch’ella, mentre in lei penétra
695Il contagio de’ morbi, e ’l duolo e ’l morbo
Ambi del rogo a noi sono architetti;
Come di molti l’esterminio insegna.
In somma; per qual causa, allor che l’atra
Vïolenza del vino ha penetrato
700Dell’uomo il corpo e per le vene interne
È diffuso l’ardor, tosto ne segue
Gravezza nelle membra, il piè traballa,
Balbutisce la lingua, ebra vaneggia
La mente, nuotan gli occhi, e crescon tosto
705E le grida e i singhiozzi e le contese
E tutto ciò che s’appartiene a questo?
Or perchè ciò? se non perchè la forza
Vïolenta del vino entro allo stesso
Corpo anco l’alma ha di turbar costume?
710Ma tutto quel che da cagione esterna
Turbar si puote et impedir, ne mostra
Che, s’egli fia da più molesto incontro
Turbato, perirà, restando affatto
Della futura età privo in eterno.
715Anzi: sovente innanzi agli occhi nostri
Veggiamo alcun da repentino morbo
Cader, quasi da fulmine percosso:
Lordo ha il volto di bava, e geme e trema,
Esce fuor di sè stesso, i nervi stende,
720E si crucia ed anela, ed incostante
Dibatte e stanca in varie guise il corpo;
Poichè del morbo la possanza allora
Per le membra distratta, agita e turba
L’alma e spuma, qual onda in salso mare,
725Se borea il fiede impetuoso od austro,
Gorgoglia e bolle. Il pianto indi s’esprime,
Sol perchè punte dal dolor le membra
Fan che scacciati delle voci i semi
Escon per bocca avviluppati insieme:
730Nasce il delirio poi, perchè l’interna
Virtù dell’alma e della mente allora
Si turba, e, com’io dissi, in due divisa
Vien sovente agitata, e quinci e quindi
Dallo stesso velen sparsa e distratta.
735Ma, se ’l fiero accidente omai si placa
E l’atro umor del già corrotto corpo
Ne’ ripostigli suoi fugge e s’asconde,
Prima allor vacillando in piè si rizza,
E quindi in tutti a poco a poco i sensi
740Riede e l’alma ripiglia. Or questa dunque,
Mentre chiusa è nel corpo, avrà da tanti
Morbi travaglio e fia distratta e sparsa
In così varie e miserande guise,
E creder vuoi ch’ella medesma possa
745Priva affatto del corpo all’aere aperto
Viver fra i venti e le tempeste e i nembi?
Perchè, in oltre, sanar con medic’arte
Si può la mente com’il corpo infermo
E sedarne i tumulti; anco da questo
750Apprender puoi che l’è soggetta a morte.
Poich’è mestier ch’aggiunga parti a parti
E l’ordin cangi o dall’intera somma
Qualche cosa detragga ognun che piglia
A varïar la mente o qualunqu’altra
755Corporea essenza trasmutar procura.
Ma possibil non è che l’immortale
Cangi sito di parti o nulla altronde
Riceva o perda del suo proprio un iota:
Poichè, qualunque corpo il termin passa
760Da natura prescritto all’esser suo,
Quest’è sua morte, e non è più quel desso.
L’animo adunque, o sia da morbo oppresso
O da medica man restituito
Nel primiero vigor, chiaro ne mostra,
765Com’io già t’insegnai, d’esser mortale.
Talmente par ch’alla ragion fallace
S’opponga il vero e gl’interchiuda affatto
Di refugio e di scampo ogni speranza,
E con doppio argomento il falso atterri.
770Spesso, in somma, veggiam ch’a poco a poco
Perisce l’uomo e perde il vital senso
A membro a membro: pria l’ugna e le dita
Livide fansi, i piè quindi e le gambe
Muoiono, e scorre poi di tratto in tratto
775Per l’altre membra il duro gel di morte.
Or, se dell’alma la natura adunque
Si divide in più parti e nello stesso
Tempo non è sincera, ella si debbe
Creder mortale. E, se tu forse stimi
780Ch’ella se stessa in sè possa ritrarre
E le sue parti in un sol gruppo accôrre
E che per questo ad un ad un le membra
Perdano il vital senso, erri e vaneggi:
Poichè, ciò concedendo, il luogo almeno
785In cui s’unisce in sì gran copia l’alma
Avria senso maggior; ma questo luogo
Non si vede già mai; perchè stracciata,
Com’io già dissi, e lacerata in molte
Parti fuor si disperge, e però muore.
790Anzi; se pur ne piace omai supporre
Per vero il falso e dir che possa insieme
L’alma aggomitolarsi entro alle membra
Di quei che moribondi a parte a parte
Pérdono il senso; non per tanto è d’uopo
795Che mortal si confessi: e poco monta
Ch’ella per l’aere si disperga o ch’ella,
Ritirando in sè stessa ogni sua parte,
Stupida resti e d’ogni moto priva;
Mentre già tutto l’uomo il senso perde
800Più e più d’ogn’intorno, e d’ogn’intorno
Meno e meno di vita omai gli avanza.
Aggiungi che dell’uomo una tal parte
Determinata è l’animo et in luogo
Certo risiede, in quella guisa appunto
805Che fan gli occhi e gli orecchi e gli altri sensi
Che governan le membra; onde, siccome
E le mani e gli orecchi e gli occhi e ’l naso
Separati da noi sentir non ponno
Nè lungo tempo conservarsi in vita;
810Così non può per sè medesma e priva
Del corpo esser la mente e senza l’uomo,
Che gli serve di vaso o di qualunque
Altra natura immaginar tu possa
Più congiunta con lei, perch’ella al corpo
815Con forte laccio è saldamente unita.
Finalmente: e dell’animo e del corpo
Le vivaci energie sane e robuste
Godon congiunte i dolci rai del giorno:
Chè priva delle membra e per sè sola
820Non può la mente esercitare i moti
Vitali, ed all’incontro orbe dell’alma
Non pòn le membra esercitare i sensi.
Ma, qual, se tratto dalla testa un occhio
Lungi ’l getti dal corpo, egli non vede
825Nulla per sè, tal separate ancora
Dall’uom l’alma e la mente oprar non ponno
Nulla: poichè mischiate e per le vene
E per l’ossa e pe’ nervi e per le viscere
Trovansi in tutto il corpo, e i primi semi
830Non ponno in varie parti a lor talento
Lungi saltare; onde ristretti insieme
Creano i moti sensiferi, che poscia
Dopo morte a crear non son bastanti
Poichè più non gli frena il freno stesso;
835Chè corpo insieme ed animal sarebbe
L’aere per certo, se frenar se stessa
L’anima vi potesse e far quei moti
Che pria nel corpo esercitar solea
Per opera de’ nervi. Ond’è pur forza
840Che, poi che risoluto ogni coperchio
Fia del corpo dell’uomo e fuor cacciata
La dolce aura vitale, anco dell’alma
E della mente si dissolva il senso,
Mentre la stessa causa a due fa guerra.
845Se ’l corpo, in somma, tollerar non puote
Dell’anima il partir senza che tosto
S’imputridisca e d’ogn’intorno spanda
Alito abominevole et orrendo,
Perchè dubbiar che sin dall’imo fondo
850Sradicata da lui, ratta non fugga
Sparsa qual fumo l’energia dell’alma,
Onde per così putrida e sì grande
Ruina il corpo varïato e guasto
Perisca affatto? con ciò sia che mossi
855Son da’ propri lor luoghi i fondamenti
Dell’alma, e per le membra esalan fuori,
E per tutte le vie curve del corpo
E per tutti i meati; onde tu possa
Quind’imparar che per le membra uscío
860Divisa l’alma in varie parti, e prima
Fu nel corpo medesimo distratta
Essa da sè che fuor di lui sospinta.
Anzi; mentre che l’anima si spazia
Ne’ confin della vita, a noi sovente
865Par nondimen che la perisca oppressa
Per qualche causa, e che dal corpo esangue
Si dissolvan le membra, e quasi giunga
All’estremo suo dì languido il volto:
Come suole accader quando sovente
870Cascan gli uomini in terra, allor ch’ognuno
Trema insieme e desia di ritenere
L’ultimo laccio alle mancanti forze;
Poich’allor della mente ogni vigore
Si squassa, e seco ogni virtù dell’alma
875Aspramente si crolla, e con lo stesso
Corpo ambedue s’indeboliscon tanto
Che dissolverle affatto omai potrebbe
Causa poco più grave. E nondimeno
Dubbiar vorrai che, finalmente uscita
880L’anima fuor del corpo all’aria aperta
Debile e stanca e di ritegno priva,
Non sol non duri eternamente intatta,
Ma nè pur si conservi un sol momento?
Con ciò sia che non sembra ai moribondi
885Di sentir accostar l’anima illesa
Al petto indi alla gola indi alle fauci;
Ma gli par che perisca in un tal sito
A lei prefisso, in quella guisa a punto
Che sa ciascun di noi ch’ogni altro senso
890Nella propria sua parte si dissolve.
Chè se pure immortal fosse la mente,
Essa già mai non si dorria morendo
D’esser disciolta dal mortal suo laccio,
Anzi di volar via libera e snella
895Goder dovrebbe e di lasciar la veste,
Qual gode di depor l’antica spoglia
L’angue già vecchio e le sue corna il cervo.
In somma; perchè mai non si produce
Dell’animo il consiglio o nella testa
900O nel dorso o ne’ piedi o nelle mani,
Ma sempre sta tenacemente affisso
In quel sito medesmo in cui natura
Da prima il collocò; se pur non sono
Prescritti i luoghi ove ogni cosa possa
905Nascere e nata conservarsi in vita?
Chè tutti i corpi han le lor sedi, e mai
Non suol per entro alle pruine algenti
Nascer il foco o tra le fiamme il ghiaccio.
In oltre; se dell’anima l’essenza
910A morte non soggiace e può sentire
Separata dal corpo, a quel ch’io stimo,
Forza sarà che la si creda ornata
De’ cinque sentimenti: e noi medesmi
In null’altra maniera a noi proporre
915Possiam che l’alme per l’inferno errando
Vadano: onde i pittori e de’ poeti
I secoli primieri in cotal guisa
L’alme introdusser d’ogni senso ornate.
Ma non posson per sè privi dell’alma
920O le mani o la lingua o ’l naso o gli occhi
O l’orecchie goder vita nè senso;
Nè per sè ponno i sensi, e senza mani
E senza lingua e senza orecchie e senza
Occhi e naso, goder senso nè vita.
925E, perchè il senso esser ne mostra il senso
Comune a tutto il corpo ed ognun vede
Ch’animale è ’l composto, egli è pur d’uopo
Che, se questo con subita percossa
Si ferisce nel mezzo in guisa tale
930Che restin separate ambe le parti,
E divisa e stracciato anco dell’alma
Sia col corpo il vigore e quinci e quindi
Senza alcun dubbio seminato e sparso.
Ma ciò che si divide et in più d’una
935Parte si sparge, per sè stesso nega
D’esser dotato di natura eterna.
Fama è che pria nelle battaglie er’uso
L’oprar carri falcati, e che da questi
Spesso di mista uccisïon fumanti
940Sì repente solean l’umane membra
Tronche restar che già cadute in terra
Tremar parean benchè divise affatto
Dal restante del corpo, ancor che l’animo
E dell’uom l’energia nulla sentisse
945Per la prestezza di quel male il duolo:
Sol perchè tutto allor l’animo intento
Era in un con le membra al fiero Marte,
Alle morti alle stragi, e di null’altro
Parea che gli calesse, e non sapea
950Che le ruote e le falci aspre e rapaci
Gli avean pel campo strascinato a forza
Già con lo scudo la sinistra mano.
Nè s’accorge talun, mentre in battaglia
Salta a cavallo e furïoso corre,
955D’aver perso la destra. Un altro tenta
D’ergersi, ancor che d’uno stinco affatto
Privo, mentre nel suolo il piè morendo
Divincola le dita. E ’l capo in terra
Tronco dal caldo e vivo busto al vôlto
960Mostra segni vitali ed apre gli occhi,
Finchè dell’alma ogni reliquia esali.
Anzi; se, mentre il minaccevol serpe
Sta vibrando tre lingue, a te piacesse
Di tagliar con la spada in varie parti
965La lunga coda sua, veder potresti
Che ciascuna per sè di fresco incisa
S’attorce e sparge di veleno il suolo,
E con la bocca sè medesma indietro
Cerca la prima parte e ’l dente crudo
970Vi ficca in guisa che pel duolo acerbo
Crucïata l’impiaga e con l’ardente
Morso l’opprime. Or direm noi ch’in tutte
Quelle minime parti un’alma intera
Si trovi? ma da ciò segue che molte
975Anime siano in un sol corpo unite.
Dunque divisa è pur quella che sola
Fu prima; onde mortale e l’alma e ’l corpo
Stimar si dee, giacchè ugualmente entrambi
Possono in varie parti esser divisi.
980Se l’alma, in oltre, è per natura eterna
E nel corpo a chi nasce occultamente
Penetra; e per qual causa altri non puote
Rammemorarsi i secoli trascorsi,
Nè delle cose da lei fatte alcuno
985Vestigio ritener? Poichè, se tanto
La virtù della mente in noi si cangia
Che resti affatto ogni memoria estinta
Delle cose operate, al creder mio,
Ciò dalla morte omai lungi non erra.
990Sì che d’uopo ti fia dir che perisce
L’alma di prima, e ch’all’incontro quella
Ch’or nel corpo dimora or si creasse.
Aggiungi che; s’in noi l’animo è chiuso,
Poi che ’l corpo è perfetto, allor che nasce
995L’uomo e che pria ne’ limitari il piede
Pon della vita; in nessun modo al certo
Non convenia ch’egli nel sangue immerso
Col corpo e con le membra in simil guisa
Crescer paresse; anzi per sè dovria
1000Viver solo a sè stesso e quasi in gabbia.
Onde, voglia o non voglia, è pur mestiero
Che si credan da noi l’alme e le menti
Natíe non pur ma sottoposte a morte.
Posciachè, se di fuori insinuate
1005Fossero, non potrian sì strettamente
Ai corpi unirsi: il che pur mostra aperto
Il senso a noi; mentre connesse in guisa
Per le vene, pe’ nervi e per le viscere
Sono e per l’ossa, che gli stessi denti
1010Son di senso partecipi, siccome
N’additano i lor mali e lo stridore
Dell’acqua fredda e le pietruzze infrante
Da noi con essi in masticando il pane:
Nè, sì conteste essendo, uscirne intatte
1015Potranno e salve sè medesme sciôrre
E da’ nervi e dall’ossa e dagli articoli.
Chè se tu forse penetrar ti credi
L’anima per le membra insinuata
Di fuor in noi, tanto più dee col corpo
1020Putrefatta perir; poichè disfassi
Tutto ciò che penètra, e però muore:
Con ciò sia che divisa al fin si spande
Pe’ meati insensibili del corpo.
E qual, se per le membra è compartito,
1025Tosto il cibo perisce e di sè stesso
Porge ristoro e nutrimento al corpo,
Tal dell’alma e dell’animo l’essenza,
Benchè novellamente entri nel corpo
Intera, nondimen pur si dissolve
1030Mentre il penètra e che pe’ fóri occulti
Vengon distribuite ad ogni membro
Le sue minime parti, onde si forma
Quest’altra essenza d’animo che poscia
Donna è del corpo e che di nuovo è nata
1035Di quella che perío distribuita
Già per le membra. Onde non par che l’alma
Priva sia di natal nè di ferètro.
In oltre; non rimangono i principii
Dell’anima nel corpo ancor che morto?
1040Che se pur vi rimangono e vi stanno,
Non par che giustamente ella si possa
Giudicare immortal, poichè libata
Fuor se ne gío parte di sè lasciando:
Ma, s’ella poi dalle sincere membra
1045Se ’n fugge in guisa che nel corpo alcuna
Parte di sè medesima non lascia,
Onde spirano i vermi entro alle viscere
Già rance de’ cadaveri, e sì grande
Numero d’animali affatto privi
1050D’ossa e di sangue in ogni parte ondeggia
Per le tumide membra e per gli articoli?
Chè se tu forse insinuarsi a’ vermi
L’anime credi e per di fuori entrare
Ignude entro i lor corpi, e non consideri
1055Come mill’e mill’anime s’adunano
In quel corpo medesmo ond’una sola
Già si partío; ciò nondimeno è tale
Che sembra pur che ricercar si debba
È forte dubitar, che l’alme i semi
1060Si procaccin de’ vermi ad uno ad uno
E ne’ luoghi ove sono esse per sè
Si fabbrichin le membra o pur di fuori
Sian ne’ corpi già fatti insinuate.
Ma, nè come operar debbiano o come
1065Affaticarsi l’anime, ridire
Non puossi: con ciò sia che senza corpo
Inquïete e sollecite non vanno
Qua e là svolazzando a forza spinte
O dal male o dal freddo o dalla fame;
1070Chè per questi difetti ed a tal fine
Par che più tosto s’affatichi il corpo,
E ch’entro a lui del suo contagio infetto
L’animo a molte infermità soggiaccia.
Ma concedasi pur che giovi all’alme
1075Il fabbricarsi i corpi in quello stesso
Tempo che vi sottentrano: ma come
Debbian ciò fare imaginar non puossi.
Esse dunque per sè le proprie membra
Fabbricar non potranno: e non per tanto
1080Giudicar non si dee ch’insinuate
Sian ne’ corpi già fatti, imperciocchè
Non potrian sottilmente esser connesse
Nè sottoposte per consenso a’ morbi.
Al fine: ond’è che vïolenta forza
1085De’ superbi leon sempre accompagna
La semenza crudele? e che da’ padri
Han le volpi l’astuzia? e per natura
Fuggono i cervi ov’il timor gli caccia?
E l’altre proprietà simili a queste
1090Ond’è che tutte per le membra innate
Sembrano in noi? se non perch’una certa
Energia della mente in un con tutto
Il corpo cresce del suo seme e della
Propria semenza? Che se fosse immune
1095Da morte e corpo varïar solesse,
Permiste avrian le qualità fra loro
Gli animali, e potrebbe ircana tigre
Cani produr che de’ cornuti cervi
Paventasser l’incontro, e lo sparviero
1100Gli assalti fuggiria delle colombe
Per l’aure aeree timido e tremante,
Pazzo ogni uomo saria, saggia ogni fera.
Poichè falso è che l’anima immortale,
Come alcun dice, in varïando il corpo
1105Si cangi: con ciò sia che si dissolve
Tutto ciò che si cangia e però muore;
Giacchè le parti sue l’ordin primiero
Mutano, onde poter debbono ancora
Per le membra dissolversi e perire
1110Finalmente col corpo. E, se diranno
Che sempre in corpi umani anime umane
Entrino, io chiederògli ond’è che possa
Pazza di saggia divenir la mente?
Nè prudente già mai nessun fanciullo
1115Si trovi, nè puledro adorno in guisa
Di virtù militar che possa in guerra
Far prova di sè stesso al par d’ogni altro
Bravo destrier? se non perchè una certa
Energia della mente in un col corpo
1120Cresce eziandio del proprio seme e della
Propria semenza, nè schifar si puote
Che ne’ teneri corpi anco la mente
Tenerella non sia? Che se pur vero
Ciò credi, omai che tu confessi è d’uopo
1125Che l’anima è mortal, mentre si cangia
Sì fattamente per le membra e perde
La primiera sua vita e ’l proprio senso.
E come, in oltre, in compagnia del corpo
Divenuta robusta al fior bramato
1130Giunger dell’età sua l’alma potrebbe,
Se del primiero origine consorte
Non fosse? e come delle vecchie membra
Desidera d’uscir? forse paventa
Chiusa restar nel puzzolente corpo?
1135O che l’albergo suo già vacillante
Per la soverchia età caggia e l’opprima?
Ma non può l’immortale esser disfatto.
In somma, assai ridicolo mi sembra
Il dir che siano apparecchiate e pronte
1140Ne’ venerei diletti e delle fere
Ne’ parti l’alme, e che immortali essendo
Sian costrette a guardar membra mortali
Menti infinite e gareggiar fra loro
Qual prima o dopo insinuarsi deggia;
1145Se non se forse han pattuito insieme
Che quella che volando arriva prima
Anco prima s’insinui, e che di forze
L’una all’altra già mai lite non muova.
Gli alberi finalmente esser nell’etere
1150Non ponno nè le nubi entro all’oceano,
Nè vivo il pesce dimorar ne’ campi,
Nè da legno spicciar tepido sangue,
Nè mai succo stillar da pietra alpina:
Certo ed acconcio è per natura il luogo
1155Ove cresca ogni cosa, ove dimori.
Così dunque per sè l’alma e la mente
Senza corpo già mai nascer non puote
Nè dal sangue vagar lungi e da’ nervi:
Poichè, se ciò potesse, ella potrebbe
1160Molto più facilmente o nella testa
Vivere o nelle spalle o ne’ calcagni,
E nascer anco in qualsivoglia parte
Del corpo, e finalmente abitar sempre
Nell’uomo stesso e nello stesso albergo
1165Onde; poichè prefisso i corpi nostri
Han per natura ed ordinato il luogo
Ove distintamente e nasca e cresca
La natura dell’animo e dell’anima,
Tanto men ragionevole stimarsi
1170Dee che si possa generare il tutto
Scevro dal corpo e mantenersi in vita.
Onde, tosto che ’l corpo a morte corre,
Mestier sarà che tu confessi, o Memmo,
Anco l’alma perciò distratta in esso.
1175Con ciò sia che l’unire all’immortale
Il caduco e pensar ch’ei possa insieme
Operare e soffrir cose a vicenda,
È solenne pazzia: poichè qual altra
Cosa mai sì diversa e sì disgiunta
1180E fra sè discrepante imaginarsi
Potria, quanto l’unirsi all’immortale
E perenne il caduco e fragil corpo
E soffrir nel concilio aspre tempeste?
In oltre; tutto quel che dura eterno
1185Conviene; o che respinga ogni percossa,
Per esser d’infrangibile sostanza,
Nè soffra mai che lo penètri alcuna
Cosa che disunir possa l’interne
Sue parti, qual della materia a punto
1190Gli atomi son la cui natura innanzi
Già per noi s’è dimostra; o che immortale
Viva, perchè dagli urti affatto esente
Sia, come il vôto che non tócco dura
Nè mai soggiace alle percosse un pelo:
1195O perchè intorno a lui nessuno spazio
Non sia dove partirsi e dissiparsi
Possa, come la somma delle somme
Fuor di sè non ha luogo ove si fugga
Nè corpo che l’intoppi e con profonda
1200Piaga l’ancida, e però dura eterna.
Ma nè, come insegnammo esser contesta
L’anima può d’impenetrabil corpo,
Chè misto è sempre infra le cose il vôto;
Nè però, come il vôto, intatta vive;
1205Poichè corpi non mancano che sórti
Dall’infinito ed agitati a caso
Possan cozzar con vïolento turbine
Questa mole di mente ed atterrarla
E farne in altri modi orrido scempio,
1210Nè del luogo l’essenza e dello spazio
Profondo manca ove distrarsi e spargersi
L’anima possa e per lo vano immenso
Spinta da qualunqu’altra esterna forza
Finalmente perir. Dunque non fia
1215Chiusa alla mente del morir la porta.
Chè se forse immortal credi più tosto
L’anima, perchè sia ben custodita
Dalle cose mortifere, o perchè
Tutto quel che l’incontra in qualche modo
1220Pria che le noccia risospinto a forza
Indietro si ritiri, o perchè nulla
Che nemico le sia possa incontrarla,
Erri lungi dal ver; poich’ella al certo,
Oltr’al mal che patisce allor ch’inferme
1225Giaccion le membra, è macerata spesso
Dal pensare al futuro, onde il timore
Nasce che la maltratta e le noiose
Cure che la travagliano, e rimorsa
È dalle colpe in gioventù commesse.
1230Aggiungi in oltre il proprio suo furore
E l’oblio delle cose; aggiungi il nero
Torrente di letargo in cui s’immerge.
Nulla dunque è la morte e nulla all’uomo
Appartenersi può, poichè mortale
1235È l’alma. E; come ne’ trascorsi tempi
Nulla afflitti sentimmo, allor che ’l fiero
Annibale inondò d’armi e d’armati
Del Lazio i campi, e che squassato il tutto
Da così spaventevole tumulto
1240Di guerra sotto l’alte aure dell’etere
Tremò sovente, e fu più volte in dubbio
Sotto qual de’ due popoli dovesse
Cader l’impero universal del mondo;
Tal a punto sentir nulla potremo
1245Tosto che fra di lor l’anima e ’l corpo,
Dall’unïon de’ quai l’uomo è formato,
Disuniti saranno; a noi per certo,
Ch’allor più non saremo, accader nulla
Più non potrà; non se confuso e misto
1250Fia con la terra il mar, col mare il cielo.
Senza che; se distratta omai del nostro
Corpo la mente e l’energia dell’alma
Sentir potesse, non per tanto a noi
Ciò nulla apparterria; poichè formati
1255Siam d’anima e di corpo unitamente.
Nè; se l’età future avranno i semi
Nostri raccolto dopo morte ed anco
Di nuovo allo stess’ordine ridotti
C’hanno al presente, onde ne sia concesso
1260Nuovo lume di vita; a noi per certo
Nulla questo appartien, poi che interrotta
Fu la nostra memoria una sol volta.
Et or nulla di noi che fummo innanzi
Ne cal, nè punto ne contrista ed ange
1265Il pensar a color che della nostra
Materia in altre età nascer dovranno.
Poichè, se gli occhi della mente affissi
Del tempo omai trascorso all’infinito
Spazio e contempli quai pel vano immenso
1270I moti sian della materia prima,
Agevolmente crederai che i semi
Fossero in quello stesso ordine e sito,
In cui son or, molto sovente: e pure
Non può di questo rammentarsi alcuno,
1275Poich’interposte fûr pause alla vita
E sparsi i moti errâr lungi da’ sensi.
Poichè quel ch’è per essere infelice
D’uop’è che vivo sia nel tempo in cui
Possa a mal soggiacere: or; se la morte
1280Da questo lo difende, e proibisce
Che quegli in cui ponno adunarsi i mali
Stessi che noi fan miseri vivesse
Ne’ secoli trascorsi; omai ne lice
Senza dubbio affermar che nella morte
1285Non è di che temere, e che non puote
Esser mai chi non vive egro e dolente,
Nè punto differir da quei che nati
Unqua al mondo non son quelli a cui tolta
Fu da morte immortal vita mortale.
1290Onde: se vedi alcun che di sè stesso
Abbia compassïon, perchè sepolto
Dopo morte il suo corpo imputridirsi
Debbia, o da fiamme ardenti esser consunto,
O lanïato da rapaci augelli,
1295O da fiere sbranato; indi ti lice
Saper che non sincero il cor gli punge
Qualche stimolo cieco; ancor ch’e’ neghi
Di creder che sentir dopo la morte
Si possa alcuna cosa; onde non serba
1300Ciò che promette largamente altrui,
Nè dalla vita sè medesmo affatto
Stacca, ma, nol sapendo, alcuna parte
Fa che resti di sè. Chè, mentre vivo
L’uom pensa che morendo o degli uccelli
1305Fia pasto il proprio corpo o delle belve,
Tosto di sè medesimo gl’incresce;
Sol perchè non si libera a bastanza
Dal corpo agli animai gettato in preda:
Ma quel si finge, e del suo proprio senso
1310L’infetta; e quindi, a lui stando presente,
D’esser nato mortal sdegna; e non vede
Che nella vera morte esser non puote
Nessun altro sè stesso, il qual vivendo
Pianga sè morto o lacerato od arso.
1315Con ciò sia che, se mal fosse, morendo,
Che dall’avido rostro o dall’ingorda
Bocca degli animai si divorasse
Dell’uomo il corpo, io non intendo il come
Duro non sia l’esser nel fuoco ardente
1320Arrostite le membra o soffocate
Nel mèle o per lo freddo intirizzite
Poste a giacer d’una gelata selce
Su l’equabile cima o per disopra
Dal grave peso della terra infrante.
1325- Ma nè l’albergo tuo vago et adorno
Nè l’amata consorte omai potranno
Accoglierti, nè i dolci e cari figli
Correrti incontro e con lusinghe e vezzi
Prevenirti ne’ baci e ’l core e l’alma
1330Di tacita dolcezza inebrïarti.
Più non potrai con l’onorate imprese
O di mano o di senno o in pace o in guerra
Esser a te nè a’ tuoi d’aiuto alcuno.
Povero te, povero te! gridando
1335Vanno: un sol giorno una sol’ora un punto
Nemico a’ gusti tuoi potrà rapirti
Della vita ogni premio. - E taccion solo,
- Nè desiderio alcuno avrai di queste
Cose. - Il che se con gli occhi della mente
1340Molto ben guarderanno e seguitarlo
Vorran co’ detti, omai scioglier se stessi
Potranno e dall’angoscie e dal timore,
Venti contrari alla tranquilla vita.
- Tu, qual da morte addormentato sei,
1345Tale al certo sarai nella futura
Età privo d’affanno e di cordoglio:
Ma noi vicini al tuo sepolcro orrendo
Te piangeremo insazïabilmente
Dal rogo in poca cenere converso;
1350Nè l’eterno dolor dal cuor profondo
Tolto mai ne sarà. - Chiedere adunque
Deggiamo a questi, onde sì tetro assenzio
Nasca allor ch’una cosa omai ritorna
Al sonno, alla quïete, e qual cagione
1355Abbia alcun di dolersi e pianger sempre.
Sogliono ancor, mentre sedendo a mensa
Tengon gli uomini in man coppe spumanti,
Di ghirlande odorose ornati il crine,
Dirsi di cuor l’un l’altro - È breve il frutto
1360Del bere, il già godemmo, e nel futuro
Forse più no ’l godrem; - quasi il maggiore
Mal che la tomba a questi tali apporti
Sia l’esser dalla sete arsi e consunti,
O dall’arida terra o da qualunque
1365Altro desio miseramente afflitti.
Ma nè la vita sua nè sè non cerca
Alcun, mentre di par giace sopito
In placida quïete il corpo e l’alma:
Onde apprender ben puoi ch’a noi conviene
1370Dormir sonno perpetuo, e non ci punge
Di noi medesmi desiderio alcuno:
E pur dell’alma i primi semi allora
Non lungi per le membra errando vanno
Ai sensiferi moti, anzi si desta
1375L’uom per sè stesso. Molto meno adunque
Creder si dee ch’appartener si possa
La morte a noi, se men del nulla è nulla:
Poichè più dissipata è nel feretro
L’unïon de’ principii, e mai nessuno
1380Svegliossi dopo che seguìo la fredda
Pausa della sua vita una sol volta.
Al fin; se voci la natura stessa
Fuor mandasse repente ed in tal guisa
Prendesse a rampognarne - E qual sì grave
1385Causa, o sciocco mortal, ti spinge al duolo?
Perchè temi la morte, perchè piangi?
Perchè, se dolce la primiera vita
Ti fu nè tutti i comodi di quella
Scórser quasi congesti in un forato
1390Vaso, nè tutti trapassâr noiosi,
Perchè di viver sazio omai non parti
Dal mio convito e volentier non pigli
La sicura quïete? E, se profuso
Svanì ciò che godesti e se la vita
1395T’offende omai, per qual cagione, o stolto,
Cerchi d’aggiunger più quel che di nuovo
Dee malamente dissiparsi e tutto
Perire a te noioso? e non più tosto
Fine alla vita ed al travaglio imponi?
1400Con ciò sia che oggimai nulla mi resta
Che macchinar per te, nè trovar posso
Cosa che più ti piaccia. Il mondo è sempre
Lo stesso: e, se per gli anni ancor non langue
Il corpo tuo, se per vecchiezza estrema
1405Non hai le membra affaticate e stanche,
Sappi che nondimen ciò che ti resta
Sarà sempre il medesmo, ancor che vivo
Stessi ben mille e mill’etadi ed anco
Mai per morir non fossi; - qual risposta
1410Dar potrem noi, se non che la natura
Giusta lite ne muove e ’l vero espone?
Ma chi più del dover s’ange e lamenta
D’esser nato mortal, dunque a ragione
Non fia sgridato e rampognato in voce
1415Vie più alta e severa? - Asciuga, o stolto,
Dagli occhi il pianto, e le querele affrena. -
E, se per troppa età vecchio e canuto
Altri si duol - Tu pur godesti i premi
Che la vita ne dà, pria che languissi.
1420Ma, perchè sempre avidamente brami
D’aver quel che ti manca ed all’incontro
Sprezzi qual cosa vil ciò che possiedi,
Quindi avvien che imperfetta e poco grata
Ti rassembra la vita, e quindi, innanzi
1425Che tu possa partir pieno e satollo
Delle cose del mondo, all’improvviso
Ti sovrasta la morte. Or lascia adunque
Ciò che più tuo non è, benchè prodotto
Fosse al tuo tempo; e volentier concedi
1430Ch’altri possegga quel che indarno omai
Tenti di posseder. - Giusta per certo
Sarebbe, al creder mio, tal causa, e giusto
Un sì fatto rimprovero: chè sempre
Cedon l’antiche alle moderne cose
1435Da lor cacciate a viva forza, e l’una
Si ristaura dall’altra, e nulla cade
O nel tartaro cieco o nel profondo
Baratro. Acciò ne’ secoli futuri
Gli uomini, gli animai, l’erbe e le piante
1440Crescan, han d’uopo di materia: e pure
Mestiero è che ciò segua, allor che avrai
Compito affatto di tua vita il corso.
Dunque non men di te caddero innanzi
Tai cose, e caderanno. In cotal guisa
1445Di nascer l’un dall’altro unqua non resta;
Nè fu dalla natura il viver dato
A nessuno in mancipio, a tutti in uso.
Pon mente, in oltre, come, pria ch’al mondo
Fossimo generati, alcun trascorso
1450Secolo antico dell’eterno tempo
A noi nulla appartenne. Or questo adunque
Specchio natura innanzi agli occhi nostri
Pose, acciò quivi un simolacro vero
Rimiriam dell’età che finalmente
1455Dee seguir dopo morte. Ivi apparisce
Nulla forse o d’orribile o di mesto?
Forse non d’ogni sonno alto e profondo
È piu sicuro il tutto? In vita in vita
Si patisce da noi ciascun tormento,
1460Che l’alme crucïar nel basso inferno
Credon gli sciocchi. Tantalo infelice
Non teme il grave ed imminente sasso,
Come fama di lui parla e ragiona:
Ma ben sono i mortali in vita oppressi
1465Dal timor degli dèi cieco e bugiardo,
E paventan ognor quella caduta
Che la sorte gli appresta. Erra chi pensa
Che Tizio giaccia in Acheronte e sempre
Pasca del proprio cor l’augel vorace:
1470Nè, per cercar lo smisurato petto
Con somma diligenza, unqua potrebbe
L’avoltoio trovar cibo che fosse
Bastante a sazïar l’avido rostro
Eternamente: e, sia quantunque immane
1475Tizio, e non pur con le distese membra
Occupi nove iugeri, ma tutto
Il grand’orbe terreno, ei non per tanto
Non potrà sofferir perpetua doglia
Nè porger del suo corpo eterno pasto.
1480Ma Tizio è quei che, dal rapace artiglio
D’amor ghermito, è lacerato e roso
Dal crudo rostro d’ansïosa angoscia;
E quei che per qualunque altro desio
Stracciano ad or ad or noie e tormenti.
1485Sisifo, in oltre, in questa vita abbiamo
Posto innanzi a’ nostr’occhi: e quello è desso
Che dal popolo i fasci e le crudeli
Securi aver desidera, e si trova
Sempre ingannato, onde si crucia ed ange:
1490Perch’impero bramar, ch’affatto è vano
Nè mai può conseguirsi e sempre in esso
Durare intollerabili fatiche,
Questo è voler lo sdrucciolevol sasso
Portar sulla più alta eccelsa cima
1495Del monte alpestre, ond’egli poi si ruoti
Di nuovo e caggia in precipizio al piano.
Il pascer, oltr’a ciò, l’animo ingrato
Sempre de’ beni di natura, e mai
Non empier nè saziar la brama ingorda;
1500Qual allor che degli anni in sè rivolti
Tornano i tempi e ne rimenan seco
Varie e liete vaghezze e lieti parti,
E pur sazio già mai l’uomo infelice
Non è di tanti e così dolci frutti
1505Che la vita gli porge; a quel ch’io stimo,
Altro questo non è che radunare
Acqua in vasi forati i quai non ponno
Empiersi mai; come si dice a punto
Che a far sian condannate in Acheronte
1510Dell’empio re le giovanette figlie.
Cerbero, fiera orribile e diversa
Che latra con tre gole, e ’l cieco Tartaro
Che fiamme erutta e spaventosi incendi,
E le furie crinite di serpenti,
1515Ed Eaco e Minosse e Radamanto
Non sono in alcun luogo e senza dubbio
Esser non ponno: ma la téma in vita
Delle pene dovute ai gran misfatti
Gravemente n’affligge e la severa
1520Penitenza del fallo, e ’l carcer tetro
E del sasso tarpeio l’orribil cima,
I flagelli, i carnefici, la pece
E le piastre infocate e le facelle,
E qual altro supplicio unqua inventasse
1525Sicilia de’ tiranni antico nido;
I quai, ben che dal corpo assai lontani
Forse ne sian, pur di temer non resta
L’animo consapevole a sè stesso
De’ malvagi suoi fatti; e ’l core e l’alma
1530Sì ne sferza e ne stimola e n’affligge,
Che nell’esser crudel Falari avanza;
Nè sa veder qual d’ogni male il fine
Sarebbe e d’ogni pena, anzi paventa
Che vie più dopo morte aspre e noiose
1535Non sian le sue miserie. Or quindi fassi
La vita degli sciocchi un vivo inferno.
Tal volta ancor puoi fra te stesso dire
- Vide pur Anco Marzio eterna notte,
Che di te, scellerato, assai migliore
1540Era per molte cause, e tanto avea
Dilatati i confini al patrio regno.
Anzi a molt’altri re, duci e signori
E capi di gran popolo convenne
Pur morir finalmente. E quello stesso
1545Che del vasto oceàn sul molle dorso
Vie lastricando passeggiò per l’alto
Con le sue legïoni, e sovra l’onde
Delle salse lagune a piede asciutto
Insegnò cavalcare, e pria d’ogni altro
1550Spezzò del mare il murmure tremendo,
Perduto il vital giorno, al fin disperse
L’anima fuor del moribondo corpo.
Polve è già Scipïone, alto spavento
D’Africa e chiaro fulmine di guerra,
1555Non altrimenti ch’un vil servo fosse.
Aggiungi poi delle dottrine i primi
Inventori e dell’arti e delle grazie:
Aggiungi delle nove alme sorelle
I divini compagni. Un sol Omero
1560Fu principe di tutti, e pur si giace
Sopito anch’ei nella medesma quiete
Che si giacciono gli altri. Al fin Democrito,
Poi ch’imparò dalla vecchiezza estrema
Che già languian della sua mente i moti,
1565Corse incontro alla morte e ’l proprio capo
Volontario le offerse. Anzi lo stesso
Epicuro morío, che ’l germe umano
Superò nell’ingegno, e d’ogni stella
Gli splendori oscurò, nato fra noi
1570Qual sole etereo ad illustrare il mondo.
E tu tèmi ’l morire, e te ne sdegni?
Tu che vivo e veggente hai quasi morta
La vita omai? Tu che nel sonno involto
La maggior parte dell’età consumi?
1575Tu che dormi vegliando e mai non resti
Di veder sogni, e di paura vana
Hai la mente sollecita, e non trovi
Sovente il mal che sì ti crucia ed ange,
Allor che d’ogn’intorno ebro infelice
1580Sì gravemente da noiose cure
Travagliato ed oppresso e fra pensieri
Dubbioso ondeggi in mille errori e mille? -
Ah! che, se gl’infelici uomini stolti
Drizzasser gli occhi a rimirar quel peso
1585Che sì gli opprime, e manifeste e conte
Gli fusser le cagioni onde ciò nasca
Et onde ognor tanta e sì grave alberghi
Quasi mole di male entro a’ lor petti,
Non così viverían, come veggiamo
1590Viver molti di lor, senza sapere
Nè pur quel ch’e’ si vogliano, nè sempre
Vorrian luogo mutar, quasi potessero
Da tal peso sgravarsi. Esce sovente
Un fuor di casa, a cui rincresce omai
1595Lo starvi, e quasi subito vi torna;
Come quello che fuori esser non vede
Cosa che più gli aggradi. A tutta briglia
Caccia questi ’l cavallo e furïoso,
Quasi aiuto portar deggia all’accese
1600Mura del suo palagio, in villa corre:
Ma tócco a pena il limitar bramato,
Sbadiglia e dorme, e d’oblïar procura
Ciò che tedio gli reca, e torna in fretta
Di nuovo alla città. Fugge in tal guisa
1605se stesso ognun: ma chi non può fuggirsi
Ne segue a viva forza e ne tormenta,
Sol perchè nota la cagion del morbo
All’infermo non è: chè s’ei mirarla
Senza velo potesse, ogni altra cura
1610Posta in non cale, a contemplare omai
Di natura i segreti e le cagioni
Tutto si volgeria: chè non d’un’ora,
Ma d’infiniti secoli in contesa
Si pon lo stato in cui dopo la morte
1615Staranno in ogni età tutti i mortali.
In somma; qual malvagia avida brama
Di vita a paventar sì fattamente
Ne’ dubbiosi pericoli ne sforza?
Certo è ’l fin della vita: ogni mortale
1620D’uop’è che muoia. In un medesmo luogo
Sempre, oltr’a ciò, dimorasi, e vivendo
Mai non si gode alcun piacer che nuovo
Si possa nominar: ma, se lontano
Sei da quel che desideri, ti sembra
1625Che questo ecceda ogni altra cosa; e, tosto
Che tu l’hai conseguito, altro desio
Il cor ti punge. Un’egual sete han sempre
Quei che temon la morte, e mai non ponno
Saper che sorte la futura etade
1630Gli appresti, o ciò che porteragli il caso
O qual fin gli sovrasti. Ed allungando
La vita non per tanto alcun non puote
Scemar del tempo della morte un pelo,
Nè punto sminuir la lunga etade
1635In cui star gli convien privo di vita.
Onde, ancor che vivendo ogni uom godesse
Ben mille e mille secoli futuri,
Non fia nulla però men sempiterna
La morte che l’aspetta: e senza dubbio
1640Nulla men lungamente avrà perduto
L’esser colui che terminò la vita
Questo giorno medesimo, di quello
Che già morío mill’e mill’anni innanzi.

LIBRO 4
Vo passeggiando dell’aonie dive
I luoghi senza strada e da nessuno
Mai più calcati. A me diletta e giova
Gir a’ vergini fonti e inebriarmi
5D’onde non tocche. A me diletta e giova
Coglier novelli fiori onde ghirlanda
Peregrina ed illustre al crin m’intrecci,
Di cui fin qui non adornâr le muse
Le tempie mai d’alcun poeta tósco;
10Pria, perchè grandi e gravi cose insegno
E seguo a liberar gli animi altrui
Dagli aspri ceppi e da’ tenaci lacci
Della religïon; poi, perchè canto
Di cose oscure in così chiari versi,
15E di nêttar febeo tutte l’aspergo.
Nè questo è, come par, fuor di ragione:
Poichè; qual, se fanciullo a morte langue,
Fisico esperto alla sua cura intento
Suol porgergli in bevanda assenzio tetro
20Ma pria di biondo e dolce mèle asperge
L’orlo del nappo, acciò gustandol poi
La semplicetta età resti delusa
Dalle mal caute labbra e beva intanto
Dell’erba a lei salubre il succo amaro,
25Nè si trovi ingannata, anzi consegua
Solo per mezzo suo vita e salute;
Tal a punto or facc’io. Perchè mi sembra
Che le cose ch’io parlo a molti indótti
Potrian forse parere aspre e malvage,
30E so che ’l cieco e sciocco volgo aborre
Da mie ragioni; io per ciò volsi, o Memmo,
Con soave eloquenza il tutto esporti,
E quasi asperso d’apollineo mèle
Te ’l porgo innanzi, per veder s’io posso
35In tal guisa allettar l’animo tuo;
Mentre dipinta in questi versi miei
La natura vagheggi, e ben conosci
Quanto l’utile sia che la n’apporta.
Ma; perchè innanzi io t’ho provato a lungo
40Quali sian delle cose i primi semi,
E con che varie forme essi nel vano
Per sè vadano errando e sian commossi
Da moto eterno; e come possa il tutto
Di lor crearsi; e t’ho mostrato in oltre
45La natura dell’animo, insegnando
Ciò ch’egli siasi e di quai semi intesto
Viva insieme col corpo ed in qual modo
Torni distratto ne’ principii primi;
Tempo mi par di ragionarti omai
50Di quel che molto in queste cose importa;
Cio è, che quelle imagini che dette
Son da noi simolacri altro non siano
Che certe sottilissime membrane
Ch’ognor staccate dalla buccia esterna
55De’ corpi or qua or là volin per l’aure,
E che quelle medesime, ch’incontro
Ci si fanno vegliando e di spavento
Empion gli animi nostri, anco dormendo
Ci si paran davanti, allor che spesso
60Veggiamo ignudi simolacri et ombre
Sì spaventose e d’ogni luce prive
Che ne destan dal sonno orribilmente;
Acciò che forse non si pensi alcuno
Che del basso Acheronte uscendo l’alme
65Volin tra’ vivi o che rimanga intatta
Qualche parte di noi dopo la morte,
Quando, del corpo e della mente insieme
Dissipata l’essenza, il tutto omai
Avrà ne’ semi suoi fatto ritorno.
70Su dunque: io dico che de’ corpi ogn’ora
Le tenui somiglianze e i simolacri
Vengon dal sommo lor vibrati intorno.
Questi da noi quasi membrane o bucce
Debbon chiamarsi, con ciò sia che seco
75Portin sempre l’imagini il sembiante
E la forma di quello ond’esse in prima
Staccansi e per lo mezzo erran diffuse.
E ciò quindi imparar, benchè alla grossa,
Lice a ciascun. Pria; perchè molte cose
80Vibran palesemente alcuni corpi
Lungi da sè; parte vaganti e sparsi,
Com’il fumo le querci, e le faville
Il fuoco; e parte più contesti insieme,
Come soglion tal or l’antiche vesti
85Spogliarsi le cicale allor che Sirio
Di focosi latrati il mondo avvampa,
O quale a punto il tenero vitello
Lascia del corpo la membrana esterna
Nel presepio ove nasce, o qual depone
90Lubrico sdrucciolevole serpente
La spoglia in fra le spine, onde le siepi
Delle lor vesti svolazzanti adorne
Spesso veggiamo. Or, se tai cose adunque
Si fanno, è ben credibile che debba
95Vibrar dal sommo suo qualunque corpo
Di sè medesmo una sottile imago.
Con ciò sia che già mai ragione alcuna
Assegnar non si può, perchè staccarsi
Debbiano dalle cose i detti corpi
100E non i più minuti e più sottili;
Massime essendo delle cose al sommo
Molti piccoli semi, i quai vibrarsi
Ponno con lo stess’ordine che prima
Ebbero e conservar la stessa forma,
105E ciò tanto più ratti, quanto meno
Ponno i pochi impedirsi e nella fronte
Prima hanno luogo. Con ciò sia che sempre
Emergon molte cose e son vibrate
Non pur dai cupi penetrali interni,
110Com’io già dissi; ma sovente ancora
Il medesmo color diffuso intorno
È dal sommo de’ corpi. E l’auree vele
E le purpuree e le sanguigne spesso
Ciò fanno allor che ne’ teatri augusti
115Son tese e sventolando in su l’antenne
Ondeggian fra le travi: ivi ’l consesso
Degli ascoltanti, ivi la scena e tutte
L’imagini de’ padri e delle madri
E degli dèi di color vari ornate
120Veggionsi fluttuare; e, quanto più
Han d’ogni intorno le muraglie chiuse
Sì che da’ lati nel teatro alcuna
Luce non passi, tanto più cosperse
Di grazia e di lepor ridon le cose
125Di dentro, avendo in un balen concetta
L’alma luce del dì. Se adunque il panno
Dall’esterne sue parti il color vibra,
Mestiero è pur che tutte l’altre cose
Vibrino il tenue simolacro loro,
130Poscia che quello e questi è dall’esterne
Parti scagliato. Omai son certi adunque
Delle forme i vestigi, che per tutto
Volano e son di sottil filo inteste
Nè mai posson disgiunte ad una ad una
135Esser viste da noi. L’odore, in oltre,
Il fumo, il vapor caldo e gli altri corpi
Simili errar soglion diffusi e sparsi
Lungi da quelle cose onde esalaro;
Perchè, venendo dalle parti interne,
140Nati dentro di lor, per tortuose
Vie camminando, son divisi, e curve
Trovan le porte ond’eccitati al fine
Tentan d’uscir: ma, pel contrario, allora
Che le tenui membrane dall’estremo
145Color de’ corpi son vibrate intorno,
Cosa non è che dissipar le possa;
Perch’elle in pronto sono e nella prima
Fronte locate. Finalmente è d’uopo
Che ciascun simolacro che apparisce
150Negli specchi, nell’acqua ed in qualunque
Forbita e liscia superficie, avendo
La medesima forma delle cose
Ch’egli altrui rappresenta, anche consista
Nelle scagliate imagini volanti:
155Con ciò sia che già mai ragione alcuna
Assegnar non si può, perchè staccarsi
Debbono i corpi che da molte cose
Son deposti o lanciati apertamente
E non i più minuti e i più sottili.
160Son dunque al mondo i tenui simolacri
E simili alle forme delle cose,
I quai, benchè vedersi ad uno ad uno
Non possan, non per tanto, agli occhi nostri
Con urto assiduo ripercossi e spinti
165Dal piano degli specchi, a noi visibili
Fannosi al fin; nè par che in altra guisa
Deggiano illesi conservarsi e tanto
A qualunque figura assomigliarsi.
Or, quanto dell’imagini l’essenza
170Sia tenue, ascolta. E pria, perchè i principii
Son da’ sensi dell’uom tanto remoti
E minori de’ corpi che i nostr’occhi
Comincian prima a non poter vedere,
Or non di meno, acciò che meglio provi
175Tutto quel ch’io ragiono, ascolta, o Memmo,
Ne’ brevi detti miei quanto sottili
Sian d’ogni cosa i genitali semi.
Pria: sono al mondo sì fatti animali
Che la lor terza parte in guisa alcuna
180Veder non puossi. Or qual di questi adunque
Creder si debbe ogn’intestino? quale
Del cuore il globo e gli occhi? e quai le membra,
Quai le giunture? e quai dell’alma in somma
Gli atomi e della mente? Or non conosci
185Quanto piccioli sian, quanto sottili?
In oltre: ciò che dal suo corpo esala
Acuto odor, la panacea, l’assenzio
E l’amaro centauro e ’l grave abrótano,
Se fia mosso da te, vedrai ben tosto
190Molte effigie vaganti in molti modi
Prive affatto di forze e d’ogni senso;
Delle quai quanto sia picciola parte
L’imagine, uom non è che sia bastante
A dire altrui nè con parole possa
195Render di cosa tal ragione alcuna.
Ma, perchè tu forse vagar non creda
Quelle imagini sol che dalle cose
Vengon lanciate, altre si creano ancora
Per sè medesme in questo ciel che detto
200Aere è da noi. Queste, formate in vari
Modi, all’in su van sormontando; e molli
Non cessan mai di varïar sembianza;
E novi Protei in qualsivoglia forma
Cangian sè stesse; in quella guisa a punto
205Che le nubi talor miransi in alto
Facilmente accozzarsi, e la serena
Faccia turbar del mondo e ’l cielo intanto
Lenir col moto; con ciò sia che spesso
Ne sembra di veder per l’aere errando
210Volar giganti smisurati e l’ombra
Distender largamente, e spesso ancora
Gran monti e sassi da gran monti svelti,
Precorrere e seguir del sole i raggi,
E belve alfin di non ben noto aspetto
215Trar seco e generar nembi e tempeste.
Or, quanto agevolmente e come presto
Sian generate e dalle cose esalino
Perpetuamente e sdrucciolando cedano,
Tu quindi apprendi. Poichè sempre in pronto
220Ogni estremo è de’ corpi, onde si possa
Vibrare: e quando all’altre cose arriva
E’ le penetra e passa; e ciò gli avviene
Principalmente in quelle vesti urtando
Ch’inteste son di sottil filo e raro:
225E se ne’ rozzi sassi o nell’opaco
Legno percuote, ivi si spezza in guisa
Che simolacro alcun non puote agli occhi
Rappresentar. Ma, se gli fiano opposti
Corpi lucidi e densi, in quella guisa
230Che sovr’ogni altro di cristallo terso
E di forbito acciar sono gli specchi,
Nulla accade di ciò; poichè non puote
Come le vesti penetrarli et oltre
Passar nè dissiparsi in varie parti,
235Già che la liscia superficie intero
Ed intatto il conserva e ’l ripercuote:
E quindi avvien che son per noi formati
De’ corpi i simolacri, e che, ponendo,
Quando vuoi, ciò che vuoi, quanto vuoi tosto,
240Dirimpetto allo specchio, appar l’imago.
Onde ben puossi argomentar che sempre
Dal sommo delle cose esalan fuori
Tenui effigie e figure. In breve spazio
Dunque si crean ben mille e mille imagini:
245Ond’a ragion l’origine di queste
Si può dir velocissimo. E, siccome
Dee molti raggi in breve spazio il sole
Vibrarsi intorno acciò che sempre il cielo
Illustrato ne sia, tal anco è d’uopo
250Che molti simolacri in molti modi
Sian dalle cose in un medesmo instante
Certamente scagliati in ogni parte;
Poichè, rivolgi pur dove t’aggrada
Lo specchio, ivi apparir vedrai le cose
255Tra lor di forma e di color simíli.
Mira, oltr’a ciò, che, se tranquillo e chiaro
Di luce e di seren l’aere fiammeggia,
Talor sì sconciamente e così tosto
D’atra e nera caligine s’ammanta,
260Che ne par che le tenebre profonde
Del cupo e cieco abisso, abbandonando
Le lor sedi natie tutte in un punto
E fuor volando ad eclissar le stelle,
Ripiene abbian del ciel l’ampie spelonche;
265Tal già sorta di nembi orrida notte,
Veggiam d’atro timor compagne eterne
Spalancarsi nel ciel fauci infiammate,
Eruttar verso noi fulmini ardenti:
E pur, quanto di ciò picciola parte
270Sia l’imago, uom non è che basti a pieno
A dire altrui, nè con parole possa
Render di cosa tal ragione alcuna.
Or via; quanto l’imagini nel corso
Celeri siano e qual prontezza in loro,
275Mentre nuotan per l’aure, abbiano al moto,
Sì ch’in brev’ora, ovunque il volo indrizzino,
Spinte da vario impulso un lungo spazio
Passino; io con soavi e dolci versi,
Più che con molti, di narrarti intendo,
280Qual più grato è de’ cigni il canto umíle
Del gridar che le grue fan tra le nubi
Se i gran campi dell’aria austro conturba.
Pria: sovente veggiam ch’assai veloce
Movimento han le cose i cui principii
285Interni atomi sian lisci e minuti.
Qual è forza che sia la luce e quale
Il tiepido vapor de’ rai del sole;
Che, fatti essendo di minuti semi,
Son quasi a forza ogn’or vibrati, e nulla
290Temono il penetrar l’aereo spazio
Sempre da nuovi colpi urtati e spinti;
Con ciò sia che la luce è dalla luce
Somministrata immantinente, et ave
Dal fulgore il fulgor stimolo eterno.
295Onde per la medesima cagione
Mestiero è che l’effigie in un momento
Sian per immenso spazio a correr atte;
Pria, perchè basta ogni leggiero impulso
Che l’urti a tergo e le sospinga avanti;
300Poi, perchè son di così tenui e rari
Atomi inteste, che lanciate intorno
Penetrano ogni cosa agevolmente
E volan quasi per l’aereo spazio.
In oltre; se dal ciel vibransi in terra
305Minimi corpi, qual del sole a punto
È la luce e ’l vapor, miri che questi,
Diffondendo sè stessi, in un momento
Irrigan tutto il ciel superno e tutta
L’aria, l’acqua e la terra ove sì mobile
310Leggerezza gli spinge. Or che dirai?
Dunque le cose che de’ corpi al sommo
Sono al moto sì pronte e che lanciate
Nulla impedisce ir non dovran più ratte
E più spazio passar nel tempo stesso,
315Che la luce e ’l vapor passano il cielo?
Ma di quanto l’imagini de’ corpi
Sian veloci nel corso, io per me stimo
Esser principalmente indicio vero
L’esporsi a pena all’aria aperta un vaso
320D’acqua, che, essendo il ciel notturno e scarco
Di nubi, in un balen gli astri lucenti
Vi si specchian per entro. Or tu non vedi
Dunque omai quanto sia minimo il tempo
In cui dell’auree stelle i simolacri
325Dall’eterea magion scendono in terra?
Sì che, voglia o non voglia, è pur mestiero
Che tu confessi esser vibrati intorno
Questi minimi corpi atti a ferirne
Gli occhi e la vista penetrarne e sempre
330Nascere ed esalar da cose certe;
Qual dal sole il calor, da’ fiumi il freddo,
Dal mare il flusso od il reflusso edace
Dell’antiche muraglie ai lidi intorno:
Nè cessan mai di gir per l’aria errando
335Voci diverse: e finalmente in bocca
Spesso di sapor salso un succo scende,
Quando al mar t’avvicini; ed all’incontro
Mescer guardando i distemprati assenzi
Ne sentiam l’amarezza. In così fatta
340Guisa da tutti i corpi il corpo esala,
E per l’aere si sparge in ogni parte;
Nè mora o requie in esalando alcuna
Gli è concesso già mai mentre ne lice
Continuo il senso esercitare e tutte
345Veder sempre le cose e sempre udire
Il suono ed odorar ciò che n’aggrada.
Perchè poi si conosce esser la stessa
Quella figura che palpata al buio
Fu con le mani e che nell’aureo lume
350Dopo si vede e nel candor del giorno,
D’uop’è che la medesima cagione
Ecciti in noi la vista e ’l tatto. Or dunque,
Se palpiamo un quadrato e questo il senso
La notte ne commuove, e qual già mai
355Cosa potrassi alla sua forma aggiungere
Il dì fuorchè la sua quadrata imagine?
Onde sol nell’imagini consiste
La cagion del vedere, e senza loro
Ciechi affatto sarian tutti i viventi.
360Or sappi che l’effigie e i simolacri
Volano d’ogn’intorno e son vibrati
E diffusi e dispersi in ogni banda:
Ma, perchè solo atti a veder son gli occhi,
Quindi avvien che dovunque il vólto vòlti
365Ivi sol delle cose a noi visibili
La figura e ’l color ti s’appresenta.
E, quanto sia da noi lungi ogni corpo,
Il simolacro suo chiaro ne mostra:
Poichè, allor ch’ei si vibra, in un istante
370Quella parte dell’aria urta e discaccia
Ch’è fra sè posta e noi; questa in tal guisa
Sdrucciola pe’ nostri occhi, e quasi terge
L’una e l’altra pupilla, e così passa:
Quindi avvien che veggiamo agevolmente
375La lontananza delle cose, e, quanto
Più d’aere è spinto innanzi e ne forbisce
E molce le pupille aura più lunga,
Tanto a noi più lontan sembra ogni corpo;
Ch’ambedue queste cose in un baleno
380Fannosi al certo, e che si vegga insieme
Quai sian gli oggetti e quanto a noi discosti.
Nè qui vogl’io che meraviglia alcuna
T’occupi l’intelletto, ond’esser deggia
Che non potendo i simolacri all’occhio
385Tutti rappresentarsi, ei pur bastante
A scorger sia tutte le cose opposte.
Poichè nel modo stesso aura gelata,
Che lieve spiri e ne ferisca il corpo
Coi pungenti suoi stimoli, non suole
390Mai commover le membra a parte a parte
Ma tutte insieme; e le percosse e gli urti
Ricevuti da lor quasi prodotti
Sembran da cosa che ne sferzi o cacci
Fuor di sè stessa unitamente il senso.
395In oltre: allor che tu maneggi un sasso,
Tocchi di lui la superficie estrema
E l’estremo color; ma già non puoi
Sentir quella nè questo, anzi la sola
Durezza sua ti si fa nota al tatto.
400Or via, perchè l’imago oltre allo specchio
Si vegga, intendi. Chè remota al certo
Apparisce ogni effigie, in quella guisa
Che fan gli oggetti i quai veracemente
Si miran fuor di casa, allor che l’uscio
405Libero per sè stesso e aperto il varco
Concede al guardar nostro e fa che molte
Cose lungi da noi scorger si ponno.
Con ciò sia che per doppio aere procede
Anco questa veduta. Il primo è quello
410Ch’è dentro all’uscio, indi a sinistra e a destra
Seguon l’impòste: indi la luce esterna
Gli occhi ne terge e ’l second’aere e tutte
Le cose che di fuor veracemente
Son da noi viste. In cotal guisa adunque,
415Tosto che dello specchio il simolacro
Per lo mezzo si lancia, allor ch’ei viene
Vér le nostre pupille, agita e scaccia
Tutto l’aere frapposto, e fa che prima
Veggiam lui che lo specchio: indi si scorge
420Lo specchio stesso, e nel medesmo istante
Percuote in lui la nostra effigie e tosto
Gli occhi indietro reflessa a veder torna,
E, cacciandos’innanzi e rivolgendo
Tutto l’aere secondo, opra che prima
425Veggiam questo che lei: quindi l’imago
Dallo specchio altrettanto appar lontana,
Quant’ei dall’occhio situato è lungi.
Sappi, oltr’a ciò, che delle nostre membra
Quella parte ch’è destra, entro allo specchio
430Sinistra esser ne pare. E questo accade,
Perchè, giungendo al piano suo l’imago,
L’urta, e da lui non è reflessa intatta
Ma drittamente ripercossa e infranta:
Qual, se una molle maschera di créta
435Battuta in un pilastro o in una trave
Tal nella fronte la primiera forma
Serbi indietro volgendosi, che possa
Esprimer sè medesma in un istante,
L’occhio che fu sinistro allor farassi
440Destro e sinistro pel contrario il destro.
Ponno ancor tramandarsi i simolacri
Di specchio in specchio e generar tal ora
Cinque imagini e sei. Poichè qualunque
Cosa, ancor che remota e posta in parte
445Occulta al veder nostro, indi si puote
Trar con più specchi in vari siti e certi
Locati alternamente e far che giunga
D’essa per torte vie l’effigie all’occhio.
Tant’è ver che l’imagine traluce
450Di specchio in specchio, e, se l’è destra, riede
Sinistra, e quindi ripercossa indietro
Pur di nuovo si volge e torna a destra.
Anzi, qualunque lato abbian gli specchi
Curvo a foggia di fianco, a noi riflette
455Dei destri corpi i simolacri a destra;
O perch’ivi l’imagine trapassa
Di specchio in specchio, e quindi a noi se n’ vola
Due volte ripercossa; o perchè, mentre
Corre verso i nostr’occhi, erra aggirata,
460Spinta a ciò far dalla figura esterna
Dello specchio medesimo, ch’essendo
Curva fa che ver noi tosto si volga.
Parne, oltr’a ciò, ch’entri l’effigie ed esca
Nosco e che ’l piede fermi e i gesti imiti;
465Poichè da quella parte, onde ne piace
Partirne e dallo specchio allontanarsi,
Tornar non ponno i simolacri all’occhio
Nostro, poich’incidenti e ripercossi
Sempre fan con lo specchio angoli eguali.
470Odian poi le pupille i luminosi
Oggetti e schivan d’affissarsi in loro;
Anzi, se troppo il guardi, il sol t’accieca,
Perchè molto possente è l’energia
De’ suoi lucidi raggi, e son vibrati
475D’alto per l’aer puro i simolacri
Impetuosamente, e fiedon gli occhi
Tutta turbando e confondendo insieme
La lor fabbrica interna. Inoltre; il lume,
Qual or troppo è gagliardo, abbruciar suole
480Spesso i nostr’occhi; perchè in sè di fuoco
Molti semi racchiude atti a produrre,
Mentre passan per lor, noia e dolore.
Giallo, in oltre, divien ciò che rimira
L’uom ch’è da regia infirmitade oppresso;
485Perchè di giallo molti semi esalano
Dall’itteriche membra i quali incontro
Vanno all’effigie delle cose, e molti
Ne son misti negli occhi e di pallore
Col lor tetro velen tingon il tutto.
490Dalle tenebre poi scorger si ponno
Tutte le cose a’ rai del lume esposte;
Perchè, quando ai nostri occhi arriva il primo
Aere vicin caliginoso e fosco
Ed aperti gl’ingombra, incontinente
495Segue il secondo lucido e sereno
Ch’ambi quasi gli purga e l’ombra scaccia
Di quell’aere primier, perchè di lui
È più tenue, più snello e più possente:
Onde, non così tosto empie di luce
500I meati degli occhi, e ciò che tenne
Chiuso pria l’aer cieco apre e rischiara,
Che de’ corpi illustrati i simolacri
Seguon senz’alcun velo ed a vederli
N’incitan la pupilla. Il che non puossi
505Far pel contrario dalla luce al buio;
Perchè l’aere secondo oscuro e grosso
Succede al tenue e luminoso, e tutti
I meati riempie, e cinge intorno
Le vie degli occhi, ond’impedito affatto
510Sia d’ogni corpo a’ simolacri il moto.
Succede ancor che le quadrate torri
Riguardate da lungi appaian tonde,
Sol perchè di lontan gli angoli suoi
Molto ottusi si veggono, o più tosto
515Più da noi non si veggono e svanisce
Affatto ogni lor piaga e non ne giunge
Pur a muoverne il senso un picciol urto:
Poichè, mentre l’imagine per lungo
Tratto si muove, è dagli stessi incontri
520Dell’aere a forza rintuzzata; e quindi,
Tosto che tutti gli angoli a’ nostr’occhi
Son resi impercettibili, costrutta
Ci par di sassi fabbricati al torno;
Ma non tali però che differenza
525Fra lor non abbia e’ veramente tondi
E da presso veduti; anzi ne sembra
Che tutti sian quasi adombrati e finti.
Parne, oltr’a ciò, che al sol l’ombra si mova,
E segua i nostri passi, e ’l gesto imíti;
530Se pur credi che l’aria, essendo priva
Di luce, passeggiar debba e seguire
Dell’uomo i gesti ed emularne i moti;
Chè null’altro che aria orba di luce
Esser può mai quel che da noi si suole
535Ombra chiamar. Ciò senza dubbio accade,
Perchè resta per ordine la terra
Priva de’ rai del sol dovunque il passo
Da noi si volga e le si pari il lume,
E quei luoghi all’incontro onde partimmo
540S’illustran tutti ad uno ad uno. Or quindi
Pare a noi che l’istessa ombra del corpo
Sempre ne segua; con ciò sia che sempre
Nuovi raggi di luce in ordin certo
Si diffondon per l’aria, e quei di prima
545Spariscon, quasi lana arsa nel fuoco;
Onde resta la terra agevolmente
Di luce ignuda, e nella stessa guisa
Se n’adorna e riveste, e scuote e purga
L’atra e densa caligine dell’ombre.
550Nè qui nulla di men gli occhi ingannati
Punto non son: poichè, dovunque il lume
Si trovi o l’ombra, il veder tocca a loro;
Ma, se i raggi medesimi di luce
Camminano in più luoghi e se la stessa
555Ombra di qui si parta e vada altrove
O pur, come poc’anzi io ti diceva,
Segua tutto il contrario, il ciò discernere
Opra è della ragion, nè posson gli occhi
Mai delle cose investigar l’essenza:
560Onde non voler tu questo difetto,
Che solo è del consiglio, ingiustamente
Agli occhi attribuir. Ferma ne sembra
La nave che ci porta, anco che voli
Per l’alto a piene vele. Ir giureresti
565L’immobil lido e verso poppa i colli
Fuggirsi e i campi, allor che spinto innanzi
Dalle forze del vento il curvo pino
Indietro se gli lascia. Ogni astro immoto
Parne e dell’etra alle caverne affisso:
570E pure astro non v’ha che irrequïeta-
mente non giri; con ciò sia che tutti
Sorgendo i lunghi cerchi a veder tornano,
Tosto che i globi lor chiari e lucenti
Han misurato il ciel. Nel modo stesso
575Par che ’l sol non si muova e che la luna
Stia ferma: e pur chiaro ne mostra il fatto
Ch’ambi con giro assiduo ognor passeggiano
I gran campi dell’etra. E, se da lungi
Miri di mezzo al mar monti sublimi
580Disgiunti in guisa ch’all’intere armate
Navali sia fra lor l’esito aperto,
Nondimen ti parrà che tutti insieme
Faccian una sol’isola. A’ fanciulli
Che già cessato han di girare attorno
585Par che talmente e le colonne e gli atri
Girino anch’essi, che a gran pena omai
Credon che sopra lor l’ampio edifizio
Di cader non minacci. E, quando in cielo
Già con tremulo crin l’alba apparisce
590E la splendida giuba in alto estolle,
Quel monte, a cui sì da vicino il sole
Par che sovrasti e che da’ rai lucenti
Del suo fervido globo arso ti sembra,
Lungi a pena è da noi due mila tratti
595Di freccia, anzi tal volta a pena è lungi
Sol cinquecento: e pur fra ’l sole ed esso
Sai che giaccion di mar pianure immense,
D’etere inaccessibili campagne,
E gran tratti di terra in cui son vari
600Popoli e d’animai specie diverse.
L’acqua, oltr’a ciò, che nelle pozze accolta
Per le vie lastricate in mezzo ai sassi
Ferma si sta, benchè non sia d’un dito
Punto più alta, nondimeno agli occhi
605Lascia tanto abbassar sotterra il guardo,
Quanto l’ampie del ciel fauci profonde
S’apron lungi da noi, sì che le nubi
Veder ti sembra e l’auree stelle e ’l sole
Splender sotterra in quel mirabil cielo
610Tosto, al fin, che si ferma in mezzo al fiume
Il veloce cavallo e che si affissano
Gli occhi nell’onde rapide e tranquille,
Parne che ’l corpo suo quantunque immoto
Sia portato a traverso, e che la propria
615Forza il fiume al contrario urti e respinga,
E, dovunque da noi l’occhio si volga,
Girne sembra ogni cosa ed a seconda
Notar dell’acque. E finalmente i portici,
Ben che sian d’egual tratto e da colonne
620Non mai fra lor dispàri abbian sostegno,
Pur nondimen, se dalla somma all’ima
Parte son riguardati, a poco a poco
Stringer mostran sè stessi in cono angusto,
Più e più sempre avvicinando il destro
625Muro al sinistro e ’l pavimento al tetto
Sin che di cono in un oscuro acume
Vadano a terminar. Sorto dall’acque
Ai naviganti ’l sol par che nell’acque
Anco s’attuffi e vi nasconda il lume:
630Ma quivi altro mirar che cielo e mare
Non puossi. E crederai sì di leggiero
Che sian offesi d’ogn’intorno i sensi?
Zoppe, in oltre, nel porto agl’imperiti
Esser paion le navi e con infranti
635Arredi premer di Nettuno il dorso;
Poichè quel che de’ remi e del governo
Sovrasta al salso flutto e fuor n’emerge
Dritto senz’alcun dubbio agli occhi appare,
Ma non fanno così l’altre lor parti
640Ricoperte dall’onde, anzi rifratte
Mostran voltarsi e ritornar supine
Verso il margine estremo e ripercosse
Quasi al sommo dell’acque ir fluttuando.
E, s’in tempo di notte a ciel sereno
645Per lo vano dell’aria il vento spinge
Nugole trasparenti, allor ci sembra
Che gli splendidi segni ai nembi incontro
Vadano in regïon molto diversa
Dal loro vero viaggio. E, se la mano
650Supposta all’un degli occhi il preme ed erge,
Doppio al senso divien ciò che si mira,
Doppio delle lucerne il lume ardente,
Doppio di casa ogni ornamento, e doppie
Degli uomini le facce e doppi i corpi.
655Al fin, quando sepolte in dolce sonno
Giaccion tutte le membra e gode il corpo
Una somma quïete, allor sovente
Parne esser desti non per tanto e moverne,
E mirar nella cieca ombra notturna
660L’aureo lume del giorno, e ’n chiuso luogo
Cielo e mari passar fiumi e montagne,
E con libero piè scorrer pe’ campi,
E parole ascoltar, mentre il severo
Silenzio della notte il mondo ingombra,
665E risponder tacendo alle proposte.
Et, in somma, guardando, ognor veggiamo
Molt’altre cose simili, che tutte
Cercan di vïolar quasi la fede
A ciascun sentimento ancor che indarno:
670Poichè di queste una gran parte inganna
Per la fallace opinïon dell’animo
Che si forma da noi, mentre prendiamo
Per noto quel che non è noto al senso.
Se finalmente alcun crede che nulla
675Non si possa saper, questi non sa,
Anco se la cagion possa sapersi,
Ond’ei di nulla non saper confessa.
Dunque il più disputar contro a costui
Opra vana saria, mentr’egli stesso
680Col suo proprio cervel corre all’indietro.
Ma, concesso anco questo, nondimeno
Chiederògli di nuovo in qual maniera,
Non avend’egli conosciuto innanzi
Cosa che vera sia, sappia al presente
685Quel che ’l sapere e ’l non saper significhi,
Onde il falso dal ver, dal dubbio il certo
Discerna. E, in somma, troverai che nacque
La notizia del ver dai primi sensi:
Nè ponno i sensi mai, se non a torto,
690Ripudiarsi da te; mentre è pur d’uopo
Che presti ognun di noi fede maggiore
A quel che può per sè medesmo il falso
Vincer col vero. E qual di maggior fede
Cosa degna sarà che ’l nostro senso?
695Forse da falso senso avendo origine
Potrà mai la ragione esser bastevole
I sensi a confutar? mentr’ell’è nata
Tutta da’ sensi, i quai se non son veri,
Mestiero è ancor ch’ogni ragion sia falsa.
700Forse potran redarguir l’orecchie
Gli occhi? o ’l tatto l’orecchie? o della lingua
Confutare il sapor l’udito o ’l tatto?
Forse il riprenderan gli occhi o le nari?
Non per certo il faran: poichè diviso
705È de’ sensi il potere, et a ciascuno
La sua parte ne tocca; e però deve
Quel ch’è tenero o duro o freddo o caldo
Freddo o caldo parer tenero o duro
Distintamente; ed è mestier ch’i vari
710Colori delle cose, e tutto quello
Ch’è congiunto ai color, distintamente
Si senta; e della bocca ogni sapore
Ha distinta virtù; nascon gli odori
Dal suon distinti, e ’l suon distinto anch’egli
715Finalment’è prodotto: ond’è pur d’uopo
Che l’un dall’altro senso esser ripreso
Non possa. E molto men creder si debbe
Che pugni alcun di lor contro sè stesso;
Con ciò sia che prestargli egual credenza
720Sempre dovriasi e per sospetto averlo.
Dunqu’è mestier, che ciò che appare al senso
In qual tempo tu vuoi sia vero e certo.
E, se non puoi con la ragione disciôrre
La causa per che tondo appaia all’occhio
725Da lungi quel che da vicino è quadro,
Meglio è però, se di ragion v’è d’uopo,
False cause assegnar che con le proprie
Mani trar via quel ch’è già noto e conto
E vïolar la prima fede e tutti
730Scuotere i fondamenti ove la propria
Vita e salute ogni mortale appoggia.
Poichè non solo ogni ragione a terra
Cade, ma, quel ch’è peggio, anco la vita
Tosto vien men che tu non credi ai sensi,
735Nè schivar curi i ruinosi luoghi
Nè l’altre cose simili che denno
Fuggirsi e segui le contrarie ad esse.
In van dunque ogni copia di parole
Fia contro i sensi apparecchiata e pronta.
740Al fin: siccome, oprando un architetto
Nelle fabbriche sue torta la riga
Falsa la squadra e zoppo l’archipenzolo,
Mestiero è che mal fatto e sconcio in vista
Curvo, obliquo, inchinato e vacillante
745Riesca ogni edifizio e già minacci
Imminente caduta, anzi sorgendo
Da bugiardi ingannevoli giudìci
Ruini affatto e torni eguale al suolo;
Così d’uopo sarà ch’ogni ragione,
750Che da sensi fallaci origin ebbe,
Cieca si stimi e mal fedele anch’ella.
Or, come ogni altro senso il proprio obietto
Senta per sè medesmo, agevolmente
Può capirsi da noi. Pria s’ode il suono
755E s’intendon le voci allor ch’entrando
Nell’orecchie il lor corpo agita il senso.
Che corporea per certo anco la voce
E ’l suon d’uopo è che sia, mentre bastanti
Sono a movere il senso e risvegliarlo.
760Poichè raschian sovente ambe le fauci
Le voci, e nell’uscirsene le strida
Inaspriscon vie più l’asper’arteria:
Con ciò sia che, sorgendo in stretto luogo
Turba molto maggior, tosto che i primi
765Principii delle voci han cominciato
A volarsene fuori e che ripieni
Ne son tutti i polmon, radon al fine
La troppo angusta porta ond’hanno il passo.
Dubbio adunque non è che le parole
770Siano e le voci di corporei semi
Create, con ciò sia ch’offender ponno.
Nè t’è nascosto ancor quanto detragga
Di corpo e quanto sminuisca altrui
Di forza di vigor di robustezza
775Un continuo parlar, che cominciando
Dal primo albór della nascente aurora
Duri insino alla cieca ombra notturna,
Massime se gli è sparso in larga vena
Con altissime strida. Egli è pur forza
780Dunque ch’ogni parola et ogni voce
Corporea sia, poichè parlando l’uomo
Sempre del corpo suo perde una parte.
Nè con forma simíl possono i semi
Penetrar nell’orecchie, allor che mugge
785La tromba o ’l corno in murmure depresso,
Et allor che morendo al canto snoda
La lingua il bianco cigno e di soavi
Ben che flebili voci empie le valli
Del canoro Elicona ove già nacque.
790Dunque da noi son certamente espresse
Le voci in un col corpo e fuor mandate
Con dritta bocca. La dedalea lingua
Variamente movendosi gli accenti
Articola, e la forma delle labbra
795Dà forma in parte alle parole anch’essa.
Dall’asprezza de’ semi è poi creata
L’asprezza della voce e parimente
Il levor dal levor. Chè, se per lungo
Spazio correr non dee prima che possa
800Penetrar nell’orecchie, ogni parola
Si sente articolata e si distingue
Dall’altre; con ciò sia che ’n simil caso
Tutte conservan la struttura prima:
Ma, se lungo all’incontro è più del giusto
805L’interposto cammin, forza è che, mentre
Fendon le voci il soverchio aere e vanno
Per l’aure a volo, in un confuse e miste
Siano e scomposte e dissipate in guisa,
Che ben possan l’orecchie un indistinto
810Suono ascoltar, ma non però discernere
Punto qual sia delle parole il senso:
Sì confusa è la voce ed impedita.
In oltre, allor che ’l banditore aduna
La gente, un solo editto è da ciascuno
815Inteso. In mille e mille voci adunque
Qua e là senza dubbio una sol voce
Si sparge in un balen poichè diffusa
Ogni orecchio penètra e quivi imprime
La forma e ’l chiaro suon delle parole.
820Parte ancor delle voci, oltre correndo
Senza alcuno incontrar, perisce al fine
Per l’aure aeree dissipata indarno:
Parte in dense muraglie in antri cavi
In curve e cupe valli urta e reflessa
825Rende ’l suono primiero, e spesso inganna
Con mentita favella il creder nostro.
Il che bene intendendo, agevolmente
Saper potrai per qual cagione i sassi
Ti riflettan per ordine l’intera
830Forma delle parole, allor che cerchi
Per selve opache e per montagne alpestri
Gli smarriti compagni e li richiami
Con grida alte e sonore. E mi sovviene
Ch’una sola tua voce or sei or sette
835Volte s’udío, tal reflettendo i colli
Ai colli stessi le parole a gara
Iteravano i detti. I convicini
Di questi luoghi solitari han finto
Che Fauni e Ninfe e Satiri e Silvani
840Ne siano abitatori; e che la notte
Con giochi e scherzi e strepitosi balli
Rompan dell’aer fosco i taciturni
Silenzi e dalla piva e dalla cetra
Tocca da dotta man spargano all’aure
845Dolci querele armonïosi pianti;
E che ’l rozzo villan senta da lungi,
Qual or squassando del biforme capo
La corona di pino il dio de’ boschi
Spesso con labbro adunco in varie guise
850Anima la siringa e fa che dolce
Versin le canne sue musa silvestre.
Altri han finto eziandio mostri e portenti
Simili a’ sopraddetti, onde si creda
Che non sian dagli dèi sole e diserte
855Le lor selve tenute; e però vanno
Millantando miracoli; o son mossi
Da qualch’altra cagion; chè troppo in vero
D’aver gente che l’oda avido è l’uomo.
Or, quanto a quel che segue a maraviglia
860Non s’ascriva da te, che per gli stessi
Luoghi ove penetrar gli occhi non ponno
Penetrin le parole e sian bastanti
A commoverne il senso; il che tal ora
Veggiam parlando a porte chiuse insieme:
865Con ciò sia che trovar libero il varco
Posson per torte vie le voci e ’l suono,
Ma non l’effigie, che divise e guaste
Forz’è che sian se per diritti fóri
Non li tocca a passar, come son quelli
870Del vetro onde ogni specie oltre se n’ vola.
S’arroge a ciò che d’ogn’intorno il suono
Sè medesmo propaga e d’una voce
Molte voci si creano, in quella guisa
Ch’una sola favilla in più faville
875Tal or si sparge: di parole adunque
Ogni luogo vicin ben che nascosto
Empier si può. Ma per diritte strade
Corre ogn’imago: ond’a nessun fu dato
Il veder sopra sè, ma bene a tutti
880L’udir chi ne favella. E, nondimeno
Questa voce medesma, allor che passa
Per vie non dritte, è dagli estremi intoppi
Più e più rintuzzata; onde all’orecchie
Giunge indistinta, e d’ascoltar ne sembra
885Più che note e parole un suon confuso.
Ma la lingua e ’l palato, in cui consiste
Del gusto il senso, han di ragione e d’opra
Parte alquanto maggior. Pria nella bocca
Si sentono i sapori, allor che ’l cibo
890Masticando si spreme in quella guisa
Che si fa d’una spugna. Il succo espresso
Quindi si sparge pe’ meati obliqui
Della rara sostanza della lingua:
E del nostro palato, e, se di lisci
895Semi è composto, dolcemente tocca
Gli strumenti del gusto e dolcemente
Gli molce e li solletica; ma, quanto
Son più aspri all’incontro e più scabrosi
Gli atomi suoi, tanto più punge e lacera
900Del palato i confin: ma giù caduto
Per le fauci nel ventre, alcun diletto
Più non ne dà, benchè si sparga in tutte
Le membra e le ristori. E nulla monta
Di qual sorte di cibo il corpo viva,
905Pur che distribuir possa alle membra
Concotto ciò che pigli e dello stomaco
Sempre intatto serbar l’umido innato.
Ma tempo è d’insegnarti onde proceda
Che vari han vario cibo, ed in che modo
910Quel che sembra ad alcuni aspro ed amaro
Possa ad altri parer dolce e soave.
Anzi è tal differenza in queste cose
E tal diversità, che quello stesso
Ch’ad altri è nutrimento ad altri puote
915Esser tetro e mortifero veleno.
Poichè spesso il serpente, a pena tócco
Dall’umana saliva, in sè rivolge
Irato il crudo morso onde s’uccide:
E spesso anco le capre e le pernici
920S’ingrassan con elleboro, che pure
Senza dubbio è per noi tósco mortale.
Or, acciò che tu sappia in che maniera
Possa questo accader, pria mi conviene
Ridurti a mente quel ch’io dissi innanzi:
925Cio è, ch’i semi fra le cose in molti
Modi son misti. Or; come gli animali
Che prendon cibo son fra sè diversi
Nell’estrema apparenza, et ogni specie
L’ambito delle membra ha differente;
930Così nascono ancor di vari semi
E di forma difformi. I semi vari
Fan poi varie le vie, vari i meati
E vari gl’intervalli in ogni membro
E nel palato e nella lingua stessa.
935Dunque alcuni minori, altri maggiori
D’uopo è che sian, altri quadrati ed altri
Triangolari, altri rotondi ed altri
Scabrosi in varie guise e di molt’angoli;
Poichè tal differenza esser conviene
940Tra le figure de’ meati estremi
E fra tutte le vie de’ nostri sensi,
Qual richieggon degli atomi le forme,
I moti e le testure. Or, quando un cibo
Che par dolce ad alcuno ad altro amaro
945Sembra, a quei ch’e’ par dolce i lisci semi
Debbon soavemente entro i meati
Penetrar della lingua, ed all’incontro
A quei ch’e’ sembra amaro i rozzi e gli aspri.
Quindi intender potrassi agevolmente
950Tutte le cose appartenenti al gusto:
Poichè, senz’alcun dubbio, allor che l’uomo
O per bile eccedente o per qualunque
Altra cagion langue da febbre oppresso,
Già tutto è ’l corpo suo turbato, e tutti
955Gli atomi ond’è composto han vari e nuovi
Siti acquistato: e da tal causa nasce,
Che quei corpi medesimi ch’innanzi
S’adattaro alle fauci or non s’adattino,
E sian gli altri di sorte che produrre
960Debbiano, in penetrando acerbo senso:
Posciachè gli uni e gli altri entro il sapore
Del miel son mescolati; il che di sopra
Con più ragione io t’ho dimostro a lungo.
Or via; come l’odor giunto alle nari
965Le tocchi e le solletichi, insegnarti
Vo’, s’attento m’ascolti. E prima è d’uopo
Suppor che molte cose in terra sono,
Onde di vario odor flutto diverso
Continuo esala e per l’aereo spazio
970Vola e s’aggira: e ben credibil sembra
Che sia vibrata d’ogn’intorno e sparsa
Qualche specie d’odor; ma questa a questi
Animali convien, quella a quegli altri
Per le forme difformi. E quindi accade
975Che del mèle all’odor ben che lontano
Corran le pecchie, e gli avvoltoi al lezzo
De’ fracidi cadaveri; e che l’ugna
Delle belve fugaci, ovunque impressero
Le proprie orme nel suol, tirin de’ bracchi
980Il robusto odorato; e che da lungi
Possan l’oche sentir l’umano sito
E difender da’ Galli il Campidoglio.
Tal vari han vario odor, che gli conduce
Ne’ paschi a lor salubri e gli costringe
985A fuggir dal mortifero veleno;
E tal degli animai duran le specie.
Dunque fra questi odori alcuni ponno
Per lo mezzo diffondersi e volare
Vie più lungi degli altri; ancor che mai
990Non possa alcun di loro ir sì lontano
Quanto il suono e la voce (io già tralascio
Di dir quanto l’effigie e i simolacri
Che fiedon gli occhi ed a veder m’incitano)
Poichè tardo si muove e vagabondo,
995E talvolta perisce a poco a poco
Per l’aereo sentier distratto e sparso
Pria che giunga alle nari. E ciò succede
Principalmente, perchè fuori esala
Dall’imo centro delle cose a pena
1000(Che ben dall’imo centro uscir gli odori
Mostra il sempre olezzar più degl’interi
I corpi infranti stritolati ed arsi);
Poi perchè gli è di maggior semi intesto
Della voce e del suon; come vedere
1005Lice a ciascun, perchè la voce e ’l suono
Penetra per le mura ove l’odore
Mai non penétra. Ond’eziandio si vede
Che non è così agevole il potere
Rintracciar con le nari ove locati
1010Siano i corpi odoriferi; chè sempre
Più divien fredda ogni lor piaga e fiacca
Per l’aure trattenendosi, e non giunge
Calda al senso e robusta: e quindi spesso
Errano i bracchi e in van cercan la traccia.
1015Nè però negli odori e ne’ sapori
Ciò solo avvien: ma similmente è certo
Che non tutti i color, non delle cose
Tutte l’effigie in guisa tal s’adattano
Di tutti al senso, ch’a vedersi alcune
1020Non sian dell’altre più pungenti ed aspre.
Anzi; qual or l’ali battendo il gallo,
Quasi a sè stesso applauda, agita e scaccia
Le cieche ombre notturne e con sonora
Voce risveglia ogni animale all’opre;
1025Non ponno incontro a lui fermi e costanti
Trattenersi un momento i leon rapidi
Nè pur mirarlo di lontan, ma tosto
Precipitosamente in fuga vanno:
E ciò, perchè de’ galli entro alle membra
1030Trovansi alcuni semi, i quai negli occhi
De’ leon penetrando, ambe le luci
Gli pungono in tal guisa e così aspro
Dolor gli danno, che ristarli a petto
Non ponno ancor che fieri ancor che indomiti:
1035E pur dagli stess’atomi non hanno
Mai le nostre pupille offesa alcuna,
O perch’essi non v’entrano, o più tosto
Perch’entrandovi han poi l’esito aperto
Per gli stessi meati onde in tornando
1040Non ponno i lumi in alcun modo offenderne.
Or su, quai cose a muoverne bastanti
Sian l’alma, intendi, e ’n brevi detti ascolta
Onde possa venir ciò che ne viene
In mente. E prima sappi che vagando
1045Van molte effigie d’ogn’intorno in molti
Modi, e son così tenui e sì cedenti
Che ben spesso, incontrandosi per l’aria,
Si congiungono insieme agevolmente
Quasi tele di ragni o foglie d’oro.
1050Poichè queste eziandio vie più sottili
Son dell’istesse imagini che ponno
Gli occhi irrigare e concitar la vista:
Con ciò sia che pel raro entran del corpo
E la tenue natura a mover atte
1055Son della mente e risvegliarne il senso.
Dunque e centauri e scille e can trifauci
Veggiamo e di color ombre ed imagini
Che già morte ridusse in poca polve;
Posciachè simolacri d’ogni genere,
1060Parte che per sè stessi in aria nascono,
Parte che nati son da cose varie,
Per lo vano del cielo errando volano,
E di questi e di quelli a caso unitisi
Nuove forme sovente anco si creano.
1065Con ciò sia che la specie di centauro
Certamente non può dal vivo origine
Aver, poichè nel mondo unqua non videsi
Un simile animal: ma, se l’effigie
D’un uomo e d’un cavallo a caso incontransi,
1070L’apparirne un tal mostro è cosa agevole;
Già che tosto ambedue forte congiungonsi
Per la natura lor ch’è sottilissima.
Tutti gli alti portenti a questo simili
Nel medesimo modo anco si creano:
1075E, lievi essendo sommamente, corrono
Vie più del vento del balen del fulmine,
Come già t’insegnammo. Ond’assai facile
Fia che in un colpo sol possa commoverne
L’animo qualsisia cedente imagine;
1080Già che ben sai che per natura è tenue
La mente anch’essa a maraviglia e mobile.
E che ciò ch’io ragiono altronde nascere
Non possa che da quel ch’io ti rammemoro,
Ben dee ciascuno agevolmente intendere;
1085Mentre ogni spettro che da noi con l’animo
Vedesi a quel che miran gli occhi è simile,
Et in simil maniera anco si genera.
Dunque; perchè già mai veder non puossi,
Verbigrazia, un leone in altra guisa
1090Che per l’imagin sua ch’entra negli occhi;
Quindi lice imparar che nello stesso
Modo senz’alcun dubbio anco la mente
Da varie effigie di leoni è mossa
Da lei viste egualmente e nulla meno
1095Di quel che rimirar possano gli occhi,
Se non ch’ella più tenui e più sottili
Specie discerne. E certamente altronde
Esser non può, che, quando il sonno ha sparse
Di dolce onda letèa tutte le membra,
1100Della mente il vigor stia vigilante,
Se non perchè l’imagini medesme
Che vegliando miriam gli animi nostri
Concítano in tal guisa, che di certo
Ne sembra di veder chi molto innanzi
1105Brev’ora ancise e poca terra asconde.
E questo avvien, perchè del corpo i sensi,
Tutti in un con le membra avviluppati
In profonda quïete, allor non ponno
Con le cose veraci e manifeste
1110Convincer l’ingannevoli, e sopita
Giace, oltr’a questo, e langue ogni memoria,
Nè basta a dissentir che già morisse
Quel che vivo mirar crede la mente.
In somma; che l’imagine passeggi,
1115Che mova acconciamente ambe le braccia
E le mani e la testa e tutto il corpo,
Meraviglia non è: poichè sognando
Ne sembra di veder che i simolacri
Possan far ciò; perchè svanendo l’uno
1120E creandosi l’altro in altro sito,
Pare a noi che il medesimo di prima
Abbia in un tratto varïato il gesto.
Chè ben creder si dee che questo avvenga
Con somma ed ammirabile prestezza:
1125Tanto mobili son gli spettri, e tanta
È la lor copia e così grande il numero
Delle minime parti d’ogni tempo.
E qui di molte cose interrogarmi
Lice, e che molte io ne dichiari è d’uopo,
1130Se di spiegar perfettamente altrui
Di natura desio gli ultimi arcani.
E pria può domandarmisi, in che modo
L’animo umano ove il desio lo sprona
Tosto volga il pensier. Forse han riguardo
1135L’effigie al voler nostro, e senza indugio
Qual or n’aggrada, a noi vengono incontro?
Se la terra se ’l mar se brami il cielo,
Se i ridotti degli uomini o’ conviti
O’ solenni apparati o le battaglie,
1140Forse ad un cenno sol crea la natura
Spettri sì vari e te li pone avanti?
Massime allor che in un medesmo luogo
Fissa ogni altro ha la mente ad altre cose.
Che poi? quando legati in dolce sonno
1145Passar veggiamo i simolacri e movere
Le pieghevoli membra acconciamente,
Qual or tutti a vicenda agili e snelli
Con le braccia e co’ piè scherzano in danza?
Forse nell’arte del ballare esperti
1150Vagano i simolacri, e però sanno
Menar, dormendo noi, tresche notturne?
O più tosto fia ver che in ogni tempo
Sensibil molti tempi si nascondano
Che l’umana ragion sola comprende?
1155E che quindi l’effigie apparecchiate
Sian tutte in tutti i tempi in tutti i luoghi?
Tanta è la loro agilità nel moto,
Tanta la copia! E, perchè tenui e rare
Son vie più dell’imagini che gli occhi
1160Fiedono, unqua mirarle acutamente
L’alma non può, se non s’affissa in loro:
E per questo ogni specie in un baleno
Sfuma, se non se l’animo in tal guisa
Apparecchia sè stesso; e ben sè stesso
1165In tal guisa apparecchia, e brama e spera
Di veder ciò che segue; e ’l vede in fatto.
Noto forse non è che gli occhi nostri
Si preparano anch’essi e le pupille
Fissano, allor che tenui cose e rare
1170Hanno preso a guardar? dunque non vedi
Che non pôn senza questo acutamente
Nulla mirare? E pur conosce ognuno
Che, se l’animo nostro altrove è volto,
Le cose anco vicine e manifeste
1175Ci sembran lontanissime et oscure.
A che dunque stimar dèi meraviglia,
Ch’ei non possa altr’imagini vedere
Che quelle in cui s’affissa? In oltre; ogni uomo
Da segni piccolissimi conchiude
1180Tal or gran cose, e nol pensando in mille
Frodi s’avvolge e sè medesmo inganna.
Succede ancor, che varïando effigie
Vadan gli spettri, onde chi prima apparve
Femmina in un balen maschio diventi,
1185E d’una in altra etade e d’una in altra
Faccia si muti; e che mirabil cosa
Ciò non si stimi il sonno opra e l’oblio.
Or qui vorrei che tu schivassi in tutto
Quel vizio in cui già molti hanno inciampato,
1190Cio è, che non credessi in alcun modo
Che sian degli occhi nostri i chiari lumi
Creati per veder, nè che le gambe
Nascan atte a piegarsi acciò che l’uomo
Or s’inchini or si drizzi or muova il passo,
1195Nè che le braccia nerborute e forti
Date ne sian dalla natura et ambe
Le man quasi ministre onde si possa
Far ciò ch’è d’uopo a conservar la vita,
Nè l’altre cose simili che tutte
1200Son da loro a rovescio interpretate.
Poichè nulla già mai nacque nel corpo
Perchè usar lo potessimo, ma quello
Ch’all’incontro vi nacque ha fatto ogni uso.
Nè fu prima il veder che le pupille
1205Si creasser degli occhi; e non fu prima
L’arringar che la lingua, anzi più tosto
Della lingua l’origine precesse
Di gran tratto il parlare; e molto innanzi
Fur prodotte l’orecchie che sentite
1210Le voci e ’l suono; e tutte al fin le membra
Fur pria dell’uso lor: dunque per l’uso
Nate non son. Ma l’azzuffarsi in guerra,
L’uccidersi, il ferirsi e d’atro sangue
Bruttarsi il corpo, pel contrario, innanzi
1215Fu che per l’aria i dardi a volo andassero:
Pria natura insegnò che da schivarsi
Eran le piaghe; e poi l’arte maestra
Le corazze inventò, gli elmi e gli scudi.
Et è molto più antico il dar quïete
1220Alle membra già stanche o su la dura
Terra o sull’erbe molli all’aria aperta,
Che ’l nutrirne a grand’agio in piume al rezzo:
E prima a dissetar l’arsicce fauci
La man concava usammo e l’onde fresche
1225Che le tazze d’argento e ’l vin di Creta.
Dunqu’è ben ragionevole che fatto
Per l’uso sia ciò che dall’uso è nato:
Ma tal non è quel che prodotto innanzi
Fu che dell’util suo notizia desse,
1230Come principalmente esser veggiamo
Le membra e’ sensi: ond’incredibil parmi
Che per utile nostro unqua potesse
La natura crear le membra e i sensi.
Similmente parer cosa ammiranda
1235Non dee che cerchi ogni animale il proprio
Vitto e senz’esso a poco a poco manchi.
Perch’io, se ben sovvienti, ho già dimostro
Che da tutte le cose ogn’or traspirano
Molti minimi corpi in molti modi:
1240Ma forz’è pur che in maggior copia assai
Li convenga esalar dagli animali
Che son dal moto affaticati e stanchi:
Senza che molti per sudore espressi
Son dall’interne parti, e molti sfumano
1245Dalle fauci anelanti e sitibonde.
Or quindi il corpo rarefassi, e tutta
La natura vien men: quindi il dolore
Si crea; quindi i viventi amano il cibo
Per ricrear le forze e sostenere
1250Le membra e per le vene e per le viscere
Sedar l’ingorda fame. Il molle umore
Penetra similmente in tutti i luoghi
Che d’umor han bisogno; e dissipando
Molti caldi vapor che radunati
1255Nello stomaco nostro incendio apportano
Quasi fuoco, e gli estingue e vieta intanto
Ch’e’ non ardano il corpo. In simil guisa
Dunque s’ammorza l’anelante sete:
Tal si pasce il desio delle vivande.
1260Or; come ognun di noi gire e fermarsi
Possa ovunque gli aggrada e in varie guise
Mover le membra, e da qual urto il grave
Pondo del nostro corpo impulso e moto
Abbia; vo’ dir: tu quel ch’io dico ascolta.
1265Pria l’effigie d’andar fassi alla mente
Incontro, e la percuote: indi si crea
La volontà: poichè nessun non piglia
Mai nulla a far, se no ’l prevede e vuole
L’animo pria; ma senza dubbio è d’uopo
1270Che di ciò ch’ei prevede i simolacri
Gli sian già noti e manifesti. Adunque,
Tosto che dall’imagini è commossa
La mente in guisa tal che stabilito
Abbia di gir, fiede il vigor dell’alma
1275Ch’è diviso e disperso in tutto il corpo
E pe’ nervi e pe’ muscoli: nè questo
È difficile a far, poichè congiunto
L’uno è con l’altro: indi ’l vigor predetto
Ripercuote le membra: e così tutta
1280Spinta è la mole a poco a poco e mossa.
In oltre; allor d’ogni animale il corpo
Divien molto più raro; e, come deve,
L’aria che sempre per natura è mobile
Largamente vi penetra, e per tutte
1285Le sue minime parti si diffonde:
E quindi avvien che, qual navilio urtato
Dalle vele e da’ remi, il corpo nostro
Per due cause congiunte al fin si move.
Nè per cosa mirabile s’additi
1290Che sì tenui corpuscoli sian atti
A girar sì gran corpo e mover tutto
Il pondo suo; mentre sì spesso il vento,
Che pur anch’egli è di sottili e rari
Atomi intesto, impetuosamente
1295Move un vasto navilio, e un sol piloto
È possente a fermarlo, ancor che voli
Furïoso per l’alto a piene vele,
Pur che tosto ove dee giri il governo;
Et un solo architetto erge tal ora
1300Sol con timpani e taglie immensi pesi.
Or, come ’l sonno per le membra irrighi
La sicura quïete e della mente
Sciolga ogni affanno, io con soavi carmi
Più che con molti di narrarti intendo;
1305Qual più grato è de’ cigni il canto umíle
Del gridar che le grue fan tra le nubi
Se i gran campi dell’aria austro conturba.
Tu con acute orecchie e con sagace
Mente m’ascolta; acciò che poi non nieghi
1310Tutto quel ch’io ti dico, e non disprezzi
Con animo ostinato e repugnante
La mia vera ragion pria che l’intenda.
Pria: si genera il sonno, allor che l’alma
Per le membra è distratta e fuori in parte
1315Cacciata esala e in parte anco rispinta
Ne’ penetrali suoi fugge e s’asconde;
Con ciò sia che languisce e quasi manca
Il corpo allor. Ma non è dubbio alcuno
Che dell’anima umana opra non sieno
1320Tutti i sensi dell’uom: dunque, se il sonno
Ce li tiene impediti, è pur mestiero
Che turbata sia l’alma e fuor dispersa.
Ma non tutta però; chè gelo eterno
Di morte ingombreriane, ove nascosta
1325Dell’alma alcuna parte entro alle membra
Non rimanesse in quella guisa a punto
Che sotto a molta cenere sepolto
S’asconde il foco, onde repente il senso
Tal possa in noi rinnovellarsi, quale
1330Può da sepolto ardor sorger la fiamma.
Ma, di tal novità quai le cagioni
Siano e quai cose ne conturbin l’alma
E faccian tutto inlanguidirne il corpo,
Brevemente dirò: tu non volere
1335Ch’io sparga intanto ogni mio detto al vento.
Primieramente, essendo il corpo nostro
Dall’aure aeree d’ogn’intorno cinto,
D’uopo è che sia, quanto alle parti esterne,
Dagli stessi lor colpi urtato e pesto:
1340E per questa cagion tutte le cose
Son coverte da callo o da corteccia
O da cuoio o da setole o da velli
O da spine o da guscio o da conchiglie
O peli o piume o lana o penne o squamme.
1345E nell’interne ancor sedi penètra
L’aere medesmo e le percuote e sferza,
Mentre da noi si attragge e si respira.
Onde, essendo le membra in varie guise
Quinci e quindi agitate ed arrivando
1350Pe’ fóri occulti le percosse a’ primi
Elementi del corpo, a poco a poco
Nasce a noi per lo tutto e per le parti
Una quasi del senso alta ruina.
Poichè turbansi in guisa i moti i siti
1355De’ principii dell’anima e del corpo,
Che di quella una parte è fuor cacciata,
Un’altra indietro si ritira e cela,
Et un’altra ve n’ha cui per le membra
Sparsa e distratta un vicendevol moto
1360Non lice esercitar, poichè natura
I meati e le vie chiuse gli tiene:
E quindi è poi che, varïati i moti,
Sfuma altamente e si dilegua il senso.
E, non v’essendo allor cosa che possa
1365Quasi regger le membra, il corpo langue,
Caggion le braccia e le palpebre, e tosto
Ambe s’inchinan le ginocchia a terra.
È dal pasto, oltr’a ciò, creato il sonno;
Perchè quel che fa l’aria agevolmente
1370Fanno anco i cibi, allor che per le vene
Vengon distribuiti. E più d’ogni altro
È profondo il sopor che sazi e stanchi
N’assal; perchè in tal caso una gran massa
D’atomi si rimescola agitata
1375Da soverchia fatica, e similmente
L’anima si ritira e si nasconde
In più cupi recessi, e fuor cacciata
Esala in maggior copia, e fra sè stessa
Più sparsa in somma e più distratta è dentro.
1380Onde il più delle volte in sogno appare
O cosa a cui per obbligo s’attende
O che gran tempo esercitossi innanzi
O che molto ci appaga. All’avvocato
Sembra di litigare e pe’ clienti
1385Citar leggi e statuti: il capitano
Co’ nemici s’azzuffa, e sanguinose
Battaglie indice: i naviganti fanno
Guerra co’ venti e con le sirti: ed io
Cerc’ognor di spïar gli alti segreti
1390Di natura e spiati acconciamente
Nella patria favella esporli in carte:
Tal quasi sempre ogni altro studio ed arte
Suol dormendo occupar gli animi umani.
E, chiunque più giorni intento e fiso
1395Stette a mirar per ordine una festa,
Veggiam che spesso, ancor che i sensi esterni
Lungi ne sian, pur negl’interni aperte
Sono altre strade onde venirgl’in mente
Possan gli stessi simolacri: e quindi
1400Avvien che lungo tempo avanti agli occhi
Gli stanno in guisa, ch’eziandio vegliando
Pargli veder chi balli e salti e mova
Le pieghevoli membra acconciamente,
E sentir delle cetre i dolci carmi
1405E de’ nervi loquaci il suon concorde,
E mirare il medesimo consesso
E di varie pitture e d’oro e d’ostro
Splender la scena ed il teatro intorno.
Tanto il voler, tanto lo studio importa,
1410Ed a quali esercizi assuefatti
Non pur gli uomini sian, ma tutti i bruti.
Con ciò sia che sovente, ancor che dorma
Il feroce destrier steso fra l’erbe,
Quasi a nobil vittoria avido aspiri,
1415Sbuffa, zappa, nitrisce, anela e suda
E per vincer pugnando opra ogni forza.
E spesso immersi in placida quïete
Corrono i bracchi all’improvviso, e tutto
Empion di grida e di latrati il cielo,
1420E, qual se l’orme di nemiche fiere
Si vedessero innanzi, aure frequenti
Spirano; e spesso ancor, poi che son desti,
Seguon de’ cervi i simolacri vani
Quasi dati alla fuga, in fin che, scosso
1425Ogn’inganno primier, tornino in loro.
Ma le razze sollecite de’ cani
Delle mandre custodi e degli alberghi,
Quasi abbian visto di rapace lupo
L’odïata presenza o di notturno
1430Ladro il sembiante sconosciuto, spesso
S’affrettan di cacciar dagli occhi i lievi
Lor sonni incerti e di rizzarsi in piedi.
E, quanto son di più scabrosi e rozzi
Atomi intesti, tanto più commossi
1435D’uopo è che siano e tormentati in sogno.
Quindi la plebe de’ minuti augelli
Suol repente fuggirsi e paurosa
Turbar con l’ali a ciel notturno i boschi
Sagri ai rustici dèi, qual or sepolta
1440In piacevole sonno a tergo avere
Par lor di smerlo audace il rostro ingordo.
Ma che fan poi negl’improvvisi e grandi
Moti gli animi umani? Essi per certo
Fan sovente gran cose. Espugnan regi,
1445Son presi, attaccan guerre, alzan gridando
Le voci al ciel quasi nemico acciaio
Vivi gli scanni. Altri combatte, e sparge
Di pianto il suol, di gemiti e sospiri
L’aria, e, quasi pantera o tigre od orso
1450Digiun lo sbrani, empie di strida il tutto.
Altr’in sogno favella, e ne rivela
Tal or cose importanti, e porge spesso
Degli occulti misfatti indicio aperto.
Molti da breve sonno a sonno eterno
1455Fan passaggio crudel. Molti, assaliti
Da spavento terribile improvviso,
Qual se d’alta montagna in cupa valle
Fosser precipitati, oppressi in guisa
Restan, che quasi mentecatti e scemi,
1460Desti, a gran pena, pel disturbo interno
Delle membra agitate, in sè ritornano.
Siede poi l’assetato o presso un fiume
O presso un fonte o presso un rivo, e tutto
Quasi l’ingoi’ con l’anelanti fauci.
1465E spesso anco i bambin dal sonno avvinti
Pensan d’alzarsi i panni o sopra un lago
O sovra un corto doglio e di deporvi
Il soverchio liquor di tutto il corpo;
Mentre intanto d’Olanda i prezïosi
1470Lini vanno irrigando e le superbe
Coltri tessute in Babilonia o in Menfi.
In oltre; quei che dell’etade al primo
Bollor son giunti e che maturo il seme
Hanno omai per le membra, effigie e spettri
1475Veggono intorno di color gentili
E di volto leggiadri; indi eccitarsi
Sentono i luoghi di soverchio seme
Gonfi, e, quasi che allor compiuti in uno
Abbian tutti i lor voti, un largo fiume
1480Spargon sovente, ond’è men puro il letto.
Dunque il seme ch’io dissi entro alle membra
S’eccita allor che per l’adulta etade
Comincia il corpo a divenir robusto:
Chè vari effetti han varie cause; e quindi
1485Sol dell’uomo il vigor provoca e smuove
Nell’uom l’umano seme, il quale, uscendo
Fuor de’ luoghi natii, da tutto il corpo
Si parte, e per le membra e per gli articoli
Cade in certe di nervi inteste sedi
1490A lui convenïenti, e tosto irrita
Le parti genitali: esse irritate
Gonfian per troppo seme: e quindi nasce
Il desio di vibrarlo ove comanda
La sfrenata libidine, e la mente
1495Brama quel corpo onde ferilla amore.
Così dunque ciascun che saettato
Sia dallo stral di Venere, o per donna
Che dagli occhi leggiadri incendio spiri
O per vago fanciul cui la vezzosa
1500Feminil guancia ancor piuma non veli,
Quasi a fermo bersaglio il pensier volge
Tosto ond’uscío l’aspra sua piaga, e brama
D’unirsi a chi l’offese e di lanciare
L’umor tratto dal corpo entro il suo corpo,
1505Perch’il molto desio piacer gli annunzia.
Quest’è Venere in noi: quindi fu tratto
D’amore il nome; indi stillaro in prima
Le veneree dolcezze, indi le fredde
Cure i petti ingombrâr; poichè, se lungi
1510È l’oggetto che s’ama, al men presenti
Ne stan l’effigie e ’l desiato nome
Sempre all’orecchie si raggira intorno.
Ma fuggir ne convien l’esca d’amore
E l’imagini sue, volgendo altrove
1515La mente, e dal soverchio umor del corpo
Sgravarne ovunque n’è concesso, e mai
Fissa non ritener d’un solo oggetto
Nel cor la brama e per noi stessi intanto
Nutrir cure mordaci e certo duolo:
1520Con ciò sia che la piaga ogn’or più viva
Diventa e col nudrirla infistolisce,
Cresce il furor di giorno in giorno e sempre
La miseria del cor fassi più grave,
Se tu con dardi nuovi i primi dardi
1525Prontamente a cacciar non t’apparecchi
Come d’asse si trae chiodo con chiodo.
E, con vagante affetto or quello or questo
Dolce frutto di Venere cogliendo,
Le fresche piaghe non risani e volgi
1530Dell’alma afflitta in altra parte i moti.
Nè da’ frutti d’amor chi schiva amore
Mena lungi la vita, anzi ne prende
Senza travaglio alcun tutti i contenti:
Con ciò sia che più certo e più sincero
1535Quinci tragge il piacer chi mai non pose
Il cauto piè su l’amorosa pania,
O tosto al men senza invescarvi l’ale
Ne ’l ritrasse e fuggío. Chè gli ostinati
Miseri amanti, i quai nel tempo stesso
1540De’ godimenti lor van fluttuando
In un mar d’incertezze e stanno in forse
Di qual parte fruir gli occhi o le mani
Debbiano in prima, il desïato corpo
Premon sì stretto che dolore acerbo
1545Gli danno, e spesso nell’amate labbra
Lascian de’ propri denti impressi i segni
E ne suggon i baci avidamente;
Perch’impuro è ’l diletto, e con occulti
Stimoli pungentissimi gl’incita
1550Ad oltraggiar, che ch’egli sia, quel desso
Che d’un tanto furor produce i germi.
Ma Venere ogni pena in fra gli amori
Mitiga dolcemente, e dolcemente
Frena i morsi e l’offese il piacer misto;
1555Poichè speran ch’un giorno anco attutarsi
Possa l’incendio lor dal corpo stesso
Onde il cieco desio surse e la vampa.
Il che nega all’incontro apertamente
Natura: anzichè questa è quella sola
1560Cosa, di cui quanto più l’uom possiede,
Tanto arde più di crudel brama il petto.
Poichè ’l cibo e l’umor dentro alle membra
Si piglia, e, perch’ei puote alcune parti
Certe occupar, quinci è mestier che resti
1565Del mangiare e del ber sazio il desio:
Ma del volto leggiadro e del soave
Color dell’uomo altro non gode il corpo
Fuor che le tenui imagini volanti,
Che porta il vento d’infelice speme.
1570E; qual dormendo un assetato infermo
Cerca di liquor freddo o fonte o rio
Che ’l grave incendio delle membra estingua.
Ma cerca indarno, e de’ gelati umori
Fuor che le vane effigie altro non trova,
1575E di sete in bevendo arde nell’onde;
Tal con fallaci simolacri e spettri
Venere in fra gli amor beffa gli amanti,
Che mai di vagheggiar l’amato aspetto
Saziar non ponno i desïosi lumi
1580Nè detrar con le mani alcuna parte
Mentre per tutto il corpo errano incerti.
In somma; allor che vigorose e forti
Han già le membra e dell’etade il fiore
Godono, allor che presagisce il corpo
1585Gaudi non più sentiti e che la stessa
Venere attende a seminare i campi
Delle giovani donne; avidamente
Congiungon petto a petto e bocca a bocca,
E mordendosi il volto ansano indarno;
1590Poichè quindi limar nulla non ponno
Nè penetrar con tutto il corpo il corpo;
Come par che tal volta abbian talento;
Sì desïosamente avviticchiati
Stan con lacci venerei in fin che lassi
1595Per soverchio piacer solvonsi i membri.
Al fin, poichè l’ardor ne’ nervi accolto
Fuor se n’uscío, la vïolenta brama
Ha qualche pausa: indi la rabbia stessa
Riede e ’l furor; mentre toccar di nuovo
1600Cercan l’amato corpo, e mai non ponno
Arte alcuna trovar che gli risani
Dal mal che gli ange e gli tormenta il core.
Tal per cieca ferita incerti errando
Tabidi fansi a poco a poco e mancano.
1605Aggiungi che ’l vigor scema e la forza,
Che l’angoscie e i travagli ogn’or n’affliggono,
Che sotto il cenno altrui l’età si logora,
La roba intanto si disperde e fonde,
Dansi le sicurtà, langue ogni uffizio,
1610E la gloria e la fama egra vacilla.
Splende d’unguenti ’l crin, ridono in piede
Sicionii coturni, ornan le dita
Grossi smeraldi in fino oro legati;
E di serico manto adorno il corpo
1615Giornalmente rifulge; e le ricchezze
Da’ paterni sudor ben acquistate
Divengon fasce, ghirlandette e mitre,
E tal volta in lascivi abiti molli
Cangiansi e in vesti melitensi e cee;
1620E quel che al vestir nobile ed al vitto
Servir dovrebbe è dissipato in giuochi
In musiche in conviti in giostre in danze
In profumi in corone in rose in fiori.
Ma tutto in van; poichè di mezzo al fonte
1625Dolce d’amore un non so che d’amaro
Sorge, che sin tra’ fiori ange gli amanti;
O perchè dagli stimoli trafitto
Della propria coscienza in sè ritorna
L’animo, e di menar forse gli duole
1630La vita all’ozio ed alle piume in preda
E tra sozzi bordelli indegnamente
Perire in sen d’una bagascia infame;
O perchè l’avrà detto una parola
D’ambiguo senso, che nel core infusa
1635Qual foco sotto cenere s’avviva;
O perchè troppo ha cupidi e vaganti
Gli occhi, e troppo gli volge al suo rivale,
E con lui troppo parla e troppo ride.
E di mali sì gravi amore abbonda,
1640Allor che favorevole e propizio
Si mostra altrui quanto mostrar si puote:
Ma, quand’egli all’incontro incrudelisce
Verso i mendici suoi miseri servi,
N’ha tanti e tanti che co’ gli occhi stessi
1645Puoi vederne infiniti. Onde assai meglio
Ti fia lo star ben vigilante e desto,
Com’io già t’insegnai, pria che la dolce
Esca t’alletti in cui nascosto è l’amo:
Posciachè lo schivar d’esser indótto
1650A cader nella rete è molto meno
Malagevole a far, che preso uscirne
E romper di Cupido i forti nodi.
E pur avvinto et irretito ancora
Sciôr ti potrai, se tu medesmo a te
1655Non sei d’impedimento e non dissimuli
Tutti i vizi dell’animo e del corpo
Di colei che tu ami e che desideri:
Poichè ’l più delle volte i folli amanti
Ciò fanno, e spesso attribuiscon loro
1660False prerogative. E quindi accade
Che molte, ancor che brutte, in varie guise
Piacciono e s’hanno in somm’onore e in pregio.
Ulivastra è la mora: inculta ad arte
La sciatta e sporca: Pallade somiglia
1665Chi gli occhi ha tinti di color celeste:
Forte e gagliarda è la nervosa e dura;
Piccoletta, la nana, e delle Grazie
O sorella o compagna e tutta sale:
Quella ch’immane è di statura, altrui
1670Terrore insieme e meraviglia apporta,
Piena d’onor di maestà nel volto.
È balba e quasi favellar non puote?
Fra sè stessa borbotta. È muta affatto?
Un ingenuo pudor fa che non parli.
1675È ritrosa odïosa e linguacciuta?
Divien lampada ardente. È tisicuzza
E co’ denti tien l’anima? vien detta
Gracile e gentilina. È morta omai
Di tossa? cagionevole s’appella.
1680È paffuta, popputa e naticuta?
Sembra Cerere stessa amica a Bacco.
Sime ha le nari? è Satira o Silena.
Grosse ha le labbra sue? bocca è da baci.
Ma lungo fia s’io ti racconto il resto.
1685Ma pur; sia quanto vuoi bella di faccia,
Paia a Venere stessa in ogni membro
Di leggiadria di venustà simile;
Ben dell’altre ne son, ben senza questa
Vivemmo innanzi; ben si sa che tutte
1690Fa le cose medesime che fanno
Quelle che son deformi, e che sovente
Di biacca intride e di cinabro il volto,
Folle, e con tetri odor se stessa ammorba,
Sì che fin dalle serve avuta a schivo
1695È fuggita, odïata e mostra a dito.
Ma di serti e di fior l’escluso amante
Spesso piangendo orna la fredda soglia,
E di soavi unguenti unge l’impòste
Misero, e baci al superb’uscio affigge.
1700Che poi se dentro al limitare il piede
Ferma, un’aura leggier che lo percuota
L’offende sì, che di ritrarlo omai
Cerca oneste cagioni: un punto solo
Rasciuga il pianto di molt’anni e freno
1705Pone ai lamenti: anzi sè stesso accusa
Di solenne pazzia, chiaro veggendo
D’aver più ad una femmina concesso
Che a mortal cosa attribuir non lice.
Nè ciò punto è nascosto alle moderne
1710Veneri nostre, onde ogni industria ogni arte
Usan per occultar ciò che in segreto
Fanno, allor che tener gran tempo avvinti
Fra i legami d’amor braman gli amanti.
Ma tutto in van; chè, se mirar non puossi
1715Con gli occhi della testa, al men con quelli
Dell’animo si mira e si contempla.
E, se bella è di mente e se ti porta
Vicendevol amor, non vieteratti
Punto il dar venia alle miserie umane.
1720Nè per infinto amor sempre sospira
La donna, allor che nelle braccia accoglie
Dell’uomo il corpo e lo si stringe al seno
E mirandolo fiso avidi baci
Liba or dagli occhi e dalle labbra or sugge:
1725Con ciò sia che di cuore il fa sovente
Cercando il comun gaudio, e s’affatica
Di giunger tosto all’amorosa meta.
Nè per altra cagione ai maschi loro
Sottopor si potrian gli uccelli e i greggi
1730E gli armenti e le fiere e le cavalle,
Se non perch’ardon di lussuria e tutte
Di focoso desio pregne e di seme
Van liete incontro al genital diletto
De’ lascivi mariti, et a vicenda
1735Il maneggiano anch’esse. Or tu non vedi
Forse come color, che spesso avvinti
Furon da vicendevole piacere,
Nella stessa prigione e fra gli stessi
Lacci sian tormentati? Anzi sovente
1740Per le pubbliche vie sogliono i cani
Tentar di separarsi ed ogni sforzo
Metter in ciò, mentre legati intanto
Stan con nodi venerei: il che per certo
Far non potrian, se di scambievol gusto
1745Non gioissero in prima ond’ingannati
Fossero e strettamente insieme aggiunti.
Dunque, voglia o non voglia, il gaudio loro
È comun senza dubbio e vicendevole.
E, se per avventura il viril seme
1750Fia nel carnal congiungimento attratto
E con subita forza a sè rapito
Dal seme femminil, nascono i figli
Simili allor dal patrio seme al padre,
Dal materno alla madre: e, se tal volta
1755Vedesi alcun che d’ambidue l’effigie
Egualmente ritenga e in un confonda
De’ genitori i volti, ei del paterno
Corpo è cresciuto e del materno sangue,
Mentre, eccitati per le membra i semi
1760Da scambievole ardor, furo in tal guisa
Sbattuti insieme e rimenati e misti,
Che nè questo nè quel vinto o vincente
Dir si poteo nell’amoroso incontro.
Posson anco alle volte agli avi loro
1765Nascer simili i figli e de’ proavi
Rinovar le sembianze: e ciò succede
Perchè spesso mischiati in molti modi
Celano i genitor molti principii
Nel proprio corpo, che di mano in mano
1770Dalla stirpe discesi i padri a’ padri
Danno: e quindi è che Venere produce
Con diversa fortuna aspetti vari,
E de’ nostri antenati i volti imita
I moti, i gesti, le parole e ’l pelo:
1775Poscia che nulla meno è certo il seme
Onde nascon in noi sì fatte cose
Di quello onde si crean le facce, i corpi
E l’altre umane membra: ed è prodotto
Dal patrio sangue delle donne il sesso,
1780E l’uom formato è del materno corpo.
Poichè d’entrambi i semi in un commisti
Costa ogni parto; e, qual de’ genitori
È più simile al figlio, ei nel suo corpo
Ha maggior parte, o sia femmina o maschio.
1785Nè pôn gli dèi la genital semenza
Disturbare ad alcun, sì ch’ei non vegga
Scherzar vezzosamente a sè d’intorno
I figli e ’l dolce nome oda di padre
E fra sterili amplessi ed infecondi
1790L’età consumi. Al che fede prestando
Molti, di molto sangue afflitti e mesti
Cospergon l’are, e prezïosi incensi
V’ardon, e d’oro e d’ostro ornan gli altari;
Acciò gravide poi di largo seme
1795Rendan le mogli. Ma de’ numi indarno
Affatican l’orecchie, e dell’occulto
Fato i vani decreti indarno stancano.
Con ciò sia ch’infeconde il troppo crasso
Seme le rende o ’l troppo tenue e liquido;
1800Questo, perchè non puote a’ genitali
Vasi attaccarsi, onde vibrato a pena
Si dissolve in più parti e fuor se n’esce;
Quello, o perchè lanciandosi non vola
Tanto lungi che basti, o perch’i luoghi
1805Debiti non penètra, o, penetrati
Ch’e’ gli ha, non così bene in un si mesce
Col seme femminil. Chè molto varie
Son l’armonie di Venere: e da questi
Più che da quei di molte donne il seno
1810Divien grave e fecondo: e molte fûro
Sterili innanzi a più mariti, e poscia
Non per tanto trovâr chi di bramato
Parto arricchille e di soavi figli:
E chi pria varie mogli ebbe infeconde
1815Spesso un’altra ne prese onde poteo
Munir di figli la vecchiezza inferma.
Tanto, acciò che si mesca il seme al seme
Generativamente e che s’adatti
Il tenue al crasso e ’l crasso al tenue, importa
1820A qual uom sia la femmina congiunta
Nel diletto venereo; e molto ancora
Monta di che bevanda e di che cibo
L’un e l’altro si nutra e si conservi,
Poichè per altre cose entro alle membra
1825Si coagula il seme ed all’incontro
Per altre anco s’estenua e divien marcio.
E non poco, oltr’a ciò, l’arte rileva,
Onde il blando piacer che ne dà vita
Preso è da noi: che delle fere in guisa
1830E degli altri quadrupedi animali
Stimar si dee che molto più sien atte
Le donne a concepir; poich’in tal modo,
Stando i lombi elevati e ’l petto chino,
Ponno i debiti vasi il viril seme
1835Ricever molto meglio. E non ha d’uopo
Di movimenti effemminati e molli:
Anzi a sè stessa il concepir contrasta
La donna, allor che del consorte a gara
Il diletto carnal lieta accompagna
1840Col moto delle nàtiche, e bramosa
E di mora e di requie impazïente
Con tutto il petto disossato ondeggia;
Poichè ’l vomere allor dal cammin dritto
Del solco genital caccia, e rimuove
1845Da’ luoghi a lui proporzionati il seme.
E per questa cagion le meretrici
Costuman d’agitarsi, acciò ch’insieme
Schifin lo spesso ingravidare e dieno
Maggior gusto a’ lor drudi: il che non sembra
1850Che d’uopo sia per le consorti nostre.
Nè creder mai che per divin volere
O per le frecce di Cupido amata
Sia tal volta una femmina deforme:
Con ciò sia che tal or la donna stessa
1855Con l’azioni piacevoli e co’ modi
Avvenenti e leggiadri e con lo schietto
Culto del proprio corpo opra che l’uomo
S’avvezzi agevolmente a viver seco.
Nel resto il conversar genera amore;
1860Chè, sia pur quanto vuol lieve ogni colpo,
Ciò che spesso è percosso in lungo spazio
Pur cede e cade: or tu non vedi adunque
Che fin dell’acque le minute stille
Con l’assiduo grondar fórano i sassi?

LIBRO 5

Chi mi darà la voce e le parole
Convenïenti a sì nobil soggetto?
Chi l’ali al verso impennerammi in guisa
Ch’ei giunga al merto di colui che tali
5Premi acquistati col suo raro ingegno
Pria ne lasciò sol per bearne a pieno?
Nessun, cred’io, che di caduco e frale
Corpo formato sia. Poichè, se pure
Dir debb’io ciò ch’io sento e che del vero
10La veneranda maestà richiede,
Fu dio, dio fu per certo, inclito Memmo,
Quel che primo insegnò del viver nostro
La regola infallibile e la dritta
Norma che sapïenza or chiama il mondo,
15E che fuor di sì torbide procelle
E di notte sì cieca in sì tranquillo
Stato l’umana vita ed in sì chiara
Luce ripose. E che ciò sia, confronta
Con le sue le divine invenzïoni
20Ch’a pro dell’uman germe anticamente
Fûr dagli altri trovate. E senza dubbio
Chiaro vedrai che, se dall’alma Cerere,
Come fama ragiona, il gran le biade
Date ne fûro, e se dall’uve espresse
25Bacco il dolce liquore, obbligo in vero
Tener gli se ne dee; ma pur la vita
Senza pan senza vin nel modo stesso
Conservar si potea che molti popoli
Fan, se ’l grido è verace, anco al presente:
30Ma già non si potea lieti e felici
Viver mai senz’un cor candido e schietto;
Onde tanto più merta esser chiamato
Dio chi pria della vita i non fallaci
Piacer trovò, che per lo mondo sparsi
35Soavemente ancor gli animi allettano.
E, se d’Ercole i fatti esser più illustri
Tu credessi de’ suoi, molto più lungi
Dal vero ancor trascorreresti, o Memmo.
Poichè qual nocumento or ne potrebbe
40Apportar quell’orribile cignale
Già per le piaghe altrui dell’Erimanto
Sì noto abitator? quale il nemeo
Spaventoso leon? quale il cretense
Tauro o l’idra di Lerna, orrida peste
45Di cento serpi velenose armata?
O qual già mai la triplicata forza
Del tergemino mostro? o quale, in somma,
Di Diomede i destrier che per le nari
Spiravan fuoco alle bistonie terre
50Ed all’Ismaro intorno? o per l’adunche
Lor ungna i già tremendi arcadi augelli
Di Stinfalo abitanti? o ’l sempre desto
Angue, di forza e di statura immane,
Il qual con ceffo irato e bieco sguardo
55Negli orti dell’esperidi donzelle
Fu custode de’ pomi aurei lucenti
Al tronco stesso avviticchiato intorno?
Ed a chi nocerebbe il mar vicino
All’Atlantico lido od il severo
60Pelago immenso, ove de’ nostri alcuno
Non giunse e tanto il barbaro d’ardire
Non ha che girvi osasse? ogni altro mostro
Simile ai già narrati, a morte spinto
Dal forte invitto e glorïoso Alcide,
65Ben che morto non fosse, e di che danno
Vivo al fin ne saria? Di nullo al certo,
Se dritto è ’l mio giudizio: in così fatta
Guisa di belve ancor pregna è la terra,
E di gelido orror colma e di téma
70Per le selve profonde e pe’ gran monti:
Luoghi che lo schivargli è in poter nostro.
Ma, se l’alma non è purgata e monda
Dalle fallaci opinïon del volgo,
Venti contrari alla tranquilla vita,
75Quai guerre allor, mal nostro grado, e quanti
Ne s’apprestan perigli? e quai pungenti
Cure stracciano il petto a chi non frena
Gli sfrenati appetiti? e chenti e quali
Ne tormentano il cor vane paure
80Che sorgon quindi? e quali stragi e quante
Generan la superbia e l’arroganza,
L’ira, la fraude, la sozzura, il lusso,
La gola, il sonno e l’ozïose piume?
Dunque, colui che debellò primiero
85Tali e tante sciagure, e via cacciolle
Lungi da’ nostri petti e non con l’armi
Ma pur col senno, un sì grand’uomo adunque
Convenevol non fia che fra’ celesti
Numi s’ascriva, e che per dio s’adori?
90Massime, avendo de’ medesmi dèi
Scritto divinamente e delle cose
Tutta svelata a noi l’interna essenza?
Di cui mentr’io le sacre orme calcando
Seguo lo stile incominciato, e mostro
95Nelle parole mie con quai legami
D’amicizia e d’amor tutte le cose
Create sian dalla natura e quanto
Star ne debbiano avvinte e come indarno
Procuran di schivar del tempo edace
100I decreti immutabili ed eterni;
Qual dell’animo uman principalmente
Già si provò che di natia sostanza
Creata è la natura e che non puote
Eternamente conservarsi intatta,
105Ma che spesso ingannar soglion gli spettri
Le menti di chi dorme allor che parne
Veder chi morte in cenere converse;
Nel resto il preso metodo mi tira
A dovert’insegnar, che di mortale
110Corpo è il mondo e nativo, ed in quai modi
Il concorso degli atomi fondasse
La terra, il cielo, il mar, le stelle, il sole
E ’l globo della luna, e quai viventi
Nascan dal grembo dell’antica madre
115E quali anco all’incontro in alcun tempo
Nascer già mai non ponno, e come gli uomini
Varïando favella incominciassero
L’un l’altro insieme a conversar per mezzo
De’ nomi delle cose, e com’entrasse
120Il timor degli dèi ne’ petti nostri
Che sol qua giù quasi beate e sante
Custodisce le selve, i laghi, i templi,
Sacri a’ numi immortali e l’are e gl’idoli.
Del sole, in oltre, e della luna il corso
125Dirotti onde proceda e con qual forza
Natura i moti lor tempri e governi;
Acciò tu forse non pensassi, o Memmo,
Che tai cose per sè libere e sciolte
Vadano ogn’or per lo gran vano errando
130Spontaneamente in fra la terra e ’l cielo
Per dar vita alle piante al grano all’erbe
Agli uomini alle fere, e non pensassi
Che nulla mai ne si raggiri intorno
Per opra degli dèi. Poichè; quantunque
135Già sappia alcun ch’imperturbabil sempre
E tranquilla e sicura i santi numi
Menin l’etade in ciel; se non di meno
Meraviglia e stupor l’animo intanto
Gl’ingombra onde ciò sia che possan tutte
140Generarsi le cose e spezialmente
Quelle che sopra ’l capo altri vagheggia
Ne’ gran campi dell’etra; ei nell’antiche
Religïon cade di nuovo, e piglia
Per sè stesso a sè stesso aspri tiranni
145Che ’l miser crede onnipotenti, ignaro
Di ciò che puote e che non puote al mondo
Prodursi e come finalmente il tutto
Ha poter limitato e termin certo.
Nel resto; acciò ch’io non ti tenga a bada
150Pur fra tante promesse; or via contempla
Primieramente il mar la terra il cielo.
La loro essenza triplicata, i loro
Tre corpi, o Memmo, tre sì varie forme,
Tre sì fatte testure, un giorno solo
155Dissolverà; nè, se mill’anni e mille
Si resse, eterna durerà, ma tutta
La gran macchina eccelsa al fin cadrà.
E so ben io quant’impensata e nuova
Cosa e stupenda è per parerti, o Memmo,
160La futura del mondo alta ruina,
E quanto il ciò provar con argomenti
Sia difficile impresa; a punto come
Succede allor che inusitate e strane
Cose appòrti all’orecchie, che negato
165T’è non per tanto il sottoporle al senso
Degli occhi e delle mani, onde munita
S’apre il varco la fede e può secure
Del cor guidarle e della mente al tèmpio.
Ma io la pur dirò: forse a’ miei detti
170Per sè medesmo intera fede il fatto
Sforzeratti a prestar: forse vedrai
L’ampia terra agitata orribilmente
Squassarsi in breve e dissiparsi il tutto.
Il che lungi da noi volga fortuna,
175E più tosto il mio dir che ’l fatto stesso
N’induca a confessar che debbe al fine
Dagli urti dell’età percosso e vinto
Con orrendo fragor cadere il mondo.
Del che pria ch’io gli oracoli futuri
180Prenda a svelar, molto più santi e certi
Di quei ch’è fama che dal sacro lauro
Di Febo e dalle pitie ampie cortine
Uscisser già; se nol ricusi, io voglio
Porgerti in brevi sì, ma però saggi
185Detti un lungo conforto: acciò che forse
Dalla religïon tenuto a freno
A creder non ti dia che ’l cielo, il mare,
La luna, il sole, il terren globo e tutte
L’auree stelle vaganti e gli astri immobili
190Abbian corpo immortal santo e divino,
E che giusto però sia che coloro
Che del mondo atterrar le mura eccelse
Con gli argomenti lor bramano, e tanto
Osan che sin d’Apollo i rai lucenti
195Smorzar vorriano ed oscurar notando
Con mortal lingua gl’immortali e divi,
Qual nuovi al ciel nemici empi giganti,
Del temerario ardir paghino il fio.
Ma vadan pur sì fatte cose in bando
200Dalla divina maestà sì lungi,
E si stimin sì vili e tanto indegne
D’esser ascritte in fra gli eterni dei,
Che più tosto dagli uomini credute
Sian di moto vital prive e di senso.
205Posciachè irragionevole per certo
Par che sia l’affermar, che della mente
La natura e ’l consiglio unir si possa
A qualunque materia; in quella stessa
Guisa che per lo ciel nascer le piante
210Non ponno, e dentro il mar sorger le nubi,
Nè spirto e vita aver ne’ campi i pesci,
Nè da legno spicciar tiepido sangue,
Nè mai succo spillar da pietra alpina.
Certo ed acconcio è per natura il luogo,
215Ove crescan le cose, ov’abbian vita.
Così dunque per sè l’alma e la mente
Senza corpo già mai nascer non puote
Nè dal sangue vagar lungi e da’ nervi.
Poichè, se ciò potesse, ella potrebbe
220Molto più facilmente o nella testa
Vivere o nelle spalle o ne’ calcagni,
E nascer anco in qualsivoglia parte
Del corpo, e finalmente abitar sempre
Nell’uomo stesso e nello stesso albergo.
225Onde; poi che prefisso i corpi nostri
Han da natura ed ordinato il luogo
Ove distintamente e nasca e cresca
La natura dell’animo e dell’anima;
Tanto men ragionevole stimarsi
230Dee, che la possa separata affatto
Dal corpo e dalla forma d’animale
Nascer già mai, nè mantenersi in vita
O del sol nelle fiamme o della terra
Nelle putride zolle o ne’ sublimi
235Campi dell’etra o nel profondo abisso
Del mar. Dunque, se d’anima e di vita
Son prive affatto queste cose, or come
Goder pônno immortal senso e divino?
Nè men creder si dee che in alcun luogo
240Del mondo aver possan gli dèi le sante
Lor sedi. Con ciò sia che la sottile
Forma de’ numi eterni è sì remota
Da tutti i nostri sensi che la sola
Mente v’aggiunge col pensiero a pena;
245E, perch’ella ogni tatto ogni percossa
Schiva dell’altrui man, toccar non deve
Nulla ch’al tatto altrui sia sottoposto;
Che chi tócco non è toccar non puote.
Sì che d’uopo fia pur ch’assai difformi
250Sian dalle nostre degli dèi le sedi
E tenui e a’ corpi lor simili in tutto,
Sì come altrove io proverotti a lungo.
Il dir poscia che dio per util nostro
Volesse il mondo fabbricare, e quindi
255Com’opra commendabile e divina
Da noi doversi commendare e crederlo
Eterno ed immortal, nè convenirsi
Il tentar con parole in alcun modo
Dal suo seggio sturbarlo e fin dall’imo
260Scuoterlo e volger sottosopra il tutto;
Il finger, dico, queste cose ed altre
Molte a lor simiglianti è, s’io non erro,
Un’espressa pazzia. Poichè qual utile
Può mai la nostra grazia agl’immortali
265E beati apportar, ch’a muover gli abbia
Ad oprar cosa alcuna a pro degli uomini?
E qual mai novità tanto allettarli
Poteo, che dopo una sì lunga quiete
Da lor goduta per l’innanzi il primo
270Stato bramasser di cangiare in meglio?
Con ciò sia che piacer le cose nuove
Debban solo a color che dall’antiche
Han qualche danno. Ma chi visse innanzi
Sempre lieto e contento e mai soggetto
275A travagli non fu, come? e da cui?
Quando? e perchè d’una tal brama acceso
Esser poteo? Forse, mi credo, allora
In tenebre la vita ed in tristezza
Si giacque, in fin che delle cose il primo
280Origine rifulse. E qual avrebbe
Dato all’uom nocumento il mai non essere
Uscito a respirar l’aure vitali?
Posciachè ben conviensi a ognun che nasce
Il procurar di conservarsi in vita,
285Fin che gioie e diletti inebrian l’alma:
Ma chi mai non gustò del viver nostro
L’amor, nè fu del numero, qual danno
Dal non esser creato unqua aver puote?
In oltre: onde impiantate ai numi eterni
290Fûr le idee, fûr gli esempli, ond’essi in prima
Tolser ciò che d’oprare ebber talento?
E come unqua saper de’ primi corpi
Potetter l’energia? come vedere
Quant’essi in varïando ordine e sito
295Fosser atti a produr, se dalla stessa
Natura col crear non li fu dato
Vero indizio di ciò? Poichè in tal guisa
Fûr delle cose molti semi in molti
Modi percossi eternamente e spinti,
300E da’ propri lor pesi ebbero in sorte
D’esser cacciati e trasportati in varie
Parti dell’universo e d’accozzarsi
Fra loro in varie guise e di tentare
Tutto ciò che crear poteano, in modo
305Che per cosa mirabile additarsi
Non dee, s’in tai dispositure al fine
Caddero e in tali vie, quali or bastanti
Sono a produr rinnovellando il tutto.
Chè se pur delle cose ignoti affatto
310Mi fossero i principii, io non per tanto
Ardirei d’affermar sicuramente
Per molte e molte cause e per le stesse
Proporzioni del ciel, che l’universo
Che tanto è difettoso esser non puote
315Per opra degli dèi fatto dal nulla.
E pria: quanto del ciel copre e circonda
La volubile forza; indi in gran parte
È da monti occupato e da boscaglie,
Nidi di fere e d’animai selvaggi,
320E da rupi scoscese e da paludi
Vaste ingombrato e da profondi abissi
Di mar che largamente apre e disgiunge
I confin della terra; indi l’ardente
Zona e le fredde a miseri mortali
325Tolte han quasi due parti. Or quel che resta
Di spine e bronchi e triboli coperto
Già fôra, se dell’uom non l’impedisse
L’industria a gemer per la vita avvezza
Con gagliardo bidente e con adunco
330Aratro a fender della terra il dorso.
Chè, se volgendo le feconde zolle
Col vomere sossopra e ’l suolo arando,
Fertil non si rendesse, il gran le biade
Mai per sè non potrian nell’aure molli
335Sorger: e nondimen, cerche sovente
Con travaglio e fatica allor che tutte
Già di fronde e di fiori ornano i campi,
O da’ rai troppo caldi arse del sole
Sono o da pioggia repentina oppresse
340O da gelida brina intempestiva
Ancise o dal soffiar d’austro e di coro
Con urto impetüoso a terra sparse.
In oltre: ed a qual fin nutre e feconda
Natura delle belve in mare in terra
345Il germe orrendo all’uman germe infesto?
E perchè le stagion varie dell’anno
N’adducon tanti morbi? e perchè vaga
Immatura la morte? Arrogi a questo,
Che ’l misero fanciul, quasi dall’onde
350Vomitato nocchier, nudo ed infante
Giace sul terren duro, e d’ogni aiuto
Vitale ha d’uopo, allor ch’a’ rai del giorno
Fuor dell’alvo materno esponlo in prima
Con acerbo dolor natura, e ’l tutto
355Di lugubri vagiti empie e di pianto;
Qual a punto conviensi a chi nel breve
Corso di nostra vita esser dee segno
Ad ogni stral delle sventure umane.
Ma crescono all’incontro armenti e greggi
360E fiere d’ogni sorte, e non han d’uopo
Di cembali, di tresche o di nutrice
Che con dolce e piacevole loquela
Senza punto stancarsi in vari modi
Gli vezzeggi, gli alletti e gli lusinghi,
365Nè, secondo che vario è ’l tempo e il cielo,
Cercan vesti diverse, e finalmente
Non han d’armi mestier, non d’alte mura
Con le quai sè medesmi e le lor cose
Guardin; mentre per sè porge feconda
370Largamente la terra e delle cose
La dedalea natura il tutto a tutti.
Pria: perchè il terren duro e l’acque molli,
Dell’aure il lieve spirto e ’l vapor caldo,
Dalla cui mistïon sembra che ’l tutto
375Si formi, ad un ad un nativo il corpo
Hanno e mortal; creder si dee che ’l mondo
Sia tutto anch’ei della natura stessa.
Poichè qualunque cosa ad una ad una
Le sue parti ha native ed è di forme
380Caduche, esser da noi sempre si vede
Natia non pur, ma sottoposta a morte.
Onde, veggendo noi le principali
Membra del mondo riprodursi estinte,
Quindi lice imparar che in somigliante
385Guisa il cielo e la terra ebbero il primo
Giorno e ch’a tempo suo l’estremo avranno.
Nè qui vorrei che tu credessi, o Memmo,
Ch’io fin or corruttibile supposta
Abbia fuor di ragion la terra e ’l foco
390E l’aure aeree e il mar profondo e detto
Che questi stessi corpi anco di nuovo
Si rigeneran tutti e si fan grandi.
Pria; perchè parte della terra adusta
Dal sol continuo e stritolata e infranta
395Dalla forza de’ piè, sfuma di polve
Nebbie e nubi volanti, che per tutto
L’aere da’ venti son disperse e sparse;
Parte ancor delle glebe a forza è data
Dalle piogge alla piena e rase e róse
400Son da’ fiumi le rive anch’esse in parte.
In oltre; sminuito è dal suo canto
Ciò ch’altri nutre: e perchè dubbio alcuno
Non v’ha che sia madre del tutto ed urna
Anco e sepolcro universal del tutto,
405Rasa è dunque la terra e si rintégra.
Nel resto; ch’i torrenti i fiumi il mare
Abbondin sempre d’umor nuovo, e sempre
Stillin chiaro liquor le vive fonti,
Mestier non ha d’alcuna prova: a pieno
410Certamente il dimostra il lungo corso
Dell’acque; E pria ciò che dall’acque in alto
Ergesi, e brevemente opra che nulla
Cresca il liquido umor più che non deve:
Parte, perchè da’ venti, allor ch’irati
415Volgon sossopra il mar, per l’aure è sparso
E dal sol dissipato: e parte ancora,
Perch’egli a tutti i sotterranei chiostri
Vien largamente compartito, e quivi
Lascia il salso veleno, e di nuov’anco
420Sorge in più luoghi, e tutto al fin s’aduna
De’ fiumi al capo e in bella schiera e dolce
Scorre sopra ’l terren per quella stessa
Via che per sè medesma aprirsi in prima
Poteo col molle piè l’onda stillante.
425Or dell’aria dich’io, che ’n tutto il corpo
Innumerabilmente ogn’or si muta.
Poichè ciò che dal mare e dalle cose
Terrestri esala, entro il profondo e vasto
Pelago aereo se ne vola e tutto
430Si cangia in aria: or, se da questa i corpi
Non fossero all’incontro alle spiranti
Cose restituiti, il tutto omai
Saria disfatto e trasmutato in aria:
Dunque l’aere già mai di generarsi
435Non cessa d’altre cose e in altre cose
Giornalmente corrompersi; che tutte
Mancar già noto e manifesto è a tutti.
Ma de’ liquidi raggi il largo fonte
Di recente candor mai sempre irriga
440Le stelle e l’etra e gli elementi, e ratto
Ministra al ciel con nuovo lume il lume.
Poichè ciò che di lume, ovunque il vibri,
Ei perda, indi imparar perfettamente
Si può da noi, che non sì tosto al sole
445Veggiam le nubi sott’entrare e tutti
Quasi interromper di sua luce i rai,
Che repente di lor svanisce affatto
L’infima parte, e ’l terren globo adombrasi
Ovunque i foschi nembi il volo indrizzino:
450Onde conoscer puoi che sempre il tutto
D’uopo ha di splendor nuovo, e che perisce
Ciò che pria di fulgor si sparse intorno,
E che per altra via vedersi i corpi
Non potrebbero al sol, s’egli il principio
455D’un perpetuo fulgor non ministrasse.
Anzi i lumi terrestri al buio accesi,
Le pendenti lucerne e le corrusche
Di fumante splendor pingui facelle,
Anch’esse ardendo in cotal guisa avacciansi
460Di sparger nuova luce, ed istan sempre
Di scintillar con tremole fiammelle;
Instano, e luogo alcun quasi interrotto
Non lascia il lume lor: con sì gran fretta
De’ suoi lucidi rai l’alta ruina
465Col veloce natal sostiene il foco.
Il sol dunque, così, la luna e tutte
L’auree immobili stelle e le vaganti
Creder dèi che per altro ogn’ora ed altro
Successivo natal vibrino intorno
470Il lume e perdan la primiera forma:
D’uopo è pur dunque il confessar che queste
Cose, com’altri pensa, esser non ponno
Di corpo irresolubile ed eterno.
In somma: dall’etade il bronzo il marmo
475Vinto al fin non si mira? e l’alte rôcche
Non rovinano a terra? e il duro sasso
Non è róso e marcisce? e l’are e i templi
De’ numi eterni e’ simolacri e gl’idoli
Non vacillan già lassi, e d’ogn’intorno
480Mostrano aperto il travagliato fianco?
Nè può la santa maestà del fato
Debellare i confin nè farsi incontra
Di natura alle leggi e vïolarle.
Al fin non veggiam noi d’ogni uomo illustre
485Ceder l’alte memorie ed invecchiarsi
Per subito accidente? e le robuste
Selci da’ monti alpestri anco alle volte
Staccarsi e rovinar, nè d’un finito
Tempo soffrir le smisurate forze?
490Con ciò sia che staccarsi e ’n giù repente
Non potrebber cader, se dell’etade
Fin da tempo infinito ogni urto ogn’impeto
Prive d’ogni fragor sofferto avessero.
Al fin: mira oggi mai ciò che d’intorno
495N’è sopra e ’l terren globo abbraccia e stringe,
E, com’altri han creduto, eternamente
Sol di sè pasce e in sè riceve il tutto:
Tutto è nativo e di mortal sostanza
Formato: con ciò sia che ciò che nutre
500Di sè le cose e l’augumenta è d’uopo
Che scemi, e, quando poscia in sè ricevele,
È mestier che s’accresca e si restauri.
In oltre: se la terra e ’l ciel non ebbero
Alcun principio genitale e sempre
505Perpetui fûro, e per qual causa innanzi
Alla guerra tebana e d’Ilio al rogo
Non cantaro altre cose altri poeti?
Ove di tanti uomini illustri e tanti
Cadder le gesta glorïose? e come
510Non fioriscon anc’oggi in luogo alcuno
Di fama eterna alle memorie inserte?
Ma, sì come stim’io, nuova è la somma
Del tutto, e nuovo è ’l mondo, e molto innanzi
Non ebbe il nascimento: ond’alcune arti
515Inventansi anche adesso, et anco adesso
Pulisconsi alcun’altre. Or molti arnesi
Fûro aggiunti alle navi, or messi in uso
I sonori concerti: e finalmente
Questa stessa cagione e questa stessa
520Natura delle cose, ancor che molto
Sia che già fu trovata, omai del tutto
Quasi sepolta in sempiterno oblío,
Pur di fresco è risorta, vie più vaga
E più bella che mai, per le immortali
525Opre del gran Gassendo, onore e lume
Del bel paese ove la Senna inonda.
Et io pur or principalmente, io stesso
Fui trovato fra tanti, ed ebbi in sorte
D’esporla altrui nella paterna lingua
530Pria d’ogni altro toscan, come dettolla
Per entro ai dotti suoi carmi robusti
Pria d’ogni altro romano il gran Lucrezio.
Chè se forse tu credi esserc’innanzi
State più volte le medesme cose
535Ch’al presente ci son, ma che l’umana
Specie da grave incendio arsa perisse,
E ruinasse ogni città squassata
Da crudel terremoto, o troppo gonfi
Per pioggia assidua dal natio lor letto
540Uscissero i torrenti e d’ogn’intorno
Sommergesser la terra et affogassero
Ogni uomo ogni animal; tanto più vinto
T’è d’uopo il confessar che debbe al fine
La terra e ’l ciel pur dissiparsi in tutto:
545Che, ove da tali e tanti morbi e tanti
E sì fatti perigli il mondo fosse
Tentato, ivi eziandio, se causa alcuna
Più robusta l’urtasse, alte ruine
Mostreria di sè stesso e strage orrenda.
550Nè per altra cagion d’esser mortali
Pur ne sovvien, se non perchè soggetti
Siam tutti a’ mali stessi onde natura
Già tolse ad un ad un gli altri di vita.
In oltre: tutto quel che dura eterno
555Conviene; o che respinga ogni percossa
Per esser d’infrangibile sostanza,
Nè soffra mai che lo penetri alcuna
Cosa che disunir possa l’interne
Sue parti, qual della materia a punto
560Gli atomi son, la cui natura innanzi
Già per noi s’è dimostra; o ch’immortale
Viva, perchè dagli urti affatto esente
Sia, come il vôto il qual durando intatto
Mai non soggiace alle percosse un pelo;
565O perch’intorno a lui nessuno spazio
Non sia dove partirsi e dissiparsi
Possa, come la somma delle somme
Fuor di sè non ha luogo ove rifugga
Nè corpo che l’intoppi e con profonda
570Piaga l’ancida e però vive eterna.
Ma nè, come insegnammo, esser contesto
Il mondo può d’impenetrabil corpo,
Chè misto è sempre in fra le cose il vôto;
Nè però com’il vôto intatto vive,
575Poichè corpi non mancano che sorti
Dall’infinito ed agitati a caso
Possan cozzar con vïolento turbine
Questa somma di cose ed atterrarla,
O farne in altri modi orrido scempio;
580Nè del luogo l’essenza e dello spazio
Profondo manca, ove distrarsi e spargersi
Il mondo possa e per lo vano immenso
Spinto da qualunqu’altra esterna forza
Finalmente perir. Dunque alla terra
585Al mare al cielo al sol mai del ferètro
Non è chiusa la porta; anzi all’incontro
Sta sempre aperta, e con profonda e vasta
Gola minaccia d’inghiottirsi il tutto.
Sì che d’uopo fia pur che tu confessi
590Ch’egli ancora è natio; poichè mortale
Essendo non avrebbe omai potuto
Schermir d’immensa età gli urti e la possa.
Al fin: poichè fra lor vedi le membra
Principali del mondo in così fatta
595Guisa pugnar con empia orribil guerra,
Forz’è pur che tu dica; una battaglia
Sì lunga aver dee qualche fine, o quando
Del sole il foco o qualunqu’altro ardente
Vapor, succhiando e dissipando affatto
600Il nutritivo umor, vittoria avranne.
Il che far tutta via tenta, ma pure
Non han per anco i suoi gran sforzi effetto.
Tanto i fiumi d’umor vanno all’incontro
Compartendo alle cose, e dal più cupo
605Gorgo minaccian d’annegare il tutto;
In van, poscia che i venti, allor che irati
Spazzan soffiando il mar, scemano in parte
L’acque, e l’etereo sol co’ raggi anch’egli
Le scema in parte e le disperge in aura,
610E pria tutte le cose arder confida
Che possa unqua l’umor giungere al fine
Bramato dell’impresa. In così fatta
Guisa fan tutta via con posse eguali
Fra lor cruda battaglia, e di gran cose
615Muovon gran lite, e per finirla a gara
Opran ogni lor forza; avendo il foco
Vinto una volta e dominato il mondo,
Come fama ragiona, e ’l liquor molle
Regnato un’altra pel contrario e tutto
620Sommerso il grembo dell’antica madre:
Che vinse il foco e molte cose allora
Ardendo incenerì, ch’Eto e Piróo
Di strada usciti il temerario auriga
Mal frenati da lui per ogni clima
625Della terra e del ciel trassero a forza:
Ma quel che tutto può, padre e signore,
D’ira infiammato allor, con vïolento
E repentino fulmine gettollo
Dal cocchio in terra; e ’l sol fattosi incontro
630Al cadente garzon, tosto riprese
La gran lampa del mondo, e ricongiunse
I dispersi cavalli e per l’usato
Calle gli spinse ancor lassi e tremanti,
Quindi reggendo il suo viaggio il tutto
635Porse alle cose il debito ristoro:
Qual de’ greci poeti anticamente
Cantâr l’inclite trombe; in ciò bugiarde,
Poichè vincer può il foco ove più corpi
Della materia sua dall’infinito
640Sórti assalgon l’umor, quindi o le forze
Dal lor contrario rintuzzate e dome
Caggiono o dall’ardenti aure abbruciate
Muoion le cose. E similmente è fama
Ch’un tempo vincitor fosse a vicenda
645L’umor del foco, allor che i fiumi uscendo
Fuor dell’alvo natio molte sommersero
Ampie terre e città: ma poi ch’indietro
Il nemico vigor dall’infinito
Sórto per qualche causa il piè ritrasse,
650Fûr le piogge affrenate e in un represso
L’orgoglio e ’l corso impetüoso a’ fiumi.
Ma io, come degli atomi il concorso
Fondasse il cielo, il terren globo, il mare,
La luna e ’l sol, racconterotti, o Memmo.
655Chè certo è ben ch’i genitali corpi
Con sagace consiglio e scaltramente
Non s’allogâr per ordine, nè certo
Seppe nessun di lor che moti ei desse:
Ma; perchè molti primi semi in molti
660Modi fûr già per infinito tempo
Da colpi innumerabili percossi,
E da’ propri lor pesi ebbero in sorte
D’esser commossi e trasportati in varie
Parti dell’universo e d’accozzarsi
665Fra loro in ogni guisa e di tentare
Tutto ciò che produr potean congiunti;
Quindi avvien poi che, dissipati e sparsi
Per lo vano infinito ed ogni sorte
Di moto e d’unïon provando, al fine
670Più s’adattano insieme, e non sì tosto
Adattati si son che di gran cose
Divengon semi ed a produr son atti
La terra, il mare e gli animali e ’l cielo.
Qui nè dell’aureo sol potea mirarsi
675Il cocchio luminoso errar per l’alto,
Nè stelle o mare o ciel nè finalmente
Vedersi aria nè terra o cosa alcuna
Simigliante alle nostre. Indi una certa
Nuova tempesta insorse et una massa
680D’atomi che svanir fe’ dello spazio
Le parti; ed a congiungersi i principii
Simili incominciaro et ad aprirne
Il mondo e le sue membra e le sue parti,
Disgiungerle, ordinarle e d’ogni sorte
685Di principii arricchirle; i cui concorsi
Gli spazi i pesi le percosse i moti
Le vie gli accozzamenti alta discordia
Turbava, e vi mescea risse e battaglie,
Per le varie figure e per le forme
690Difformi; onde restar tutte in tal guisa
Congiunte non potean, nè compartirsi
Convenevoli moti. Or questo, o Memmo,
È separar dal terren globo il cielo,
E far che d’acque separate abbondi
695Disgiunto il mare, e similmente i puri
Fochi dell’etra ardan divisi anch’essi.
Posciachè della terra i genitali
Corpi, perch’eran gravi e l’un con l’altro
Tutti in più modi avviluppati, univansi
700Primieramente, e nel più basso centro
Prendean lor sedi; e quanto più connessi
Insieme s’adunâr, tanto più lungi
Spresser quei che produrre il mar le stelle
Doveano e ’l sole e della luna il corno
705Lucido e le muraglie alte del mondo:
Con ciò sia che tai cose e di più lisci
Corpi son fatte e di più tondi e piccoli
Atomi che la terra. E quindi accade
Che l’etra in pria, per lo suo raro uscendo
710Impetuosamente e molte seco
Fiamme traendo, sormontò leggiero:
Quale a punto veggiam, quando per l’erbe
Di rugiada ingemmate il mattutino
Aureo lume del sol d’ostro si tinge,
715Gli stagni e i laghi esalar nebbia, e’ fiumi
Perenni, e ’l terren molle anco tal volta
Fumar si mira; or, poi ch’in alto ascesi
S’uniscon questi corpi e in un sol gruppo
Compressi intorno da rabbiosi venti
720Corrono ad accozzarsi, il ciel sereno
Copron di nubi. In cotal guisa adunque
Il lieve etere allor, che per natura
D’ogn’intorno si sparge, in una massa
Sola ridotto circondò se stesso
725Da tutti i lati, e, largamente sparso
Per lo vano infinito, intorno chiuse
Di folta siepe e d’ampie mura il resto.
Della luna e del sol quindi i principii
Seguîr, che nè la terra attribuirsi
730Poteo nè ’l vasto ciel: poichè nè gravi
Eran sì, che, depressi e da’ lor propri
Pesi spinti all’in giù, nel basso centro
Fosser atti a seder, nè lievi in guisa
Che scorrer per l’altissime campagne
735Potesser; ma fra l’etra e ’l nostro globo
Han pur tal sito, che girar due corpi
Ponno e di tutto il mondo esser gran parte:
Qual nell’uomo eziandio lice ad alcune
Membra ferme posar, ben ch’altre ed altre
740Sian mai sempre agitate. Or, queste adunque
Cose accolte in sè stesse, in un baleno
La terra, ov’or dell’oceàn profondo
Vòlto è ’l clima maggior, cadde depressa,
E formò del suo grembo ampia caverna
745Nel salso gorgo. E quanto più dall’etere
E da’ raggi del sol di giorno in giorno
Verso gli estremi limitari aperta
Sovra e da tutti i lati era compressa
E con urti continui a condensarsi
750Forzata ed a ristringersi ed unirsi
Nel centro suo; tanto più spresso il salso
Sudore usciane e dilatato i molli
Campi intorno accrescea del mare ondoso,
E dell’aria i principii e del vapore
755Tanto più n’esalavano e volando
Lungi da terra i chiari eccelsi templi
Condensavan del ciel. Scendeano in tanto
I campi, e s’appianavano; e degli alti
Monti l’erto salía; ch’i duri sassi
760Non poteano abbassarsi et egualmente
Ceder tutte le parti. In cotal guisa
Dunque formato di concreto corpo
Fu della terra il pondo, e, quasi un fango
Di tutto il resto, sdrucciolò nell’imo
765Centro e qual feccia si fermò nel fondo.
Quindi il mar quindi l’aere e l’etra ignifero
Restâr liquidi e molli e l’un dell’altro
Più lieve; e liquidissimo e purissimo
L’etere e leggerissimo all’aeree
770Aure sovrasta. E, ben che queste all’etere
Turbino il molle corpo, ei non per tanto
Con lor non si rimescola, ma lascia
Che tutte queste cose ogn’or s’avvolgano
Fra vïolenti turbini, e permette
775Ch’elle sian da procelle incerte e varie
Sempre agitate: egli però con certi
Impeti i fuochi suoi move scorrendo:
Chè volgersi con ordine et avere
L’etere una sol forza, aperto mostra
780Un sì vasto oceàn che, vada o torni,
Certo è nel moto e un sol tenor conserva.
Or cantiamo onde i moti abbian le stelle.
Pria: se l’ampio del cielo orbe s’aggira,
Creder si dee che quinci e quindi il polo
785Sia dall’aria compresso e d’ambi i lati
Di fuor chiuso e ristretto; indi ch’un altro
Aer sopra ne scorra e ’l corso indrizzi
Là ’ve del mondo eterno a volger s’hanno
Le stelle ardenti, e che di sotto un altro
790Erga al contrario il ciel; come tal ora
Miri i fiumi aggirar le ruote e i plaustri.
Forse immobile è l’orbe, ancor che tutti
Sian mossi i chiari segni; o, perch’eterei
Rapidi ondeggiamenti ivi racchiusi
795Strada cercando son portati in volta
E per gli ampi del ciel templi sublimi
Si rivolgon per tutto ignee procelle;
O pur scorre d’altronde, e per di fuori
L’aer da qualche parte agita e mesce
800Gli eterei fuochi; o ch’essi stessi pônno
Serper là ove gli chiama ove gl’invita
D’ognuno il proprio cibo, e, mentre a volo
Se ne van per lo cielo, esca e ristoro
Porgono ai vasti lor corpi fiammanti.
805Posciachè l’asserir qual delle addotte
Cause sia vera in questo nostro mondo
È difficile impresa: a me sol basta
Il dir ciò ch’esser puote e che succede
Per l’universo in vari mondi in varie
810Guise creati; e delle stelle ai moti
Piacemi l’assegnar varie cagioni
Che possibili sian per l’universo:
Delle quai non pertanto una esser debbe
Quella ch’agli aurei segni i movimenti
815Porga: ma l’affermar qual sia di queste
Opra non è di chi cammina al buio.
Acciò poi che la terra entro il più cupo
Centro stia ferma, è di mestier che sfumi
Il pondo o manchi a poco a poco, e ch’abbia
820Sotto un’altra natura a sè congiunta
Fin da principio e strettamente unita
Con le molli del mondo aeree parti
Alle quai vive inserta. E quindi all’aere
Non è di peso, e non lo preme e calca:
825Come nulla aggravar posson le membra
Proprie alcun uom nè d’alcun peso al collo
Esser la testa, e qual ne’ piedi al fine
Alcun pondo del corpo unqua non senti;
Ma qualunqu’altra mole esternamente
830Posta sopra di noi, ben che di peso
Di gran lunga minor, spesso n’offende;
Tanto importa a qual cosa e a cui s’appoggi.
Tal dunque il terren globo incontinente
Trasportato non fu quasi alïeno
835D’altronde, nè d’altronde all’aure imposto
Alïene da lui; ma già con esse
Nacque fin dall’origine primiero
Del mondo; e, qual di noi paion le membra,
È d’esso una tal parte. Accade in oltre
840Ch’ella, da grave tuon scossa repente,
Tutto ciò ch’ell’ha sopra agita e scuote:
Il che far non potria, se circondata
Non fosse d’ogn’intorno e dall’aeree
Aure e dall’ampio ciel; poichè comuni
845Fin da principio han le radici e stanno
Fra lor tai corpi acconciamente uniti.
Forse non vedi ancor quanto gran pondo
Di corpo in tutti noi regga a sua voglia
Il vigor tenuissimo dell’alma,
850Sol perch’ella è con lui sì acconciamente
Unita? e qual virtude erger il corpo
Da terra ed avvezzarlo agile e pronto
Al salto al nuoto alla palestra al corso
Finalmente potria, fuor che dell’alma
855Il debile vigor che il frena e regge?
Vedi tu dunque omai quanto possente
Rïesca un tenue corpo, allor che unito
Viene ad un grave; in quella guisa a punto
Che son l’aure alla terra e l’alma all’uomo.
860Nè maggiore o minor molto è del sole
L’orbe e l’ardor, di quel ch’appare al senso.
Chè, sia pur quanto vuoi lungo lo spazio
Onde luce e calor vibrano i fuochi,
Ei però nulla toglie e nulla rade
865Dal corpo delle fiamme, e null’affatto
Stringer si mira o raccorciarsi il fuoco.
Quindi, perchè del sol la fiamma e ’l lume
Lanciato arriva a’ nostri sensi e puote
Tutta del suo color tinger la terra,
870Dee da terra il suo globo anco apparirne
Tal che veracemente alcun non possa
Crescerlo o sminuirlo. Anco la luna,
O con luce non sua vaghi e passeggi
Dell’etra i campi o per se stessa il lume
875Vibri, che che ne sia, punto maggiore
Non è di quel ch’ella si mostra all’occhio.
Poichè, fissando di lontano il guardo
Per molto aer frapposto, ogni altro corpo
Pria confuso n’appar che scopra affatto
880Gli ultimi tratti: ond’è pur d’uopo ancora
Che, poichè chiara e certa e come a punto
Dall’estremo suo limbo è circoscritta
N’appar la luna, ella di quinci in alto
Tanta a punto quant’è da noi si scorga.
885Al fin; poich’ogni fiamma in terra accesa,
Mentre chiara scintilla e ’l proprio ardore
Vibra, ben che da lungi agli occhi nostri
D’assai poco ingrandirsi o impiccolirsi
Mostra; ben puossi argomentar da questo
890Che le fiamme che quinci arder nell’etra
Veggonsi d’assai poco esser minori
Pônno o maggior di quel ch’appare al senso.
Nè punto dee maravigliarsi alcuno,
Che sì piccolo sol lume sì grande
895Vibri, che ’l mare e ’l ciel tutto e la terra
Irrighi e sparga di calore il tutto.
Poich’esser può che quinci aperto un solo
Fonte di tutto il mondo in larga vena
Sorga e da tutti i mondi eternamente
900Scaturisca un sol fiume, ove in tal guisa
Del calor della luce i genitali
Semi concorran d’ogn’intorno, e dove
S’aduni il gruppo in guisa tal, che n’esce,
Quasi da proprio suo fonte perenne,
905Questo lume ed ardor. Forse non vedi
Quanto ancor largamente i prati irrighi
D’acqua un picciol ruscello e i campi allaghi?
Esser dunque anco può che l’aer nostro,
Dal picciol fuoco onde risplende il sole,
910Di cocenti fervori arda, se tanto
Per sè stesso è disposto e così pronto
Che per debili ardor possa infiammarsi:
Qual tal volta le biade arder ne’ campi
E la stoppa veggiam, ben che una sola
915Favilla l’accendesse, e fumo e fiamma
D’ogn’intorno eruttar. Forse anco il sole,
Splendendo in ciel con la rosata lampa,
Molto di fervor cieco a sè d’intorno
Fuoco possiede; il qual non luce, e quindi
920Può de’ lucidi rai tanto robuste
Render le calorifiche percosse.
Nè chiara appar nè semplice nè certa
La cagione, ond’il sol dall’orbe estivo
Giunga al flesso brumal d’egocerote
925E quinci indietro ritornando il corso
Dal cancro indrízzi al solstizial confine,
E come in un sol mese il giro stesso
Compir sembri la luna in cui si logora
Dal sole un anno. Or la cagion di queste
930Cose, torno a ridirti, una nè certa
Assegnar non si dee. Ch’esser ben puote,
Qual del grande Abderita il saggio e santo
Parer già fu, che, quanto più vicini
Son gli astri a noi, tanto men ratti e mobili
935Sian dal turbo del ciel portati in volta:
Con ciò sia che languisca e per di sotto
La vïolenta sua rapida forza
Più e più si dilegui; e quindi accaggia,
Che ’l sol con l’altre stelle inferïori
940Rimanga indietro a poco a poco a’ fervidi
Segni che son da noi molto più lungi.
Ma del sol più vicina anco alla terra
Certo è la luna: e, quanto più dimessa
Giace l’orbita sua lungi dal cielo
945Et a noi s’avvicina, il proprio corso
Tanto degli altri segni anco ha più tardo;
E quanto al fin con turbine men rapido
Al sole inferïor gira per l’etere,
Tanto più l’altre stelle aggiunger ponno
950Il suo lucido globo e trapassarlo:
E quindi avvien che di tornar più ratta
A’ segni appar; poichè all’incontro i segni
Tornan più ratti a lei. Fors’anco puote
Esser che da traverso un’aria scorra
955Dall’alterne del mondo oblique parti
In un tempo prefisso, e sia bastante
A spingere e scacciar da’ segni estivi
Il sole al brumal punto ed al rigore
Aspro del verno; e ch’un altr’aer tosto
960Fin dall’ombre gelate al calorifero
Flesso in dietro il rispinga e a’ segni fervidi:
E con pari ragion la luna e l’altre
Stelle che nel grand’orbe i lor grand’anni
Volgon creder si dee ch’ire e tornare
965Possan per l’aere alterno atto a cacciarle.
Forse non vedi ancor da vari venti
Spinte scorrer le nubi in varie parti
E più ratte dell’altre ir le piu basse?
Dunque chi può negar che pei gran cerchi
970Dell’etra l’aer basti in così varie
Guise a portar sì varie stelle in volta?
Ma con vasta caligine sorgendo
La notte ingombra il terren globo; o quando
Già scaccia il sol dopo il suo lungo corso
975Del ciel l’estime parti, e spira intorno
Languidi i raggi omai debili e stanchi
Per lo troppo vïaggio e dal soverchio
Aer interposto conquassati e laceri;
O perchè la medesima energia
980Che pel ciel sovra noi l’orbe sospinse
Sforzalo anco a voltar sotterra il corso.
Ma del vecchio Titon la bianca amica
Con la fronte di rose e co’ crin d’oro
Mena in certa stagion l’alba vezzosa
985Per l’eteree campagne e n’apre il lume;
O perchè di sotterra a noi tornando
Quel medesimo sol co’ rai precorre
Sè stesso, e del lor foco il cielo accende;
O perchè molte fiamme e molti semi
990D’ardore in stagion certa han per costume
D’unirsi, e fan che sempre un lume nuovo
Di sol si crei; come da’ monti d’Ida
Fama è che, mentre in orïente appare
L’aureo lume del dì, miransi intorno
995Varie fiamme disperse, indi in un solo
Quasi globo adunarsi e formar l’orbe.
Nè dee con tutto ciò gran meraviglia
Parerti, o Memmo, che in stagion sì certa
Questi semi di fuoco atti ad unirsi
1000Sieno e del sol rinnovellare il lume;
Poichè molte da noi cose mirarsi
Posson, ch’in ogni specie in tempo certo
Fannosi. In certo tempo il bosco e ’l prato
Si veste, in certo tempo anco si spoglia
1005Di fiori e frondi; e nulla meno in certo
Tempo i denti a cader sforza l’etade,
E di molle lanugine a velarsi
Il giovinetto corpo e le pulite
Guance di molle barba; e finalmente
1010Le nebbie, i venti, le tempeste e i fulmini.
Le nevi e i ghiacci in non gran fatto in certi
Tempi si crean. Poichè non prima i primi
Principii delle cose in questa o in quella
Guisa s’unir, che, qual prodotte al mondo
1015Fur dal caso le cose in fin dal primo
Lor nascimento, omai tal ne consegue
La natura di tutte in ordin certo.
Crescer poi lice ai giorni et alle notti
Smagrirsi, e divenir più brevi ai lumi
1020Qual or l’ombre all’incontro hanno augumento:
O perchè sotto terra e sopra terra
Il medesimo sol con disuguali
Cerchi correndo il ciel divide e l’orbe
Parte in non giuste parti, e ciò che all’una
1025Tolse rende all’opposta, in fin che al segno
Pervenga ove dell’anno il nodo a punto
Alle tenebre cieche il lume adegua;
Poich’a mezzo il cammin del vïolento
Soffio di borea e d’austro il ciel disgiunge
1030Quinci e quindi egualmente ambe le mete,
E ciò pel sito e positura obliqua
Dal grand’orbe de’ segni in cui serpendo
Il sol logora un anno e con obliquo
Lume circonda il terren globo e ’l cielo
1035(Qual a punto osservâr quei che nell’etere
Tutto osservâr di ben disposte imagini
L’orbe trapunto): o perchè l’aere in certe
Parti è più denso, onde sotterra il fuoco
Dubbio i tremoli rai vibra e non puote
1040Sì facilmente penetrarlo e sorgere
Sì ratto in orïente; indi l’inverno
Duran le lunghe notti in fin che giunga
L’alta insegna del dì cinta di raggi:
O forse ancor perchè dell’anno in varie
1045Stagioni alternamente han per costume
D’unirsi alcune fiamme e dissiparsi
Or più presto or più tardi, e far che ’l sole
Cada e risorga in vari luoghi e certi.
Splender poi può la luna, perchè i raggi
1050La percuotan di Febo; ond’ella volga
Vèr noi di giorno in giorno in apparenza
Lume tanto maggior quanto dall’orbe
Suo s’allontana, in fin ch’opposta e piena
Tutta d’argentea luce ella rifulse
1055E l’esequie del sol vide nascendo;
E quindi ancor per lo contrario il lume
Tanto quasi nasconda a poco a poco
Quanto a lui più vicin gira il suo cerchio
Dall’altra parte del zodiaco a punto:
1060Come parve a color ch’ad una palla
Fingon che la sia simile e che volga
Sotto l’orbe del sole il proprio corso,
Ond’avvien ch’affermar paiano il vero.
Fors’anco può di propria luce ornata
1065Volgersi e di splendor forme diverse
Agli occhi appresentar; chè forse un altro
Corpo con lei s’aggira e in varie guise
L’incontra e l’impedisce, e non si vede,
Perchè privo di luce il ciel trascorre.
1070E puote anco il suo globo intorno a’ poli
Propri aggirarsi; in quella guisa a punto
Che potria per metà tinta una palla
Di lucente candor volta in sè stessa
Varie forme mostrarne e vario lume,
1075In fin ch’ella vèr noi tutta volgesse
La parte luminosa e l’apparente
Suo sguardo, e quindi a poco a poco indietro
Rivolgesse il suo globo e n’occultasse
La sua lucida faccia; in quella stessa
1080Guisa ch’i babilonici dottori,
I caldei confutando, incontro all’arte
Degli astrologi lor tentan provarne;
Come verificarsi ambi i pareri
Non possano, o vi sian ferme ragioni
1085Onde quel più che questo altri difenda.
Al fin: perchè non può con ordin certo
Di figure e di forme esser prodotta
Sempre una nuova luna, et ogni giorno
Scemar da quella parte ond’essa in prima
1090Creata fu mentre dall’altra opposta
Va crescendo altrettanto e si restaura?
Certo che ’l dimostrar con evidente
Ragion che ciò sia falso e con parole
Convincerlo abbastanza, è dura et aspra
1095Impresa, quand’ognun vede mill’altre
Cose con ordin certo esser prodotte.
Torna la vaga primavera e seco
Venere torna e messaggier di Venere
Zeffiro alato e l’orme sue precorre;
1100Cui la madre de’ fior tutta cosperge
La strada innanzi di color novelli
Bianchi, gialli, vermigli, azzurri e misti,
E di soavi odor l’aere riempie.
Quindi nel luogo suo l’arida estate
1105Succede, e per compagna ha l’alma Cerere
Sparsa di polve il crin e il soffio etesio
Del rigido aquilon. Quindi l’autunno
Ne segue, e in un con lui l’evio Evoè:
Quindi l’altre stagioni e quindi gli altri
1110Venti, e Volturno altitonante ed Austro
Cinto di nembi e turbini sonori.
La bruma al fin reca le nevi e ’l pigro
Ghiaccio n’apporta; e strepitando il verno
Giunge, e le membra altrui sforza a gelarsi.
1115Non è dunque stupor se in certo tempo
Muore et in certo tempo anco rinasce
La luna, poichè pur si creano al mondo
Tante e sì varie cose in certo tempo.
Ma del sol parimente e della luna
1120Creder dèi che l’eclisse in vari modi
Possa avvenir. Chè, per qual causa il lume
Del sole a noi può tôr la luna e ’l volto
Da noi lungi offuscarli interponendo
Fra gli ardenti suoi raggi e gli occhi nostri
1125L’orbe suo cieco, e nel medesmo tempo
Far non può questo stesso un altro corpo
Che scorra il ciel sempre di lume ignudo?
E chi toglie anco al sol che in certo tempo
Non lasci i fuochi suoi languidi ed anco
1130Restauri i lumi, allor che i luoghi infesti
Alle fiamme ha trascorsi atti ad estinguerle
Tra via per l’aure e dissiparle affatto?
E perchè può la terra anco a vicenda
Spogliar la luna di splendore e ’l sole
1135Sovra oppresso tener, mentre in un mese
Scorre della piramide terrestre
L’ombre rigide e dense; e nello stesso
Tempo opporsi non può qualc’altro corpo
Al suo lucido globo e sotto l’orbe
1140Scorrer del sole, e ’l lume suo profuso
Esser atto a celarne e i vivi raggi?
O pur, s’ella medesima rifulge
Del suo proprio splendor, perchè non puote
Languir del mondo in qualche certa parte,
1145L’aure passando al lume suo nemiche?
Nel resto; con ciò sia ch’io t’ho risolto
Come nel vasto mondo e per l’immenso
Spazio si possa generare il tutto,
E come i vari moti e i vari cerchi
1150Della luna e del sol da noi sapersi
Possano, e per qual causa e da qual forza
Sian rotati i lor globi, et in qual modo
Soglian mancar per l’eclissato lume
E la terra coprir d’ombre improvvise
1155Allor che quasi i propri lumi han chiusi,
E come poi con isvelata faccia
Tornino ad illustrar l’aure tranquille
E di candida luce empiano il tutto;
Or di nuovo mi volgo al nascimento
1160Del mondo e della terra al molle dorso,
Ed a ciò ch’alla luce aurea del giorno
Nel primiero suo parto ergere osasse
E commetter de’ venti al soffio incerto.
Pria le specie dell’erbe e ’l verde onore
1165La terra germinò: florido il prato
Di color di smeraldo a’ colli intorno
Rifulse e in tutti i campi: a varie piante
Quindi concesso fu d’ergersi a gara
Per l’aure a lente briglie. E, come in prima
1170Nel corpo de’ quadrupedi animali
Si creano e nelle membra degli uccelli
Le piume e i velli e ’l duro pelo e ’l molle,
Tal dalla nuova terra erbe e virgulti
Salsero in prima: e poi create in varie
1175Guise fûr d’animai specie diverse.
Posciachè nè dal ciel cadder nè fuori
Delle salse lagune usciro in secco
I terreni abitanti: onde sol resta
Che la terra a ragion madre del tutto
1180Chiamata sia, poichè di terra il tutto
Nacque. E non pochi ancor sono i viventi
Che dall’umide piogge e dal vapore
Caldo de’ rai del sol nascono in terra:
Stupor dunque non è s’in maggior numero
1185Nacquero e vie più grandi, allor che nuova
Era la terra ed era l’etra adulta.
Pria de’ pennuti augelli il vario germe
Nella nuova stagion di primavera
Dall’uovo esclusi deponeano il guscio;
1190Qual depor le cicale al caldo estivo
Soglion la tenue spoglia e per sè stesse
Vitto e vita cercar. La terra allora
Pria ne diè gli animali. Erano i campi
E di caldo e d’umor molto abbondanti,
1195E dovunque opportuno offriasi il luogo.
Molti del suolo alle radici affissi
Quasi ventri crescean; che poi ch’al tempo
Maturo apria de’ pargoletti infanti
La tenerella etade a sugger atta
1200L’umore e spirar l’aure, ivi natura
Della terra volgea l’occulte vene,
Che poscia aperte rifondeano un succo
Simile al latte; in quella guisa a punto
Ch’ogni femmina adesso, allor che figlia,
1205Suol di latte abbondar, perchè si volge
Del nutrimento alle mammelle ogn’impeto.
Ai fanciulli porgea cibo e ristoro
La terra, il vapor veste, e letto il prato
Di molli erbette e tenere abbondante.
1210Ma ne’ rigidi verni il nuovo mondo
Nè soverchio calor nè tempestosi
Venti eccitar potea; poich’egualmente
Cresce ogni cosa e vigor prende e forza.
Sì che molto a ragion di madre il nome
1215Pria la terra acquistossi e giustamente
Se ’l tiene ancor; poich’ella stessa il germe
Uman produsse, e quasi sparse in certo
Tempo ogni altro animal ch’ebro e baccante
Scorre pe’ monti e per le selve, e tutte
1220Creò le specie degli aerei augelli.
Ma, perchè qualche termine al suo parto
Pur al fin si dovea, steril divenne
Quasi per troppa età donna impotente.
Poichè del mondo stesso il tempo al fine
1225Varia tutta l’essenza, e d’uno in altro
Stato il tutto si cangia, e nulla dura
Simile a sè medesmo: il tutto altrove
Fuggesi, il tutto muta, il tutto volge
Natura. Con ciò sia ch’altro divenga
1230Putrido e per vecchiezza egro e languente,
Altri nasca all’incontro e forza acquisti.
Così dunque l’età varia del mondo
L’essenza, e d’un la terra in altro stato
Si cangia: omai quel che poteo non possa,
1235E possa quel che non sofferse innanzi.
Vari in oltre crear mostri e portenti
Allor tentò la terra in varie guise,
E di faccia ammirabili e di membra.
Delle mani e de’ piè molti eran privi:
1240Molti ancor senza faccia e senza volto
Ciechi affatto nascean; molti impediti
Di membra, che fra lor per tutto il corpo
Intrigate e legate erano in guisa
Che nulla oprar potean, non rifuggirsi
1245A luogo alcun, non le malvage cose
Schifar, non le giovevoli seguire,
Non usarle a’ bisogni. Altri portenti
Producea di tal sorte ed altri mostri:
In van, poichè natura il propagarsi
1250Vietolli; ond’arrivare al fior bramato
Non potean dell’età nè trovar cibo
Nè venerei diletti avere insieme.
Con ciò sia che concorrer molte cose
Debbon negli animali, acciò sian atti
1255A servar propagando il proprio germe;
Primieramente i pascoli, le vie
Dopo onde i semi genitali uscire
Possan per tutto il corpo allor che sono
Rilassate le membra; e, perchè al maschio
1260Si congiunga la femmina, ad entrambi
È d’uopo onde accoppiar possan insieme
Gli scambievoli gaudi. Allora è forza
Che molti d’animai germi diversi
Perisser, nè bastanti a propagare
1265Fosser la specie lor. Poichè qualunque
Di dolce aura vital si nutre e pasce,
O l’astuzia o la forza o la prestezza
Finalmente del corso ha per custode,
Che sin dal primo tempo il serba intatto.
1270E molti ancor per l’util che ne danno
Son da noi conservati e custoditi.
Primieramente i fier leoni e tutte
L’altre belve crudeli hanno in difesa
La forza: dall’astuzia il proprio scampo
1275Riconoscon le volpi e dalla fuga
I cervi; ma i fedeli e vigilanti
Cani, e qualunque germe al mondo nasce
Di veterino seme, e i mansueti
Greggi lanosi e gli aratori armenti,
1280Tutti dell’uomo alla tutela, o Memmo,
Si dièr, poi che fuggiro avidamente
I morsi delle fere e seguir volsero
La pacifica vita e i larghi paschi,
Che senza lor travaglio apparecchiati
1285Gli son da noi quasi condegno premio
Dell’util ch’e’ ne danno. Or quei ch’alcuna
Non ebber di tai cose onde potessero
Viver per sè medesmi o di qualch’utile
Essere all’uman germe, e per qual causa
1290Tollerar si dovea ch’ei si nutrissero
Per nostro mezzo o dal furor nemico
Fosser guardati? Essi giaceano adunque
Preda e pasto degli altri entro i fatali
Lor nodi avvolti, insin che tutti al fine
1295Fur quei germi malnati affatto estinti.
Ma nè visser già mai centauri al mondo,
Nè con doppia natura e doppio corpo
Pôn di membra straniere in un congiunte
Formarsi altri animai, se quinci e quindi
1300Pari a pari energia non corrisponde.
E ciò quind’imparar lice a ciascuno,
Sia quantunque d’ingegno ottuso e tardo.
Pria; fiorisce il cavallo agile e forte
Poco dopo tre anni; ancor bambino
1305Tènero è l’uom, mentre per anco il petto
Palpa toccando alla nutrice e tenta
Suggerne il dolce latte: allor che manca
Per l’età già cadente il consueto
Vigor dell’uno e che dal corpo infermo
1310Languida e dalle membra oppresse e stanche
Gli s’invola la vita, allora a punto
Veggiam ch’all’altro in sul fiorir degli anni
Spunta la vaga giovanezza e veste
Di lanugine molle ambe le guance:
1315A ciò tu forse non ti creda, o Memmo,
Che nascer d’animai tanto diversi
Debbian centauri e scille o somiglianti
Mostri de’ quai le membra esser veggiamo
Fra lor tanto discordi, e che degli anni
1320Giunger con egual passo al fior bramato
Non posson, nè di corpo esser robusti
Nè toccar dell’età l’ultima meta,
Nè di venereo ardor nè di costumi
Insieme convenir, nè degli stessi
1325Cibi nutrirsi. Le barbute greggi
S’ingrassan di cicuta, ove all’incontro
La cicuta è per l’uomo aspro veleno.
Chè se ’l foco e la fiamma incenerisce
De’ leoni egualmente i fulvi corpi
1330E d’ogni altro animal che ’n terra alberghi,
E com’esser può mai ch’una chimera
Leon pria, quindi capra, al fin serpente,
Dal tergemino corpo unqua spirasse
Fuoco e fiamma per bocca? Onde chi finge
1335Che nel primo natal del mondo infante,
Quando nuova pur anco era la terra,
Nuovo il mar, nuova l’aria e nuovo il cielo,
Così fatti animai nascer potessero;
Chi ciò, dico, appoggiato a questo solo
1340Nome di novità vano e fallace
Finge, ben puote ancor nel modo stesso
Finger molt’altre cose e scioccamente
Dir ch’allor da per tutto arene d’oro
Volgean sott’acqua i fiumi, e che di gemme
1345Fiorían i boschi, e che ne’ membri ogni uomo
Sì grand’impeto avea che ’l mar d’un salto
Varcava e con le mani a sè d’intorno
Tutto volgea rapidamente il cielo.
Poichè l’essere stati in terra sparsi
1350Molti semi di cose, allor che in prima
Largamente il terren ne diede i vari
Germi degli animai, punto non prova
Che potesser fra lor misti e confusi
Nascer uomini e belve, armenti e greggi:
1355Con ciò sia che, quantunque il suolo abbondi
D’erbe anco adesso e d’alberi fronzuti
E di biade e di frutti, essi non pônno
Germinar non per tanto insieme avvinti:
Tal fermo e fisso in suo costume il tutto
1360Procede e le dovute differenze
Per certa legge di natura osserva.
Nascean gli uomini allor per le campagne
Tutti, qual convenia, molto più rozzi
Poichè la rozza terra avean per madre,
1365E dentro di maggiori e di più salde
Ossa fondati, e di più forti nervi
Stabiliti ed acconci; e nulla o poco
O da caldo o da freddo o da stranieri
Climi o da nuovi cibi erano offesi,
1370Nè del corpo patian difetto alcuno.
E molti errando delle fere in guisa,
Per più nel ciel del sol lustri volanti
Traean lor vita. E non vi avea per anco
Chi con braccio robusto al curvo aratro
1375Desse regola e norma, e le campagne
Or con zappe or con rastri or con bidenti
Culte e molli rendesse, e propagasse
I novelli virgulti o dall’eccelse
Piante troncasse i folti antiqui rami.
1380Quel ch’il sole o la pioggia o ’l suol fecondo
Producea per sè stesso i petti umani
Sazïava abbastanza: e grato e dolce
Cibo spesso porgean nelle foreste
Le ghiandifere querce o le mature
1385Rubiconde corbezzole o l’agresti
Poma o le noci o l’odorose fraghe,
Che maggiori e più belle e più soavi
Nasceano allor della gran madre in grembo.
E molti anco, oltre a ciò, l’età fiorita
1390Del mondo producea divi alimenti
Ampi abbastanza a’ miseri mortali.
Ad estinguer la sete i fiumi i fonti
Invitavan allor l’umano germe,
Com’or fan gli animai l’onde tranquille
1395Che d’alto caggion mormorando al chino.
Ed al fin vagabondi al ciel notturno
Abitavan que’ popoli primieri
Delle Ninfe i silvestri orridi templi,
Onde liquidi uscían lubrici rivi
1400Che le grotte solean d’ogni sozzura
E dal fango lavar gli umidi sassi,
Gli umidi sassi sovra ’l verde musco
D’umor chiaro stillanti, e parte al piano,
Non capendo in sè stessi, impetuosi
1405Scendere e furibondi errar pe’ campi.
Nè sapean maneggiar col foco alcuna
Cosa, nè con le pelli o con le spoglie
Delle fere coprian l’ignude membra;
Ma ne’ boschi, negli antri e nelle selve
1410Ricovravan sè stessi o nelle cave
Grotte; e, per ischifar de’ venti irati
Gli assalti e delle piogge, il sozzo e squallido
Corpo asconder solean tra gli arboscelli.
Nè poteano aver l’occhio al comun bene,
1415Nè fra loro introdur riti o costumi,
Nè formar nè servar leggi e statuti.
Quel ch’offerto dal caso o dalla sorte
Della preda venía, quel desso a punto
Prendea ciascuno, ammaestrato e dotto
1420Ad esser per sè stesso a sè bastante
Et a viver contento. Inculta e rozza
Venere congiungea per le foreste
I corpi degli amanti: all’uomo in braccio
Ogni donna poneasi o da focoso
1425Vicendevol desio vinta o da mano
Vïolenta e rapace o da sfrenata
Cieca lussuria; e prezzo allor non vile
Eran le ghiande e le castagne elette.
Delle mani e de’ piè tutti affidavansi
1430Nel mirando valor, seguian co’ sassi
Atti ad esser lanciati e co’ bastoni
Noderosi e pesanti i fieri germi
De’ selvaggi animai; molti di loro
Vincean, pochi fuggian per le caverne.
1435Ma l’irsute lor membra, in ciò simili
A’ setosi cignai, nel suolo ignude
Stendean le notti e le coprian di frondi.
Nè vaganti per l’ombre il giorno e ’l sole
Paurosi cercar solean piangendo,
1440Ma taciti aspettar muti e sepolti
Nel sonno, in fin che ’l sol nato dall’onde
Con la rosea facella ornasse il cielo
Di novello splendor: chè, sempre avvezzi
Sin da piccioli infanti a veder l’ombre
1445Nascer nel mondo alternamente e ’l lume,
Non poteano additar per meraviglia
Nè temer che perpetua orrida e densa
Notte l’aere ingombrasse eternamente,
Spenti i raggi del sol. Ma vie maggiore
1450Noia prendean, che gli animai selvaggi
Spesso infesta rendeano e perigliosa
La quiete e ’l sonno agl’infelici: ond’essi
Dalle grotte cacciati i tetti loro
Fuggian smarriti o pel venir d’un fiero
1455Spumifero cignale o d’un robusto
Leone; e nella notte intempestiva
Solean tremanti agli ospiti crudeli
Cedere i letti lor stesi di fronde.
Nè molto allor più ch’al presente il dolce
1460Lume del viver fuggitivo e frale
Perdean piangendo i miseri mortali.
Chè; se ben più ch’adesso allor ciascuno
Da’ selvaggi animai còlto improvviso
Pasti vivi porgea per divorarsi
1465Da’ fieri denti, e ’l bosco e ’l monte e tutta
Intorno empiea di gemiti e di strida
La selvosa foresta in viva tomba
Seppellir vive viscere veggendo;
E se ben chi trovava alcuno scampo,
1470Tenendo poi sul già corroso e guasto
Corpo e su le maligne ulcere tetre
Le man tremanti, in voce orrenda e fiera
Solea chiamar la morte, in fin che spento
Da sozzi ingordi vermini crudeli
1475Fosse di vita ignudo affatto e casso
D’aiuto e di consiglio ed ignorante
Di ciò che giovi alle ferite o noccia;
Non però mille e mille schiere ancise
Vedeansi in un sol giorno orribilmente
1480Tinger di sangue i mari e d’ogn’intorno
La terra seminar d’ossa insepolte;
Nè dell’ampio ocean l’onde orgogliose
Fean le navi in un punto e i naviganti
Naufragar fra le sirti e fra gli scogli;
1485Chè folle il mar di tempestosi flutti
Armato indarno incrudeliasi e folle
Spesso a’ venti spargea minacce indarno,
Nè potean le lusinghe allettatrici
Della placida sua calma incostante
1490Invitar con inganno i legni all’onde:
Cieca allor si giacea la scelerata
Arte del fabbricar fuste e galee
E navi d’ogni sorte. Allor sovente
La scarsezza del vitto a’ corpi infermi
1495Togliea la vita; or pel contrario spesso
L’abbondanza de’ cibi altrui sommerge:
Quegli incauti il velen porgean tal ora
Per sè stessi a sè stessi; or più sagaci
Questi e più scaltri a’ lor nemici il danno.
1500Ma; poi ch’a fabbricar case e capanne
Si diero e ad abitarle, e che l’ignude
Membra vestîr d’irsute pelli e ’l foco
Messero in uso, e ch’un sol tetto accolse
Con la moglie il marito e note al mondo
1505Fur del privato amor le caste nozze,
E che nascer di sè non dubbia prole
Vedea ciascuno; allor primieramente
Cominciò l’uman germe ad ammollirsi.
Poichè ’l foco operò che i corpi algenti
1510Non potessero omai nell’aria aperta
Soffrir più tanto freddo, agevolmente
Venere altrui scemò le forze, e ’l fiero
Spirto de’ genitor fransero i figli
Con lusinghe e con vezzi. Allora in prima
1515Cominciâr l’amicizie: i confinanti
Non s’offendean: raccomandâr l’un l’altro
I figli pargoletti e ’l fragil sesso
Con le voci e co’ cenni, altrui mostrando
In lor balba favella opra esser giusta
1520Il dar soccorso a’ miseri e mal fermi.
Nè però generarsi una totale
Pace fra lor potea; ma la migliore
Parte osservâr religïosi i patti:
Poichè ’l genere uman spento e distrutto
1525Già fôra, e lor semenza indarno omai
Tentato avrian di propagar le genti.
Ma l’umana natura i vari accenti
Pria formò della lingua, e l’util poscia
Diede i nome alle cose; in quella stessa
1530Guisa che par che la medesma infanzia
I teneri fanciulli induca al gesto,
Mentre fa che da lor sia mostro a dito
Quel ch’all’occhio han presente. Ogni animale
Sente il proprio vigore, ond’abusarlo
1535Possa. Pria ch’al vitel nascano in testa
Le corna, egli con esse irato affronta
E ’l nemico rival preme ed incalza.
Ma de’ fieri leoni i pargoletti
Figli e delle pantere, allor ch’a pena
1540Nelle branche hanno l’ugna e i denti in bocca,
Già co’ piedi e co’ morsi altrui fan guerra.
Senza che, confidar tutti gli augelli
Veggiam nell’ale e dalle proprie penne
Chieder tremolo aiuto. Il creder dunque
1545Ch’alcuno allor distribuisse i nomi
Alle cose e che quindi ogni uom potesse
Apparare i vocaboli primieri,
È solenne pazzia. Poichè, in qual modo
E perchè chiamar questi ad un’ad una
1550Poteo le cose a nome e i vari accenti
Esprimer della lingua, e nello stesso
Tempo a far il medesimo bastante
Alcun altro non fu? Ma, se le voci
Non per anco appo gli altri erano in uso,
1555Onde fu del lor utile a costui
La notizia inserita? e chi gli diede
Questa prima potenza, ond’ei sapesse
Specolar con la mente e porre in opra
Ciò che far gli aggradasse? in oltre: un solo
1560Non poteo sforzar molti e soggiogarli
Sì ch’apprender da lui fosser contenti
Delle cose i vocaboli, nè certo
Er’atto ad insegnar nè far intendere
Ciò ch’al fatto sia d’uopo a gente sorda:
1565Poichè nè pazïenti avrian sofferto,
Che suoni e voci inaudite indarno
Gli stordisse l’orecchie. E, finalmente,
Perchè mai sì mirabile stimarsi
Dee, che il genere uman, che voce e lingua
1570Di robusto vigor dotata avea,
Secondo i vari suoi sensi ed affetti
Vari nomi ponesse a varie cose?
Se le fere e gli armenti e i muti greggi
Soglion voci dissimili formare
1575Quando han speme o timor, noia o diletto?
E ciò da cose manifeste e conte
Può ciascuno imparar. Pria; s’irritato
Freme il molosso e la gran bocca aprendo
Nude mostra le zanne e i duri denti,
1580Già d’insano furor pregno e di rabbia
In suon molto diverso altrui minaccia
Da quel ch’ei latra e d’urli assorda il mondo:
Ma; se poi, lusingando, i propri figli
Lecca e scherza con essi, o con le zampe
1585Sossopra voltolandoli e co’ morsi
Leggermente offendendoli, sospesi
I denti, i molli sorsi a imitar prende;
Col gannir della voce in altra guisa
Suole ad essi adular, che se lasciato
1590In casa del padrone urla et abbaia
O se fugge piangendo umile e chino
Della rigida sferza i duri colpi.
In somma: non ti par ch’assai diverso
Dir si deggia il nitrir delle cavalle,
1595Quando nel fior dell’età sua trafitto
Il destrier dagli stimuli pungenti
Del dio pennuto incrudelisce e sbuffa
E feroce e superbo armi armi freme,
Da quando ei tra la greggia errando sciolto
1600Scuote i membri e nitrisce? E, finalmente
I vari germi degli alati augelli,
Gli sparvieri e gli astor, l’aquile e i merghi
Che del mar sotto l’onde e vitto e vita
Cercan, voci assai varie in vari tempi
1605Formano e se fra lor pe ’l cibo han guerra
E combatton la preda: ed anco in parte
Mutan con le stagioni il rauco canto;
Qual fanno i corvi e le cornacchie annose,
Qual or, se vera è la volgar credenza,
1610Chiaman l’acqua e le piogge o i venti o l’aure.
Dunque; se gli animali, ancor che muti,
Spinti da vari sensi ebbero in sorte
Di formar varie voci e vari suoni;
Quanto è più ragionevole che l’uomo
1615Potesse allor con altri nomi ed altri,
Altre ed altre appellar cose difformi?
Acciò poi che tu sappia in qual maniera
Ebber gli uomini il fuoco; il fulmin prima
Portollo in terra, indi ogni ardor si sparse:
1620Poichè molte veggiam cose incitate
Dalle fiamme del ciel ardere intorno
Là ’ve caldi vapori erran per l’aure.
E pur; se vacillante, allor che ’l fiero
Soffio di borea impetuoso o d’austro
1625Scuote e squassa le selve e i rami, appoggia
D’antica pianta antica pianta ai rami;
Spesso avvien ch’eccitata e fuori espressa
Dal fregar vïolento al fin s’accende
Fiamma che sfavillando alluma il bosco,
1630Mentre tronco con tronco in varie guise
S’urta a vicenda e si consuma e stritola.
Il che dar similmente a noi mortali
Poteo le fiamme. A cuocer quindi il cibo
Co’ suoi caldi vapori ed ammollirlo
1635L’aureo sol n’insegnò; poichè percosse
Molte da’ vivi suoi raggi lucenti
Cose vedean per le campagne apriche
Deporre ogni acerbezza e maturarsi.
Onde quei che più scaltri eran d’ingegno
1640Mostrâr con cibi nuovi in nuovi modi
Cotti e conditi, ogni dì più inventandone,
Come l’antico vitto e la primiera
Vita aspra e rozza in delicata e molle
Già mutar si potesse. I regi intanto
1645Cominciaro a fondar cittadi e rôcche
Per lor rifugio; indi gli armenti e i campi
Divisero, e secondo il proprio merto
Di beltà, di valor, d’ingegno e d’arte
Gli assegnaro a ciascun; chè molto allora
1650La bellezza era in pregio, e valea molto
La forza. Il mio e ’l tuo quind’inventossi;
E l’oro si trovò; che facilmente
A’ più vaghi di faccia a’ più robusti
Di membra ogni onor tolse, e gli uni e gli altri
1655Sottomesse a’ più ricchi ancor ch’indegni.
Che se regger sua vita altri bramasse
Con prudenza e con senno, è gran tesoro
Per l’uomo il viver parco allegramente;
Chè penuria già mai non fu del poco
1660In luogo alcun. Ma desïâr gli sciocchi
D’esser chiari e potenti, acciò ben ferma
Fosse la lor fortuna a stabil base
Quasi appoggiata, e per poter mai sempre
Facultosi menar placida vita:
1665In van, poichè, salir tentando al sommo
Grado ed onor, tutto di spine e bronchi
Trovâr pieno il vïaggio; ove al fin giunti,
Spesso dal sommo ciel nell’imo abisso
L’invidia, quasi fulmine, gettolli
1670Con dispregio e con scherno. Ond’io per l’uomo
Stimo assai meglio un obbedir quïeto,
Ch’un voler con l’impero a varie genti
Dar legge e sostener scettri e diademi.
Lascia pur dunque omai ch’altri s’affanni
1675In van sangue sudando, e per l’angusto
Calle dell’ambizion corra e s’aggiri:
Poichè, quasi da fulmine percossi
Dall’invidia, cader sogliono a terra
Quei che son più degli altri eccelsi e grandi
1680Che sol per l’altrui bocca ad esser saggi
Apprendono, e gli onor chieggon più tosto
Mossi a ciò far dalle parole udite
Che da’ propri lor sensi. E non è questo
Più or nè sarà poi ch’e’ fosse innanzi.
1685Quindi, ucciso ogni re, sossopra omai
Giacea l’antica maestà del soglio,
E gli scettri superbi e del sovrano
Capo il diadema illustre intriso e lordo
Di polvere e di sangue or sotto i piedi
1690Piangea del volgo il suo regale onore:
Chè troppo avidamente altri calpesta
Ciò che pria paventò. Dunque il governo
Tornava alla vil feccia e all’ime turbe;
Mentr’ognuno il primato e ’l sommo impero
1695Per sè chiedea. Quindi insegnaro in parte
A crear magistrati e promulgare
Leggi, a cui sottoporsi a tutti piacque.
Poichè ’l genere uman, di viver stanco
Per mezzo della forza, egro languìa
1700Tra guerre e nimicizie: ond’egli stesso
Tanto più volentier soppose il collo
Delle rigide leggi al grave giogo,
Quanto più aspramente a vendicarsi
Correa ciascun che dalle giuste e sante
1705Leggi non si permette. Il viver quindi
Per mezzo della forza a tutti increbbe:
Ond’il timor delle promesse pene
Di nostra vita i dolci premi infesta.
Chè la forza e l’ingiuria intorno avvolge
1710Ciascuno, e a quel ritorna assai sovente
Onde già si partío: nè facil cosa
È che placida vita e senza guerra
Viva chi della pace i comun patti
Vïola con l’opre sue; poichè, quantunque
1715Egli i numi immortali e l’uman germe
Possa ingannar, creder non dee per questo
Ch’ogn’or star deggia il maleficio occulto;
Poichè, parlando in sogno o vaneggiando
Egri, molto sovente i lor misfatti,
1720Già gran tempo a ciascun celati indarno
Propalâr per sè stessi e ne pagaro,
Quando men se ’l credeano, acerbo fio.
Or; come degli dèi fra numerose
Genti la maestà si divolgasse,
1725Come d’altari ogni città s’empiesse,
Come solenni sagrifici e pompe
Fosser prima introdotte, ond’anc’adesso
Negli affari importanti e ne’ sacrati
Luoghi fioriscon venerande in guisa
1730E tal danno a’ mortali alto spavento
Che già del terren globo in ogni parte
A drizzar nuovi templi a’ sommi dèi
Ne sforza e a celebrar ne’ dì solenni;
Non è molto difficile a sapersi.
1735Poscia che sin d’allor solean le genti,
D’animo ancor ben deste e vie più in sogno,
Faccie egregie veder d’uomini eccelsi
E corpi d’ammirabile grandezza.
E, perch’essi apparian di mover l’alte
1740Lor membra e di vibrar voci superbe,
Come d’aspetto maestosi e d’ampie
Forze, gli dieder senso; e non mortale
Vita gli attribuîr, perch’i lor volti
Eran sempre i medesmi e la lor forma
1745Durava e dura veramente eterna;
Nè punto a caso immaginâr che vinti
Esser non potean mai da forza alcuna
Quei che di sì gran forza eran dotati.
E in oltre s’avvisâr che di fortuna
1750Superasser d’assai tutti i mortali,
Perchè mai della morte il rio timore
Non potea tormentarli e perchè in sogno
Molte far li vedean cose ammirande
Senza punto stancarsi. A ciò s’aggiunga
1755Ch’essi intorno vedean con ordin certo
Moversi il cielo e in un col ciel le varie
Stagion dell’anno, e non sapean di questo
Le varie cause investigare; e quindi
Prendean per lor rifugio il dare a’ sommi
1760Numi il fren d’ogni cosa e far che ’l tutto
Obbedisca a’ lor cenni. E in ciel locavano
Degli alti dèi l’eterne sedi e i templi;
Perchè volgersi ’n ciel vedeano il sole
La luna il dì la notte, e della notte
1765Tutti i lucidi segni, e le vaganti
Notturne faci e le volanti fiamme,
E le nubi e le piogge e la rugiada,
La neve, i venti, i fulmini e l’acerba
Grandine e i rapidissimi rimbombi
1770De’ tuoni e il fiero murmure tremendo.
Povero uman legnaggio! ahi quanti, allora
Ch’egli a’ numi immortali opre sì fatte
Diede e l’ire gli aggiunse e le vendette,
Quanti, ahi quanti essi allor pianti a sè stessi,
1775Quante a noi piaghe acerbe, e a’ minor nostri
Chenti e quai partorîr lagrime amare!
Nè punto ha di pietà, che ’l sacerdote
Spesso velato il crin verso una sorda
Statua per terra si rivolga e tutti
1780Corrano al sacro altar, nè ch’ei s’inchini
Prostrato al suolo e tenda ambe le palme
Innanzi ai templi a Dio sacrati, e l’are
Di sangue di quadrupedi animali
Sparga in gran copia e voti aggiunga a voti,
1785Anzi è somma pietade il poter tutte
Mirar le cose e con sereno ciglio
E con placido cor. Chè, mentre, ergendo
Gli occhi, ammiriam del vasto mondo i templi
Celestiali e superni e l’etra immobile
1790Tutt’ardente di stelle e vienne in mente
Dell’aureo sole e della luna il corso,
Tosto dagli altri mali oppresso anch’egli
Quel noioso pensier di mezzo al petto
Il già desto suo capo al cielo estolle;
1795E qual forse gli dèi potere immenso
Abbiano occulto a noi ch’in varie guise
Ruoti i candidi segni, egro sospira:
Posciachè ’l dubbio cor dall’ignoranza
Tentato cerca, e se principio avesse
1800Il mondo e s’egualmente aver dee fine,
E fin a quanto le sue mura e tanti
Moti e sì vari a tollerar sien atte
Con sì grave fatica, o pur se ’l tutto
Per opra degli dèi vita immortale
1805Goda e scorrendo per immenso spazio
Di tempo disprezzar possa in eterno
D’età perpetua le robuste forze.
In oltre: a cui non s’avvilisce il petto
Per timor degli dèi, cui non vien meno
1810L’animo, cui d’alto spavento oppresse
Non s’agghiaccian le membra allor che d’ampia
Torrida nube il folgor piomba e rapidi
Scorron per l’alto ciel murmuri orrendi?
Or non treman le genti e ’l popol tutto?
1815Non quasi un mortal gelo i re superbi
Sentonsi al cor, mentre de’ numi eterni
Temon l’ire nemiche, allor che giunto
Credon quel tempo in cui de’ gran misfatti
Pagar debbono il fio? Che se l’immensa
1820Forza d’euro e di noto in mar sonante
Squassa e ruota su l’onde il sommo duce
D’un’armata navale, e s’in quel punto
L’urtan le schiere avverse e gli elefanti,
Non chied’egli con voti a’ sommi dèi
1825Pace? non con preghiere a’ venti irati
Pauroso e tremante aure seconde?
In van: che nullameno ei pur sovente
Da vïolento turbine assalito
Spinto è di morte al guado. In cotal guisa
1830Calca una certa vïolenza occulta
Tutte l’umane cose, e prende a scherno
I nobil fasci e le crudeli scuri.
Al fin: quando la terra orribilmente
Sotto i piè ne vacilla e scosse al suolo
1835Caggiono o stanno di cadere in forse
Ampie terre e città; qual meraviglia
È, se gli uomini allor cura non hanno,
Qual si dovria, di lor medesmi, e solo
Ampia danno agli dèi forza e miranda
1840Che freni e volga a suo talento il tutto?
Nel resto: il rame poi l’argento e l’oro
Trovati e ’l duro ferro e ’l molle piombo
Furo, allor che su’ monti arse le selve
Fiamma, o da nube ardente ivi lanciata,
1845O da provida man per le foreste
Ov’allor combatteasi in guerra accesa
Per terror de’ nemici, o perch’indótti
Dalla fertilità d’alcun terreno
Scoprir grasse campagne e paschi erbosi
1850Voleano o ancider fere ed arricchirsi
Di preda; con ciò sia che molto prima
Nacque il cacciar col fuoco e con le fosse,
Che il cinger con le reti e con le strida
E co’ bracchi e co’ veltri e co’ mastini
1855Destar le selve. Or; che che sia di questo,
Per qualunque cagion la fiamma edace
Fin dall’ime radici in suon tremendo
Divorasse le selve e il suolo ardesse;
Dalle fervide vene entro i più cavi
1860Luoghi del monte un convenevol rio
Scorrea di puro argento e di fin oro
E di piombo e di rame; ove rappreso
Poscia intorno splendea d’un vivo e chiaro
Lume e d’un liscio e nitido lepore.
1865Dalla cui dolce vista affascinati
Gli uomini il si prendean; quindi, veggendo
Ch’egli in sè ritenea la forma stessa
Ch’avean le cave pozze onde fu tratto,
Tosto allor s’accorgean che trasformarsi
1870Liquefatto dal fuoco in ogni forma
Potea di cose e, quanto altrui piacesse,
Col batterlo e limarlo ed arrotarlo,
Tirarsi in punte acute ed in sottili
Tagli, onde poscia di saette armarsi
1875Potessero e tagliar piante silvestri
E spianar la materia e rimondare
Le travi e gli altri necessari arredi
Per uso delle fabbriche, e pulirli
Anco e forarli e conficcarli insieme.
1880Nè men punto ad oprar sì fatte cose
Con l’argento e con l’òr gli uomini prima
S’accingean che col forte e duro rame:
In van posciachè vinta ogni sua possa
Era a ceder costretta, e non potea
1885Soffrir tanta fatica. Indi in maggiore
Pregio era il rame, l’òr negletto e vile
Giaceasi inutil pondo: ora all’incontro
Si giace il rame, e ’n sommo pregio è l’oro.
Tal dell’umane cose i tempi muta
1890La volubil età: quel ch’una volta
Caro esser ne solea d’ogni onor privo
Finalmente divien. Quindi succede
Che l’òr già dispregevol com’era
Non sembra; anzi vie più di giorno in giorno
1895È bramato e cercato; e, ritrovato,
Di lodi adorno, e fra’ mortali sciocchi
Fiorisce ed ha meravigliosi onori.
Or tu per te medesmo agevolmente
Ben conoscer potrai, come trovata
1900Fosse del ferro la natura e l’uso.
Armi pria fûr le mani e l’ungna e i denti,
E i sassi, e, in un co’ sassi, i tronchi rami
De’ boschi, e, poi che ne fûr note in prima,
Le fiamme e ’l foco. Indi trovossi il ferro
1905E ’l rame. E pria del ferro il rame in opra
Fu messo, perchè allor copia maggiore
N’era e vie più trattabile natura
Avea del ferro. Essi la terra adunque
Coltivavan col rame; in guerra armati
1910Di rame usciano, e tempestosi flutti
Mescean fra lor d’avverse schiere, e vaste
Piaghe fean tra’ nemici, e i greggi e i campi
Rapian; ch’armati essendo, agevolmente
Tosto ognun li cedea nudo ed inerme.
1915Quindi di passo in passo i ferrei brandi
Dagli uomini inventati, e quindi volte
Furo in obbrobrio e in disonor le falci
Di rame; e cominciâr gli agricoltori
A fender della terra il duro seno
1920Solamente col ferro; et adeguati
Fûr della guerra i perigliosi incontri.
E pria fu da’ mortali in uso posto
Il salir su i cavalli e moderarli
Col freno e con la spada armar la mano,
1925Che il tentar sovr’i carri a due corsieri
Della guerra i perigli. E i carri a due
S’inventàr pria ch’a quattro e che di falci
Crudeli armati. Indi a lucani buoi
Gravâr di torri il vasto orribil dorso
1930I Peni, e gl’insegnâr delle battaglie
A soffrir le ferite e in strane guise
Di Marte a scompigliar l’ampie caterve:
Tal d’altro altro poteo l’empia e crudele
Discordia partorir, ch’all’uman germe
1935Fosse poi spaventevole fra l’armi:
E tal sempre vie più di giorno in giorno
Della guerra al terror terrore accrebbe.
Tentaro i tauri anche in battaglia, e spesso
Fêr prova d’inviar contro i nemici
1940I crudeli cignali. E in lor difesa
I Parti vi mandâr fieri leoni,
Con severi maestri e con armate
Guide ch’a moderarli e porli freno
Fosser bastanti: in van: poich’infiammati
1945Di strage indifferente ambe le schiere
Scompigliavan crudeli e de’ lor capi
D’ogni intorno scotean l’orribil creste,
Nè potean de’ cavalli i cavalieri
Piegare i petti spaventati e messi
1950Da’ lor fremiti in fuga e rivoltarli
Col fren contro i nemici. E d’ogni parte
Le leonze irritate a precipizio
Si lanciavan dal bosco, e i vïandanti
Assalian furibonde e inaspettate
1955Gli rapivan da tergo, e con acerbe
Piaghe a terra gettandoli i crudeli
Denti in essi affiggeano e l’ugne adunche.
Agitati i cignali eran da’ tori
E calpesti co’ piedi, e per di sotto
1960Spalancati i cavalli i fianchi e ’l ventre
Dalle corna robuste ed atterrati
Dagli urti in minaccevole sembiante.
Ma con l’orride zanne i fier cignali
I compagni uccidean, del proprio sangue
1965Tingendo i dardi in sè spezzati; e miste
Stragi facean di cavalieri e fanti:
Con ciò sia ch’i cavalli o dell’irato
Morso schivando i perigliosi incontri
Lanciavansi a traverso o con le zampe
1970Movean eretti aspra battaglia ai venti;
In van, poichè: da’ nervi i piè succisi,
Ruinar li vedresti e gravemente
Sovra ’l duro terren battere il fianco.
Che se alcuni abbastanza essere innanzi
1975Domi in casa credean, nel maneggiarli
S’accorgean ch’irritati e d’ire accesi
Eran poi dalle piaghe e dalle strida,
Dal terror, dalla fuga e dal tumulto:
Poichè tutti fuggian, come sovente
1980Mal difesi dal ferro or gli elefanti
Soglion anco fuggir, tra’ suoi lasciando
Molte di ferità vestigia orrende.
Sì far potean: ben ch’io mi creda a pena
Ch’essi pria molto bene imaginarsi
1985Non dovesser con l’animo e vedere
Quanto gran comun danno e laido scempio
Fosse poi per succederne; e più tosto
Contrastar si potria che ciò nel tutto
Sia più volte accaduto in vari mondi
1990Variamente creati che in un certo
E solo orbe terren. Ma ei non tanto
Ciò fêr con speme di futura palma,
Quanto per dar che gemere a’ lor fieri
Nemici e disperati essi morire
1995Diffidando del numero e dell’armi.
Pria di nessili vesti il nudo corpo
Gli uomini si coprian che di tessuto
Manto. Il manto tessuto è dopo il ferro:
Chè solo il ferro a prepararne è buono
2000Gli stromenti da tessere, e non pônno
Farsi per altra via tanto pulite
Le fusa, i subbi, i pettini, le spole,
Le sbarre, i licci e le sonanti casse.
Ma pria le lane a lavorar costretto
2005Da natura fu l’uom che il femminile
Sesso; poichè nell’arti il viril germe
Preval molto alle donne, e di gran lunga
È di lor più ingegnoso e diligente;
E ciò, fin ch’i severi agricoltori
2010Se l’ascrisser a vizio e v’impiegaro
Le femmine, e per sè volser più tosto
Soffrir dure fatiche e in opre dure
Durar le membra et incallir le mani.
Fu poi delle semente e degl’innesti
2015Primo saggio et origine la stessa
Creatrice del tutto alma natura;
Con ciò sia che le bacche e le caduche
Ghiande sotto a’ lor alberi nascendo
Tempestivi porgean sciami di figli:
2020Onde tratto eziandio fu l’inserire
L’una pianta nell’altra e ’l sotterrare
Nel suol pe’ campi i giovani rampolli;
Quindi tentâr del dolce campicello
Altre ed altre colture: e vider quindi
2025Farsi ogn’or più domestici e più dolci
I salvatichi frutti, accarezzando
La terra e con piacevoli lusinghe
Più e più coltivandola. E sforzaro
Le selve e i boschi a ritirarsi a’ monti
2030Cedendo i luoghi inferiori ai culti,
Per aver poi ne’ campi e su pe’ colli
E prati e laghi e rivi e grasse biade
E dolci e liete vigne, e perchè lunghi
Tratti potesser di cerulei olivi
2035Profusi ir distinguendo e per l’apriche
Collinette e pe’ campi e per le valli:
Qual a punto vedersi anco al presente
Può di vario lepor tutto distinto
Ciò che di dolci intramezzati pomi
2040Ornan gl’industri agricoltori e cinto
Tengon intorno di felici arbusti.
In oltre: il contraffar le molli voci
Degli augei con la bocca innanzi molto
Fu ch’in musiche note altri potesse
2045Snodar la lingua al canto e dilettarne
L’orecchie. E pria gli zeffiri spirando
Per lo vano da’ calami palustri
Insegnâr co’ lor sibili a dar fiato
Alle rustiche avene. Indi impararo
2050Gli uomini a poco a poco i dolci pianti
Che sparger, tocca da maestra mano,
La piva suol, che per le selve e i boschi
Trovossi e per l’antiche erme foreste,
Alberghi de’ pastori, e tra’ felici
2055Ozi divini. In cotal guisa adunque
Trae fuor l’etade a poco a poco ogni arte
Dal buio in cui si giacque, e la ragione
L’espon del giorno al lume. Or con sì fatte
Cose addolcir solean le prime genti
2060L’animo, allor che sazio aveano il corpo
Di cibo; poi ch’allor sì fatte cose
Tutte in grado ne son. Dunque, prostrati
Non lungi al dolce mormorar d’un rio
Fra molli erbette, i pastorelli, all’ombra
2065Di salvatiche piante, il proprio corpo
Tenean col poco in allegrezza e in festa:
Massime allor che la stagion ridente
Dell’anno il prato cospergea di fiori.
Allora in uso eran gli scherzi, allora
2070Le facete parole, allora il dolce
Sganasciarsi di risa: allor festante
L’amorosa lascivia incoronava
Le spalle e ’l capo con ghirlande inteste
Di fior novelli e di novelle frondi,
2075Invitando a ballar quel popol rozzo
Goffamente e senz’arte et a ferire
Con dolci salti alla gran madre il dorso;
Onde nascer solean dolci cachinni,
Perch’allor vie più nuove et ammirande
2080Eran tai cose. E quindi avean del sonno
Il dovuto conforto i vigilanti,
Varïando e piegando in molti modi
Le voci e ’l canto e con adunco labbro
Scorrendo sovra i calami: e disceso
2085Quindi ancor si conserva un tal costume
Appo quei che, da morbo e da noiose
Cure infestati, il consueto sonno
Perdono; e, benchè questi appreso omai
Abbiano il modo di sonar con arte
2090Osservando de’ numeri concordi
Le varie specie, essi però maggiore
Frutto alcun di dolcezza indi non hanno
Di quel che della terra i rozzi figli
Aveano allor. Chè le presenti cose
2095Se non se forse di più care e dolci
Pria si gustâr, principalmente al senso
Piaccion, e s’han dall’uomo in sommo pregio:
Ma la nuova e miglior quasi corrompe
L’antiche invenzioni, e muta i sensi
2100A ciò che pria ne fu soave. In questa
Guisa l’acqua e le ghiande incominciaro
Dagli uomini a schifarsi, e posto in uso
Fu da tutti in lor vece il grano e l’uva:
In questa guisa a poco a poco i letti
2105Stesi d’erbe e di frondi abbandonati
Furo, e ’l suo primo onor perse la pelle
E la veste ferina; ancor che fosse
Trovata allor con sì maligna invidia,
Che ben creder si dee ch’a tradimento
2110Fosse ucciso colui che pria portolla,
E ch’al fin tra le spade insidïose
Tutta del proprio sangue intrisa e lorda
Fosse astretto a lasciarla e non potesse
Trarne a pro di sè stesso utile alcuno.
2115Allor dunque le pelli or l’oro e l’ostro
Ne travaglian la vita, e di noiose
Cure n’empiono il petto, e ne fan guerra:
Onde, a quel che stim’io, vie più la colpa
Risiede in noi: chè della terra i nudi
2120Figli del duro ghiaccio aspro tormento
Senza pelle soffrian; ma nulla offende
Noi l’esser privi di purpureo manto
Di ricchi fregi e di fin oro intesto,
Pur che veste plebea l’ignude membra
2125Ricopra e dal rigor del verno algente
Possa intatti serbarne. Indarno adunque
Suda il genere uman sempre e s’affanna
E fra vani pensier l’età consuma,
Sol perch’ei non conosce e non apprezza
2130Punto qual sia dell’aver proprio il fine
E fin là ’ve ’l piacer vero s’estenda.
E ciò ne spinse a poco a poco in alto
Mare a fidar la vita ai venti infidi,
E fin dall’imo fondo ampi bollori
2135D’aspre guerre eccitò. Ma i vigilanti
Globi del sole e della luna, intorno
Girando e compartendo il proprio lume
Al gran tempio e versatile del mondo,
Agli uomini insegnâr come dell’anno
2140Si volgan le stagioni e come il tutto
Nasce con certa legge ed ordin certo.
Già di forti muraglie e di sublimi
Torri cinti viveansi, e già divisa
S’abitava la terra; allor fioriva
2145Di curvi pini il mar; già collegati
L’un l’altro avean aiuti, avean compagni:
Quando in versi a cantar l’opre famose
Cominciaro i poeti, e poco innanzi
Fûr le lettre inventate. Indi non puote
2150L’età nostra veder ciò che s’oprasse
In pria, se non se fin là ’ve ne addita
I vestigi il discorso. Or la cultura
De’ campi, e l’alte rôcche e le robuste
Mura e le navi audaci, e le severe
2155Leggi, l’armi, le vie, le vesti e l’altre
Cose a lor somiglianti, e tutte in somma
Del viver le delizie, i dolci carmi
Le ingegnose pitture e le dedalee
Statue, l’uso insegnonne e dell’impigra
2160Mente il discorso, il qual di passo in passo
Sempre s’avanza. In cotal guisa adunque
Trae fuor l’etade a poco a poco il tutto
Dal buio in cui si giacque, e la ragione
L’espon del mondo a’ luminosi raggi:
2165Poichè farsi vedean nota con l’arte
L’una cosa dall’altra, in fin che giunti
Fûr dell’umana industria al sommo giogo.
LIBRO 6

Prima agli egri mortali Atene, un tempo
Sovr’ogni altra città chiara e famosa,
Gli almi parti fruttiferi e le sante
Leggi distribuì; pria della vita
5Dimostronne i disagi e dienne i dolci
Sollazzi; allor che di tal mente un uomo
Crear poteo che già diffuse e sparse
Fuor di sua bocca veritiera il tutto;
Di cui, quantunqu’estinto, omai l’antico
10Grido per le divine invenzïoni
Della fama sull’ali al ciel se n’ vola.
Poichè: allor ch’ei conobbe a noi mortali
Esser quasi oggi mai pronto e parato
Tutto ciò che n’è d’uopo ad un sicuro
15Vivere e per cui già lieta e felice
Può menarsi la vita, esser potenti
Di ricchezze e d’onor colmi e di lode
Gli uomini e i figli lor per fama illustri,
E pur sempre aver tutti ingombro il petto
20D’ansie cure e mordaci e vil mancipio
Di nocive querele esser d’ognuno
L’animo; ei ben s’accorse ivi il difetto
Nascer dal vaso stesso, e tutti i beni
Che vi giungon di fuori ad uno ad uno
25Dentro per colpa sua contaminarsi;
Parte, perchè sì largo e sì forato
Vedeal, che per empirlo al vento sparsa
Fôra ogn’industria ogni fatica ogni arte;
Parte, perchè infettar quasi il mirava
30D’un malvagio sapor tutte le cose
Ch’in lui capían. Quindi purgonne il petto
Con veridici detti, e termin pose
Al timore al desío: quindi insegnonne
Qual fosse il sommo bene ove ciascuno
35Di giunger brama, e n’additò la via
Onde per dritto calle ognun potesse
Corrervi, e quanto abbia di male in tutte
L’umane cose altrui fe noto, e come
Manchin naturalmente e ’n varie guise
40Volino, o ciò sia caso o di natura
Occulta vïolenza, e per quai porte
Debba incontrarsi; e al fin provò che l’uomo
Spesso in van dentro al petto agita e volge
Di noiosi pensier flutti dolenti.
45Poichè, siccome i fanciulletti al buio
Temon fantasmi insussistenti e larve,
Sì noi tal volta paventiamo al sole
Cose che nulla più son da temersi
Di quelle che future i fanciulletti
50Soglion fingersi al buio e spaventarsi.
Or sì vano terror sì cieche tenebre
Schiarir bisogna e via cacciar dall’animo,
Non co’ bei rai del sol, non già co’ lucidi
Dardi del giorno a saettar poc’abili
55Fuor che l’ombre notturne e i sogni pallidi,
Ma col mirar della natura e intendere
L’occulte cause e la velata imagine.
Ond’io vie più ne’ versi miei veridici
Seguo la tela incominciata a tesserti.
60E; perch’io t’insegnai che i templi eccelsi
Del mondo son mortali, e che formato
È ’l ciel di natio corpo, e ciò ch’in esso
Nasce e mestier fa che vi nasca al fine
Per lo più si dissolve; or quel ch’a dirti
65Mi resta, o Memmo, attentamente ascolta;
Poich’al salir sul nobil carro a un tratto
Incitar mi poteo l’alta speranza
Di famosa vittoria, e ciò che ’l corso
Pria tentò d’impedirmi ora è converso
70In propizio favor. Già tutte l’altre
Cose che ’n terra e ’n ciel vede crearsi
L’uomo, allor che sovente incerto pende
Con pauroso cor, gli animi nostri
Col timor degli dèi vili e codardi
75Rendonli e sotto i piè calcanli a terra;
Posciachè a dar l’impero agl’immortali
Numi ed a por nelle lor mani il tutto
Sol ne sforza del ver l’alta ignoranza;
Chè, veder non potendo il volgo ignaro
80Le cause in modo alcun d’opre sì fatte,
Le ascrive a’ sommi dèi. Poichè; quantunque
Già sappia alcun, ch’imperturbabil sempre
E tranquilla e sicura i santi numi
Menan l’etade in ciel; se non di meno
85Meraviglia e stupor l’animo intanto
Gl’ingombra, onde ciò sia che possan tutte
Generarsi le cose e specialmente
Quelle che sovra ’l capo altri vagheggia
Ne’ gran campi dell’etra; ei nell’antiche
90Religïon cade di nuovo, e piglia
Per sè stesso a sè stesso aspri tiranni
Che ’l miser crede onnipotenti; ignaro
Di ciò che possa e che non possa al mondo
Prodursi, e come finalmente il tutto
95Ha poter limitato e termin certo;
Ond’errante vie più dal ver si scosta.
Che se tu dalla mente omai non cacci
Un sì folle pensiero e no ’l rispingi
Lungi da te, de’ sommi dèi credendo
100Tai cose indegne ed alïene affatto
Dall’eterna lor pace; ah! che de’ santi
Numi la maestà limata e rósa
Da te medesmo a te medesmo innanzi
Farassi ogn’or; non perchè possa il sommo
105Lor vigore oltraggiarsi, ond’infiammati
Di sdegno abbian desio d’aspre vendette;
Ma sol perchè tu stesso a te proposto
Avrai ch’essi pacifici e quïeti
Volgan d’ire crudeli orridi flutti;
110Nè con placido cor visiterai
I templi degli dèi, nè con tranquilla
Pace d’alma potrai de’ santi corpi
L’immagini adorar ch’in varie guise
Son messi all’uom delle divine forme.
115Quindi lice imparar quanto angosciosa
Vita omai ne consegua. Ond’io, che nulla
Più desio che scacciar da’ petti umani
Ogni noia ogni affanno ogni cordoglio,
Ben che molto abbia detto, ei pur mi resta
120Molto da dir, che di politi versi
D’uopo è ch’io fregi. Or fa mestiero, o Memmo,
Ch’io di ciò che negli alti aerei campi
E ’n ciel si crea l’incognite cagioni
Ti sveli, e le tempeste e i chiari fulmini
125Canti e gli effetti loro e da qual impeto
Spinti corran per l’aria: acciò che folle
Tu, le parti del ciel fra lor divise,
Di paura non tremi, onde il volante
Foco a noi giunga o s’ei quindi si volga
130A destra et a sinistra, et in qual modo
Penetri dentro a’ chiusi luoghi, e come
Quindi ancor trïonfante egli se n’esca:
Chè, veder non potendo il volgo ignaro
Le cause in modo alcun d’opre sì fatte,
135Le ascrive a’ sommi dèi. Tu, mentre io corro
Quella via che mi resta alla suprema
Chiara e candida meta a me prescritta,
Saggia musa Calliope, almo riposo
Degli uomini e piacer degl’immortali
140Numi del cielo, or me l’addita e mostra;
Tu che sola puoi far con la tua fida
Scorta, ch’io di bel lauro in riva all’Arno
Colga l’amate fronde e d’esse omai
Glorïosa ghirlanda al crin m’intessa.
145Pria: del ceruleo ciel scuotonsi i campi
Dal tuon, perchè l’eccelse eteree nubi
S’urtan cacciate da contrari venti:
Con ciò sia che ’l rimbombo unqua non viene
Dalla parte serena; anzi, dovunque
150Son le nubi più folte, indi sovente
Con murmure maggior nasce il suo fremito.
In oltre: nè sì dure nè sì dense
Com’i sassi e le travi esser mai ponno
Le nubi, nè sì molli nè sì rare
155Come le nebbie mattutine o i fumi
Volanti; poi che o dal gran pondo a terra
Spinte cader dovrian, qual cade a punto
Ogni trave ogni sasso, o dileguarsi
Come ’l fumo e la nebbia e ’n sè raccôrre
160Non potrian fredde nevi e dure grandini.
Scorre il tuono eziandio sulle diffuse
Onde aeree del mondo, in quella guisa
Che la vela tal or tesa negli ampli
Teatri strepitar suole agitata
165Fra l’antenne e le travi e spesso in mezzo
Squarciata dal soffiar d’euro protervo
Freme e de’ fogli il fragil suono imita:
Chè tuoni esserci ancor di questa sorta
Ben conoscer si puote, allor che ’l vento
170Sbatte o i fogli volanti o le sospese
Vesti. Poichè tal volta anco succede
Che non tanto fra lor testa per testa
Possano urtarsi le contrarie nubi,
Quanto scorrer di fianco e con avverso
175Moto rader del corpo il lungo tratto;
Onde poscia il lor tuono arido terga
L’orecchie e molto duri, in fin ch’ei possa
Uscir da’ luoghi angusti e dissiparsi.
Spesso parne eziandio che in simil guisa
180Scosso da grave tuon tremi e vacilli
Il tutto e che del mondo ampio repente
Sradicate l’altissime muraglie
Volin pel vano immenso, allor ch’accolta
Di vento irato impetuosa e fiera
185Improvvisa procella entro alle nubi
Penetra e vi si chiude, e con ritorto
Turbo, che più e più ruota ed avvolge
D’ogni parte la nube, intorno gonfia
La sua densa materia, indi l’estrema
190Sua forza e ’l vïolento impeto acerbo
Squarciando il cavo sen la vibra, ed ella
Scoppia e scorre per l’aria in suon tremendo.
Nè mirabile è ciò; poichè sovente
Picciola vescichetta in simil guisa
195Suole in aria produr, piena di spirto,
D’improvviso squarciata, alto rimbombo.
Evvi ancor la ragione onde i robusti
Venti facciano il tuon, mentre scorrendo
Se ne van tra le nubi. Elle sovente
200Volan ramose in varie guise ed aspre
Per lo vano dell’aria: or, nella stessa
Guisa che, allor che ’l vïolento fiato
Di coro i folti boschi agita e sferza,
Fischian le scosse fronde e d’ogn’intorno
205Tronchi orrendo fragor spargono i rami,
Tal del vento gagliardo anco alle volte
L’incitato vigor spezza e ’n più parti
Col retto impeto suo squarcia le nubi:
Poichè, qual forza ei v’abbia, aperto il mostra
210Qui per sè stesso in terra, ove più dolce
Spira e pur non per tanto in fin dall’ime
Barbe i robusti cerri abbatte e schianta
Son per le nubi ancor flutti, che fanno
Gravemente frangendo un quasi roco
215Murmure, qual sovente anco negli alti
Fiumi e nell’alto mar che vada o torni
Soglion l’onde produr rotte e spumanti.
Esser puote eziandio, che, se vibrato
D’una nube in un’altra il fulmin piomba,
220Questa, se con molt’acqua il fuoco beve,
Tosto con alte grida il mondo assordi;
Qual, se tal or dalla fucina ardente
Sommerso in fretta è l’infocato acciaio
Nella gelida pila, entro vi stride.
225Chè se un’arida nube in sè riceve
La fiamma, in un momento accesa ed arsa
Con smisurato suon folgora intorno;
Qual se pe’ monti d’apollinei allori
Criniti il foco scorra e con grand’impeto
230Gli arda cacciato dal soffiar de’ venti;
Chè nulla è ch’abbruciando in sì tremendo
Suon tra le fiamme strepitando scoppi
Quanto i delfici lauri a Febo sacri.
Al fin: d’acerba grandine e di gelo
235Un fragor vïolento un precipizio
Spesso nell’alte nubi alto rimbomba;
Che, allor che ’l vento gli condensa e gli empie,
Frangonsi in luogo angusto eccelsi monti
Di grandinosi nembi in gelo accolti.
240Folgora similmente, allor che scossi
Vengon dagli urti dell’avverse nubi
Molti semi di foco; in quella guisa
Che, se pietra è da pietra o da temprato
Acciar percossa, un chiaro lume intorno
245Sparge e vive di fuoco auree scintille.
Ma, pria ch’a’ nostri orecchi arrivi il tuono,
Veggon gli occhi il balen; perchè più tardo
Moto han sempre i principii atti a commoverne
L’udito che la vista. Il che ben puossi
250Quindi ancora imparar; che, se da lungi
Vedi con dubbio ferro un tronco busto
Spezzar d’albero annoso, il colpo miri
Pria che ’l suon tu ne senta: or nello stesso
Modo agli occhi eziandio giunge il baleno
255Pria che ’l tuono all’orecchie, ancor che ’l tuono
Sia vibrato col folgore e con lui
D’una causa prodotto e d’un concorso.
Spesso avvien ch’in tal guisa ancor si tinga
D’un lume velocissimo e risplenda
260D’un tremulo fulgor l’atra tempesta.
Tosto che ’l vento alcuna nube assalse
E, quivi in giro vòlto, il cavo seno,
Qual sopra io ti dicea, n’addensa e stringe;
Ferve per la sua mobile natura;
265Come tutte scaldate arder le cose
Veggiam nel moto, ond’anco il lungo corso
Strugge i globi girevoli del piombo.
Tal dunque acceso il vento, allor ch’in mezzo
Squarcia l’opaca nube, indi repente
270Molti semi d’ardor quasi per forza
Spressi disperge, i quai di fiamma intorno
Vibran fulgidi lampi: or quinci il tuono
Nasce, il qual vie più tardo il senso muove
Di qualunque splendor ch’arrivi all’occhio:
275Chè ciò tra folte e dense nubi avviene
E in un profondamente altre sopr’altre
Con prestezza ammirabile ammassate.
Nè t’inganni il veder che l’uom da terra
Può vie meglio osservar per quanto spazio
280Si distendan le nuvole che quanto
Salgano ammonticate in verso il cielo.
Poichè; se tu le miri allor che i venti
Per l’aure se le portano a traverso,
O allor che pe’ gran monti altre sopr’altre
285Si stanno accumulate e le superne
Premon l’inferne immobili, tacendo
Del tutto i venti; allor potrai le vaste
Lor moli riconoscere e vedere
L’altissime ed orribili spelonche
290Quasi costrutte di pendenti sassi;
Ove, poi che tempesta il cielo ingombra,
Entran rabbiosi venti, e con tremendo
Murmure d’ogn’intorno ivi racchiusi
Fremono, e minaccevoli e superbi
295Vibran, di fere in guisa ancor che in gabbia,
Per le nubi agitate or quinci or quindi
I lor fieri ruggiti, e via cercando
Si raggiran per tutto, e dalle nubi
Convolgon molti semi atti a produrre
300Il foco, e in guisa tal n’adunan molti,
E dentro a quelle concave fornaci
Ruotan la fiamma lor, fin che coruschi,
L’atra nube squarciata, indi risplendono.
Avviene ancor che furïoso e rapido
305Per quest’altra cagion l’aureo fulgore
Di quel liquido foco in terra scenda,
Perchè molti di foco han semi accolti
Le nubi stesse: il che vedersi aperto
Può da noi, quando asciutte e senz’alcuno
310Umido son, che d’un fiammante e vivo
Color splendon sovente. E ben conviene
Ch’elle accese in quel tempo e rubiconde
Spargano in larga copia alate fiamme,
Perchè molti di sol raggi lucenti
315Mestier è pur ch’abbian concetti. Or, quando
Dunque il furor del vento entro gli sforza
A raccogliersi in uno e stringe e calca
Premendo il luogo, essi diffondon tosto
Gli espressi semi in larga copia; e quindi
320Della fiamma il color folgora e splende.
Folgora similmente, allor che molto
Rarefansi eziandio del ciel le nubi.
Poichè; qual or, mentre per l’aure a volo
Se n’ vanno, il vento leggermente in varie
325Parti le parte e le dissolve; è d’uopo
Che cadan lor malgrado e si dispergano
Quei semi che ’l balen creano: ed allora
Folgora senza tuono e senza tetro
Spavento orrendo e senz’alcun tumulto.
330Nel resto; qual de’ fulmini l’interna
Natura sia, bastevolmente il mostra
La lor fiera percossa e dell’ardente
Vapor gl’inusti segni e le vestigia
Gravi e tetre esalanti aure di zolfo;
335Chè di foco son queste e non di vento
Note nè d’acqua. E per sè stessi in oltre
Degli eccelsi edifici ardono i tetti,
E con rapida fiamma entro gli stessi
Palagi scorron trïonfanti. Or questo
340Foco sottil più d’ogni foco è fatto
D’atomi minutissimi e sì mobili
Che nulla affatto può durarl’incontra;
Posciachè furibondo il fulmin passa,
Com’il tuono e le voci, entro i più chiusi
345Luoghi degli edifici e per le dure
Pietre e pel bronzo, e in un sol tratto e in uno
Punto liquido rende il rame e l’oro.
Suole ancor procurar che, intere e sane
Rimanendo le botti, il vin repente
350Sfumi: e ciò perchè tutti intorno i fianchi
Del vaso agevolmente apre e dilata
Il vegnente calor, tosto ch’in lui
Penetra, e in un balen solve e disgiunge
Del vino i semi; il che non par che possa
355In lunghissimo tempo oprare il caldo
Vapor del sol: così possente è questo
Di corrusco fervore impeto e tanto
Vie più tenue e più rapido e più grande.
Or; come il fulmin sia creato, e tanto
360Abbia in sè di vigor che in un sol colpo
Aprir possa le torri e fin dall’imo
Squassar le case e le robuste travi
Sveglierne e ruinarle, e de’ famosi
Uomini demolir gli alti trofei,
365Spaventar d’ogn’intorno ed avvilire
E gli armenti e i pastori e le selvagge
Belve, e tant’altre oprar cose ammirande
Simili alle narrate; io brevemente
Sporrotti, o Memmo, e senza indugio alcuno
370Creder dunque si dee che generato
Il fulmin sia dalle profonde e dense
Nubi; poichè già mai dal ciel sereno
Non piomba o dalle nuvole men folte.
E ben questo esser vero aperto mostra,
375Ch’allor s’addensan d’ogn’intorno in aria
Le nubi in guisa tal che giureresti
Che tutte d’Acheronte uscite l’ombre
Rïempisser del ciel l’ampie caverne:
Tal, insorta di nembi orrida notte,
380Ne sovrastan squarciate e minaccianti
Gole di timor freddo, allor che prende
Fulmini a macchinar l’atra tempesta.
In oltre: assai sovente un nembo oscuro,
Quasi di molle pece un nero fiume,
385Tal dal cielo entro al mar cade nell’onde
E lungi scorre, e di profonda e densa
Notte caliginosa intorno ingombra
L’aria, e trae seco a terra atra tempesta
Gravida di saette e di procelle,
390E tal principalmente ei stesso è pieno
E di fiamme e di turbini e di venti,
Ch’in terra ancor d’alta paura oppressa
Trema e fugge la gente e si nasconde.
Tal sovra ’l nostro capo atra tempesta
395Forza dunqu’è che sia; chè nè con tanta
Caligine oscurar potriano il mondo
Le nuvole, se molte unite a molte
Non fosser per di sopra e i vivi raggi
Escludesser del sol, nè con sì grande
400Pioggia opprimer potrian la terra in guisa
Ch’i fiumi traboccar spesso e i torrenti
Facessero e notar nell’acque i campi,
Se non fosse di nuvole altamente
Ammassate fra lor l’etere ingombro.
405Dunque di questi fochi e questi venti
È pieno il tutto; e per ciò freme e vibra
Folgori d’ogn’intorno irato il cielo.
Con ciò sia che poc’anzi io t’ho dimostro
Che molti di vapor semi in sè stesse
410Han le concave nubi, e molti ancora
D’uop’è che dall’ardor de’ rai del sole
Glie ne sian compartiti. Or; questo stesso
Vento ch’in un sol luogo, ovunque scorre,
Le unisce a caso e le comprime e sforza.
415Poichè spressi ha d’ardor molti principii
E con lor s’è mischiato; ivi s’aggira
Profondamente insinuato un vortice,
Che dentro a quelle calde atre fornaci
Aguzza e tempra il fulmine tremendo;
420Che per doppia cagion ratto s’infiamma;
Con ciò sia che si scalda e pel suo rapido
Moto e del foco pel contatto. E quindi
Non sì tosto per sè ferve agitata
L’energia di quel vento o gravemente
425Delle fiamme l’assal l’impeto acerbo,
Che tosto allor quasi maturo il fulmine
Squarcia l’opaca nube, e di corrusco
Splendor l’aere illustrando il lampo striscia;
Cui tal grave succede alto rimbombo,
430Che repente spezzati opprimer sembra
Del ciel gli eccelsi templi. Indi un gelato
Tremor la terra ingombra, e d’ogn’intorno
Scorron per l’alto ciel murmuri orrendi;
Chè tutta quasi allor trema squassata
435La sonora tempesta e freme e mugge:
Per lo cui squassamento alta e feconda
Tal dall’etra cader suole una piova,
Che par che l’etra stesso in pioggia vòlto
Siasi e che tal precipitando in giuso
440Ne richiami al diluvio. Or sì tremendo
Suon dal ratto squarciarsi in ciel le nubi
Vibrasi e dalla torbida procella
Del vento in lor racchiuso, allor che vola
Con ardente percossa il fulmin torto.
445Tal volta ancor l’impetuosa forza
Del vento esternamente urta e penètra
Qualche nube robusta e di maturo
Fulmin già pregna; onde repente allora
Quel vortice di fuoco indi ruina
450Che noi con patria voce appelliam fulmine:
E lo stesso succede anche in molt’altre
Parti, dovunque un tal furore il porta.
Succede ancor che l’energia del vento,
Ben che senz’alcun foco in giù vibrata,
455Pur tal or, mentre viene, arde nel lungo
Corso, tra via lasciando alcuni corpi
Grandi che penetrar l’aure egualmente
Non ponno, e dallo stesso aere alcuni altri
Piccioletti ne rade i quai volando
460Misti in aria con lui formin la fiamma:
Qual, se robusta man di piombo un globo
Con girevole fionda irata scaglia,
Ferve nel lungo corso, allor che molti
Corpi d’aspro rigor tra via lasciando
465Nell’aure avverse ha già concetto il foco.
Ma suole anco avvenir che dello stesso
Colpo l’impeto grave ecciti e svegli
Le fiamme, allor che ratto in giù vibrato
Senza foco è del vento il freddo sdegno:
470Poichè, quando aspramente ei fiede in terra,
Pôn da lui di vapor molti principii
Tosto insieme concorrere e da quella
Cosa che ’l fiero colpo in sè riceve;
Qual s’una viva pietra è da temprato
475Acciar percossa, indi scintilla il foco,
Nè, perchè freddo ei sia, quei semi interni
Di cocente splendor men lievi e ratti
Concorrono a’ suoi colpi. Or dunque in questa
Guisa accendersi ancor posson le cose
480Dal fulmin, se per sorte elle son atte
La fiamma a concepir: nè puote al certo
Mai del tutto esser freddo il vento, allora
Che con tanto furor dall’alte nubi
Scagliato è in terra sì che, pria nel corso
485Se col foco non arse, almen commisto
Voli col caldo e a noi tiepido giunga.
Ma che ’l fulmine il moto abbia sì rapido
E sì grave e sì acerba ogni percossa,
Nasce perchè lo stesso impeto innanzi
490Per le nubi incitato in un si stringe
Tutto e di giù piombar gran forza acquista
Indi, allor che le nubi in sè capire
L’accresciuta lor forza omai non ponno,
Spresso è ’l vortice accolto, e però vola
495Con furia immensa; in quella guisa a punto
Che da belliche macchine scagliati
Volar sogliono i sassi. Arrogi a questo;
Ch’ei di molti minuti atomi e lisci
Semi è formato; e contrastare al corso
500Di natura sì fatta è dura impresa;
Ch’ei ne’ corpi s’insinua e per lo raro
Penetra, onde per molti urti ed intoppi
Punto non si ritien ma striscia ed oltre
Vola con ammirabile prestezza:
505In oltre; perchè i pesi han da natura
Tutti propensïon di gire al centro,
E, s’avvien che percossi esternamente
Sian da forza maggior, tosto s’addoppia
La prontezza nel moto e vie più grave
510Divien l’impeto loro, onde più ratto
E con più vïolenza urti e sbaragli
Tutto ciò ch’egl’incontra e non s’arresti.
Al fin; perchè con lungo impeto scende,
D’uopo è che sempre agilità maggiore
515Prenda che più e più cresce nel corso,
E ’l robusto vigor rende più forti
E più fieri i suoi colpi e più pesanti;
Poichè fa che di lui tutti i principii
Che gli son dirimpetto il volo indrizzino
520Quasi in un luogo sol, vibrando insieme
Tutti quei che ’l suo corso ivi han rivolto.
Forse e dall’aria stessa alcuni corpi
Seco trae, mentre vien, che crescer ponno
Con gli urti lor la sua prontezza al moto.
525E per cose penètra intere, e molte
Ne passa intere e salve, oltre volando
Pe’ lor liquidi pori. Ed anco affatto
Molte ne spezza, allor che i semi stessi
Del fulmine a colpir van delle cose
530Ne’ contesti principii e ’nsieme avvinti.
Dissolve poi sì facilmente il rame
E ’l ferro e ’l bronzo e l’òr fervido rende,
Perchè l’impeto suo fatto è di corpi
Piccioli e mobilissimi e di lisci
535E rotondi elementi, i quai s’insinuano
Con somma agevolezza e insinuati
Sciolgon repente i duri lacci e tutti
Dell’interna testura i nodi allentano.
Ma vie più nell’autunno i templi eccelsi
540Del ciel di stelle tremole splendenti
Squassansi d’ogni intorno e tutta l’ampia
Terra, e allor che ridente il colle e ’l prato
Di ben mille color s’orna e dipinge;
Con ciò sia che nel freddo il foco manca,
545Nel caldo il vento, e di sì denso corpo
Le nuvole non son. Ne’ tempi adunque
Di mezzo, allor del folgore e del tuono
Le varie cause in un concorron tutte:
Chè lo stretto dell’anno insieme mesce
550Col freddo il caldo; e ben d’entrambi è d’uopo
I fulmini a produrne, acciò che nasca
Grave rissa e discordia e furibondo
Con terribil tumulto il cielo ondeggi
E dal vento agitato e dalle fiamme.
555Chè del caldo il principio e ’l fin del pigro
Gelo è stagion di primavera; e quindi
Forz’è che l’un con l’altro i corpi avversi
Pugnino acerbamente e turbin tutte
Le miste cose: e del calor l’estremo
560Col principio del freddo è ’l tempo a punto
Ch’autunno ha nome, e in esso ancor con gli aspri
Verni pugnan l’estati; onde appellarsi
Debbon queste da noi guerre dell’anno
Nè per cosa mirabile s’additi
565Ch’in sì fatta stagion fulmini e lampi
Nascan più ch’in null’altra ed agitati
Molti sian per lo ciel torbidi nembi;
Con ciò sia che con dubbia aspra battaglia
Quinci e quindi è turbata, e quinci e quindi
570Or l’incalzan le fiamme or l’acqua e ’l vento.
Or questo è specular l’interna essenza
Dell’ignifero fulmine, e vedere
Con qual forza ei produca i vari effetti;
E non, sossopra rivolgendo i carmi
575Degli aruspici etruschi, i vari segni
Dell’occulto voler de’ sommi dèi
Cercar senz’alcun frutto; ond’il volante
Foco a noi giunga, e s’ei quindi si volga
A destra od a sinistra, ed in qual modo
580Penetri dentro a’ chiusi luoghi, e come
Quindi ancor trïonfante egli se n’esca,
E qual possa apportar danno a’ mortali
Dal ciel piombando il fulmine ritorto.
Chè se Giove sdegnato e gli altri numi
585I superni del ciel fulgidi templi
Con terribile suon scuotono e ratte
Lancian fiamme ed incendi ove gli aggrada:
Dimmi ond’è ch’a chiunque alcuna orrenda
Scelleraggin commette il seno infisso
590Non fan che fiamme di fulmineo tèlo
Aneli, e caggia, a’ malfattori esempio
Acre sì ma giustissimo? e più tosto
Chi d’alcun’opra rea non ha macchiata
La propria coscïenza, entro alle fiamme
595È ravvolto innocente, e d’improvviso
È dal foco e dal fulmine celeste
Sorpreso e in un sol punto ucciso ed arso?
E perchè ne’ diserti anco alle volte
Vibrangli, e l’ire lor spargono al vento?
600Forse con l’esercizio assuefanno
La destra a fulminar? forse le braccia
Rendono allor più vigorose e dotte?
Perchè soffron ch’in terra ottuso e spento
Sia del gran padre il formidabil tèlo?
605Perchè Giove il permette, e nol riserba
Contro a’ nemici? e perchè mai no ’l vibra
Finalmente e non tuona a ciel sereno?
Forse, tosto ch’al puro aere succede
Tempestosa procella, egli vi scende,
610Acciò quindi vicin l’aspre percosse
Meglio del tèlo suo limiti a segno?
In oltre: ond’è ch’in mar l’avventa, e l’acque
Travaglia e ’l molle gorgo e i campi ondosi?
E, s’ei vuol che del fulmine cadente
615Schivin gli uomini i colpi, a che no ’l vibra
Tal che tra via si scerna? e, s’improvviso
Vuol col foco atterrarne, e perchè tuona
Sempre da quella parte onde schivarsi
Possa? e perchè di tenebroso e scuro
620Manto innanzi il ciel cuopre, e freme e mugge?
Forse credèr potrai ch’egli l’avventi
Insieme in molte parti? o forse stolto
Ardirai di negar ch’unqua avvenisse
Che potesser più fulmini ad un tratto
625Dal cielo in terra ruinar? ma spesso
Avvenne, e ben che spesso avvenga è d’uopo,
Che, siccome le piogge in molte parti
Caggion del nostro mondo, anco in tal guisa
Caschin molte saette a un tempo stesso.
630Al fin; perchè degli altri numi i santi
Templi e l’egregie sue sedi beate
Crolla con fulmin violento, e frange
Spesso le statue degli dèi costrutte
Da man dedalea, e con percossa orrenda
635Toglie all’imagin sua l’antico onore?
E perchè tanto spesso i luoghi eccelsi
Ferisce; noi molti veggiam ne’ sommi
Gioghi d’un foco tal non dubbi segni?
Nel resto; agevolmente indi si puote
640Di quei l’essenza investigar che i Greci
Prestèri nominar dai loro effetti,
E come e da qual forza in mar vibrati
Piombin dall’alto ciel. Poichè tal ora
Scender suol dalle nubi entro le salse
645Onde quasi calata alta colonna,
Cui ferve intorno dal soffiar de’ venti
Gravemente commosso il flutto insano;
E qualunque navilio in quel tumulto
Resta sorpreso, allor forte agitato
650Cade in sommo periglio. E questo avviene
Qual or del vento il tempestoso orgoglio
Squarciar non sa la cava nube affatto
Che a romper cominciò; ma la deprime
Sì, che quasi calata a poco a poco
655Paia dal ciel nell’onde alta colonna;
Come sia d’alto a basso o nebbia o polve
Tratta col pugno e con lanciar del braccio
E distesa per l’acque: or, poi che ’l vento
Furïoso la straccia, indi prorompe
660In mare e nelle salse onde risveglia
Il girevole turbo, il molle corpo
Della nube accompagna; e non sì tosto
Gravida di sè stesso in mar l’ha spinta,
Ch’ei nell’acque si tuffa e con tremendo
665Fremito a fluttuar le sforza, e tutto
Agita e turba di Nettuno il regno.
Succede ancor che sè medesmo avvolga
Il vortice ventoso in fra le nubi
Dell’aria i semi lor radendo, e quasi
670Emulo sia del prèstere suddetto.
Questi giunto ch’è in terra, in un momento
Si dissipa, e di turbo e di procella
Vomita d’ogn’intorno impeto immane.
Ma, perch’ei veramente assai di rado
675Nasce e forz’è che in terra ostino i monti,
Quinci avvien che più spesso appar nell’ampia
Prospettiva dell’onde e a cielo aperto.
Crescon poscia le nubi, allor che in questo
Ampio spazio del ciel ch’aere si chiama
680Volando molti corpi aspri e scabrosi
D’improvviso s’accozzano in sì fatta
Guisa, che leggermente avviluppati
Star fra lor non di men possano avvinti.
Questi pria molti semi e molte piccole
685Nubi soglion formar; che poscia in varie
Guise insieme s’apprendono e congiungono,
E congiunte s’accrescono e s’ingrossano,
E da’ venti cacciate in aria scorrono
Fin che nembo crudel n’insorga e strepiti.
690Sappi ancor che de’ monti il sommo giogo,
Quanto al ciel più vicin sorge eminente,
Tanto più di caligine condensa
Fuma continuo e d’atra nebbia è ingombro.
E questo avvien perchè sì tenui in prima
695Nascer soglion le nuvole e sì rare,
Che ’l vento che le caccia, anzi che gli occhi
Possan mirarle, in un le stringe all’alta
Cima de’ monti; u’ finalmente, insorta
Turba molto maggior, folte e compresse
700Ci si rendon visibili, e dal sommo
Giogo paion del monte ergersi all’etra;
Chè ventosi nel ciel luoghi patenti
Ben può mostrarne il fatto stesso e il senso,
Qual or d’alta montagna in cima ascendi.
705In oltre: che natura erga da tutto
Il mar molti principii, apertamente
Ne ’l dimostran le vesti in riva all’acque
Appese, allor che l’aderente umore
Suggono: onde vie più sembra che molti
710Corpi possano ancor dal salso flutto
Per accrescer le nubi in aria alzarsi;
Chè col sangue è dal mar lungi il discorso.
In oltre; d’ogni fiume e dalla stessa
Terra sorger veggiam nebbie e vapori,
715Che quindi, quasi spirti, in alto espressi
Volano, e di caligine spargendo
L’etere, a poco a poco in varie guise
S’uniscono e a produr bastan le nubi:
Chè di sopra eziandio preme il fervore
720Del signifero cielo, e quasi addensi
Sotto l’aria di nembi orridi ingombra.
Succede ancor, che a tal concorso altronde
Vengan molti principii atti a formare
E le nubi volanti e le procelle:
725Chè ben dèi rammentar che senza numero
È degli atomi ’l numero, e che tutta
Dello spazio la somma è senza termine,
E con quanta prestezza i genitali
Corpi soglian volare e come ratti
730Scorrer per lo gran spazio immemorabile.
Stupor dunque non è, se spesso in breve
Tempo sì vasti monti e terre e mari
Cuopron sparse dal ciel tenebre e nembi,
Con ciò sia che per tutti in ogni parte
735I meati dell’etra, e del gran mondo,
Quasi per gli spiragli, aperta intorno
È l’uscita e l’entrata agli elementi.
Or su, com’ il piovoso umor nell’alte
Nubi insieme s’appigli e come in terra
740Cada l’umida pioggia, io vo’ narrarti.
E pria dubbio non v’ha che molti semi
D’acqua in un con le nuvole medesme
Sorgan da tutti i corpi; e certo ancora
È che sempre di par le nubi e l’acqua
745Ch’in loro è chiusa in quella guisa a punto
Crescan, ch’in noi di par cresce col sangue
Il corpo e ’l suo sudore e qualunqu’altro
Liquore al fin che nelle membra alberghi.
Spesso eziandio quasi pendenti velli
750Di lana, dalle salse onde marine
Suggono umido assai, qual ora i venti
Spargon sull’ampio mar nuvole e nembi.
E per la stessa causa anco da tutti
I fiumi e tutt’i laghi all’alte nubi
755L’umor s’attolle; u’ poi che molti semi
D’acqua perfettamente in molti modi
D’ogn’intorno ammassati in un sol gruppo
Si son, tosto le nuvole compresse
Dall’impeto del vento in pioggia accolti
760Cercan versarli in due maniere in terra;
Chè l’impeto del vento insieme a forza
Gli unisce, e la medesima abbondanza
Delle nuvole acquose, allor che insorta
N’è turba assai maggior, grava e di sopra
765Preme, e fa che la pioggia indi si spanda.
In oltre: quando i nuvoli da’ venti
Anco son rarefatti o dissoluti
Da’ rai del sol, gronda la pioggia a stille,
Quasi di molle cera una gran massa
770Al foco esposta si consumi e manchi.
Ma furïosa allor cade la pioggia,
Che le nubi ammassate a viva forza
Restan gagliardamente ad ambi i lati
Compresse e dal furor d’irato vento.
775Durar poi lungo tempo in uno stesso
Luogo soglion le piogge, allor che insieme
D’acqua si son molti principii accolti
E ch’altre ad altre nubi ad altri nembi
Altri nembi succedono e di sopra
780Scorrongli e d’ogn’intorno, allor che tutta
Fuma e ’l piovuto umor la terra esala.
Quindi; se co’ suoi raggi il sol risplende
Fra l’opaca tempesta e tutta alluma
Qualche rorida nube ad esso opposta,
785Di ben mille color vari dipinto
Tosto n’appar l’oscuro nembo e forma
Il grand’arco celeste. Or, ciascun’altra
Cosa ch’in aria nasca in aria cresca
E tutto ciò che nelle nubi accolto
790Si crea, tutto dich’io la neve i venti
E la grandine acerba e le gelate
Brine, e del ghiaccio la gran forza e ’l grande
Indurarsi dell’acqua e ’l fren che puote
Arrestar d’ogn’intorno a’ fiumi il corso;
795Tutte, ancor ch’io non le ti sponga, tutte
Tu per te non di meno agevolmente
E trovar queste cose e col pensiero
Veder potrai come formate e d’onde
Prodotte sian, mentre ben sappia innanzi
800Qual natura convenga agli elementi.
Or via, da qual cagion tremi agitata
La terra, intendi. E pria suppor t’è d’uopo
Ch’ella, sì come è fuori, anco sia dentro
Piena di venti e di spelonche, e molti
805Laghi e molte lagune in grembo porti,
E balze e rupi alpestri e dirupati
Sassi e che molti ancor fiumi nascosti
Sotto il gran tergo suo volgano a forza
E flutti ondosi e in lor sassi sommersi:
810Chè ben par che richiegga il fatto stesso,
Ch’essere il terren globo a sè simile
Debba in ogni sua parte. Or, ciò supposto,
Trema il suol per di fuori entro commosso
Da gran ruine; allor che ’l tempo edace
815Smisurate spelonche in terra cava:
Con ciò sia che cader montagne intere
Sogliono, ond’ampiamente in varie parti
Tosto con fiero crollo tremor serpe:
Ed a ragion; chè da girevol plaustri
820Scossi lungo le vie gli alti edifici
Treman per non gran peso e nulla manco
Saltano ovunque i carri a forza tratti
Da feroci cavai fan delle ruote
Quinci e quindi trottar gli orbi ferrati.
825Succede ancor che vacillante il suolo
Sia dagli urti dell’onde orribilmente
Squassato, allor che d’acque in ampio e vasto
Lago per troppa età dall’imo svelta
Rotola immensa zolla; in quella stessa
830Guisa che fermo star non puote un vaso
In terra, se l’umor prima non resta
D’esser commosso entro il dubbioso flutto.
In oltre: allor che d’una parte il vento
Ne’ cavi chiostri sotterranei accolto
835Stendesi e furïoso e ribellante
Preme con gran vigor l’alte spelonche,
Tosto là ’ve di lui l’impeto incalza
Scosso è ’l van della grotta, e sopra terra
Tremano allor gli alti edifici, e, quanto
840Più sublime ognun d’essi al ciel s’estolle,
Tanto inchinato più verso la stessa
Parte sospinto di cader minaccia,
E scommessa ogni trave altrui sovrasta
Già pronta a rovinar. Temon le genti
845Sì che dell’ampio mondo al vasto corpo
Credon ch’omai vicino alcun fatale
Tempo sia che ’l dissolva e tutto il torni
Nel caos cieco, una sì fatta mole
Veggendo sovrastar. Chè se il respiro
850Fosse al vento intercetto, alcuna cosa
No ’l potria ritener nè dall’estremo
Precipizio ritrar quando vi corre:
Ma, perch’egli all’incontro eternamente
Or respira or rinforza e quasi avvolto
855Riede e cede respinto, indi più spesso,
Ch’in ver non fa, di ruinar minaccia
La terra; con ciò sia ch’ella si piega
E ’ndietro si riversa, e dal gran pondo
Tutta nel seggio suo tosto ritorna.
860Or quindi è ch’ogni macchina vacilla,
Più che nel mezzo al sommo, e più nel mezzo
Ch’all’imo, ove un tal poco a pena è mossa.
Ecci ancor del medesimo tremore
Quest’altra causa; allor ch’irato il vento
865Subito e del vapor chiuso un’estrema
Forza, o di fuori insorta o dalla stessa
Terra, negli antri suoi penetra, e quivi
Pria per l’ampie spelonche in suon tremendo
Mormora, e, quando poi portato è ’n volta
870Il robusto vigor, fuor agitato
Se n’esce con grand’impeto, e fendendo
L’alto sen della terra in lei produrre
Suol profonda caverna. Il che successe
In Sidonia di Tiro e nell’antica
875Ega di Acaia. Or quai cittadi abbatte
Questo di vapor chiuso esito orrendo
E ’l quindi insorto terremoto? In oltre
Molte ancor ruinâr muraglie in terra
Da’ suoi moti abbattute, e molte in mare
880Co’ cittadini lor cittadi illustri
Caddero e si posâr dell’acque in fondo.
Chè se pur non prorompe, al men la stessa
Forza del chiuso spirto e ’l fiero crollo
Del vento, quasi orror, tosto si sparge
885Pe’ folti pori della terra, e quindi
Con non lieve tremor la scuote; a punto
Come quando per l’ossa un freddo gelo
Mal nostro grado ne commuove e sforza
A tremare e riscuoterci. Con dubbio
890Terror dunque paventa il folle volgo
Per le città: teme di sopra i tetti;
Di sotto, che natura apra repente
Le terrestri caverne, e l’ampia gola
Distratta spanda e in un confusa e mista
895Delle proprie ruine empier la voglia.
Quindi; ancor che si creda essere eterna
La terra e ’l ciel; più non di men commosso
Da sì grave periglio, avvien tal ora
Ch’ei non so da qual parte un tale occulto
900Stimolo tragga di paura, ond’egli
Vien costretto a temer che sotto i piedi
Non gli manchi la terra e voli ratta
Pel vano immenso e già sossopra il tutto
Si volga e caggia a precipizio il mondo.
905Or cantar ne convien perchè non cresca
Il mare. E pria molto stupisce il volgo
Che maggior la natura unqua no ’l renda,
Ove scorron tant’acque, u’ d’ogn’intorno
Scende ogni fiume. Aggiunger dèi le piogge
910Vaganti e le volubili tempeste,
Che tutto il mar tutta irrigar la terra
Sogliono; aggiunger puoi le fonti: e pure
Fia ’l tutto a gran fatica appo l’immenso
Pelago in aggrandirlo una sol goccia.
915Stupor dunque non è che ’l mar non cresca.
In oltre: di continuo il sol ne rade
Gran parte. Chè asciugar l’umide vesti
Con gli ardenti suoi raggi il sol si scorge:
Ma di pelago stese in ogni clima
920Vegghiam campagne smisurate: e quindi,
Ben che da ciascun luogo il sol delibi
D’umor quanto vuoi poco, in sì gran tratto
Forz’è pur ch’ampiamente involi all’onde.
Arrogi a ciò, ch’una gran parte i venti
925Ponno in alto levarne, allor che l’onda
Sferzan del mar; poichè ben spesso in una
Notte le vie vegghiam seccarsi e ’l molle
Fango apprendersi tutto in dure croste.
In oltre: io sopra t’insegnai che molto
930Ergon anche d’umor l’aeree nubi
Da lor del vasto pelago concetto
E di tutto quest’ampio orbe terrestre
Spargonlo in ogni parte allor ch’in terra
Piove e che seco il vento i nembi porta.
935Al fin: perchè la terra è di sostanza
Porosa e cinge d’ogn’intorno il mare
Indissolubilmente a lui congiunta,
Dêe, sì come l’umor da terra scende
Nel mar, così dalle sals’onde in terra
940Penetrar similmente e raddolcirsi:
Perch’egli a tutt’i sotterranei chiostri
Vien largamente compartito, e quivi
Lascia il salso veleno, e di nuov’anco
Sorge in più luoghi e tutto al fin s’aduna
945De’ fiumi al capo, e ’n bella schiera e dolce
Scorre sopra il terren per quella stessa
Via che per sè medesma aprirsi in prima
Poteo col molle piè l’onda stillante.
Or, qual sia la cagion che dalle fauci
950D’Etna spirin tal or con sì gran turbo
Fuochi e fiamme, io dirò: che già non sorse
Questa di tetro ardor procella orrenda
Di mezzo a qualche strage, e le campagne
Di Sicilia inondando i convicini
955Popoli sbigottiti a sè converse,
Quando, tutti del ciel veggendo i templi
Fumidi scintillar, s’empíano il petto
D’una cura sollecita e d’un fisso
Pensiero, onde temean ciò che natura
960Macchinasse di nuovo a’ danni nostri.
Dunque in cose siffatte a te conviene
Fissar gli occhi altamente, e d’ogn’intorno
Estender lungi in ampio giro il guardo;
Onde poi ti sovvenga esser profonda
965La somma delle cose, e vegga quale
Picciolissima parte è d’essa un cielo,
E qual di tutto il terren globo un uomo.
Il che ben dichiarato e quasi posto
Innanzi agli occhi tuoi, se ben tu ’l miri
970E ’l vedi, cesserai senz’alcun dubbio
D’ammirar molte cose. E chi di noi
Stupisce, se alcun v’ha che nelle membra
Nata da fervor caldo ardente febbre
Senta o pur qualsivoglia altro dolore
975Da morbo cagionatogli? non torpe
All’improvviso un piè? spesso un acerbo
Dolore i denti non occupa, e gli occhi
Stessi penètra? Il sacro fuoco insorge,
E scorrendo pel corpo arde qualunque
980Parte n’assalse, e per le membra serpe.
E questo avvien, perchè di molte e molte
Cose il vano infinito in sè contiene
I semi, e questa terra e questo stesso
Ciel ne porta abbastanza, onde ne’ corpi
985Crescer possa il vigor d’immenso morbo.
Tal dunque a tutto il cielo a tutto il nostro
Globo creder si dee che l’infinito
Somministri abbastanza, onde repente
Agitata tremar possa la terra,
990E per l’ampio suo dorso e sovra l’onde
Scorrer rapido turbine, eruttare
Foco l’etnea montagna, e fiammeggiante
Mirarsi il ciel; chè ciò ben anco avviene
Spesso, e gli eterei templi arder fûr visti,
995Qual di pioggia o di grandine sonante
Torbido nembo atra tempesta insorge
Là ’ve da fiero turbo i genitali
Semi dell’acque trasportati a caso
Insieme s’adunâr. - Ma troppo immane
1000È ’l fosco ardor di quell’incendio. - Un fiume
Anco, che in ver non è, par non di meno
Smisurato a colui ch’alcuno innanzi
Maggior mai non ne vide, e smisurato
Sembra un albero un uomo; e in ogni specie,
1005Tutto ciò che ciascun vede più grande
Dell’altre cose a lui simili, il finge
Immane, ancor che sia col mar profondo
Con la terra e col cielo appo l’immensa
Somma d’ogni altra somma un punto un nulla.
1010Or, come dalle vaste etnee fornaci
D’improvviso irritata in aria spiri
Non di men quella fiamma, io vo’ narrarti.
Pria: tutto è pien di sotterranei e cavi
Antri sassosi il monte: e in ognun d’essi
1015Chiuso senz’alcun dubbio è vento ed aria;
Chè nasce il vento ov’agitata è l’aria.
Questo; poi ch’infiammossi, e tutto intorno
Ovunqu’ei tocca, infurïato i sassi
Scalda e la terra, e con veloci fiamme
1020Ne scuote il caldo foco; ergesi in alto
Rapido, e quindi fuor scaccia dal centro
Per le rette sue fauci e lungi sparge
L’incendioso ardore, e vie più lungi
Seco ne porta le faville e volge
1025Fra caligine densa il cieco fumo,
E pietre insieme di mirabil peso
Lancia; sì che dubbiar non dèi che questo
Non sia di vento impetuoso un soffio.
In oltre: il mar della montagna all’ime
1030Radici i flutti suoi frange in gran parte
E ’l bollor ne risorbe. Or fin da questo
Mar per vie sotterranee all’alte fauci
Del monte arrivan gli antri. Indi è mestiero
Dir che l’acque penètrino, e ch’insieme
1035S’avvolgan tutte in chiuso luogo e fuori
Spirino, e quindi a forza ergan le fiamme
E lancin sassi in alto e sin dal fondo
Alzin nembi d’arena. In simil guisa
Son dall’alta montagna al sommo giogo
1040Ampie cratère, orribili spiragli:
Così pria nominâr l’atre fessure
Che fûr da noi fauci chiamate e bocche.
Con ciò sia che nel mondo alcune cose
Trovansi, delle quali addur non basta
1045Una sola cagion ma molte, ond’una
Non di men sia la vera (in quella stessa
Guisa che, se da lungi un corpo esangue
Scorgi d’un uom, che tu n’adduca è forza
Di sua morte ogni causa, acciò compresa
1050Sia quell’una fra lor; chè nè di ferro
Troverai ch’e’ perisse o di tropp’aspro
Freddo o di morbo o di velen, ma solo
Potrai dir ch’una cosa di tal sorta
L’ancise: il contar poi qual ella fosse
1055Tocca de’ curïosi spettatori
Al volgo); or così dunque a me conviene
Far di molt’altre cose il somigliante.
Cresce il Nilo l’estate, unico fiume
Di tutto Egitto, e dalle proprie sponde
1060Fuor trabocca ne’ campi. Irriga spesso
Questi l’Egitto, allor che ’l sirio cane
Di focosi latrati il mondo avvampa;
O perchè sono alle sue bocche opposti
D’estate i venti aquilonari, a punto
1065Nel tempo stesso che gli etesii fiati
Soffiando lo ritardano, e, premendo
L’onde e forte incalzandole di sopra,
Gonfianle e le costringono a star ferme.
Chè scorron senza dubbio al Nilo incontra
1070L’etesie; con ciò sia che dall’algenti
Stelle spiran del polo, ove quel fiume
Fuor del torrido clima esce dall’austro
Fra’ neri Etiopi e dal calore arsicci.
Indi dal mezzodì sorgendo a punto
1075Può di rena ammassata anco un gran monte
Ai flutti avverso di quel vasto fiume
Oppilar le sue bocche, allor che ’l mare
Agitato da’ venti entro vi spinge
L’arena; onde avvien poi che ’l fiume stesso
1080Men libera l’uscita e men proclive
Abbia dell’onde sue l’impeto e ’l corso.
Esser forse anco può che, più ch’in altro
Tempo, verso il suo fonte acque abbondanti
Piovano allor che degli etesii venti
1085Il soffio aquilonar tutti imprigiona
I nembi in quelle parti, e ben cacciate
Vêr mezzodì le nubi e quivi accolte
E spinte alle montagne insieme al fine
S’urtano e si condensano e si premono.
1090Forse e dell’Etïopia i monti eccelsi
Fanno il Nilo abbondar, quando ne’ campi
Scendon le bianche nevi, a ciò costrette
Da’ tabifici rai del sol che cinge
Il tutto, il tutto alluma, il tutto scalda.
1095Or via: cantar conviemmi i luoghi e i laghi
Averni, e qual natura abbiano in loro
Brevemente narrarti. In prima, adunque;
Ch’e’ si chiamino Averni, il nome è tratto
Dalla lor qualità, poichè nemici
1100Sono a tutti gli augei; perch’ivi a pena
Giungon volando, che scordati affatto
Del vigor delle penne, in abbandono
Lascian le vele e qua e là dispersi
Ruinan con pieghevoli cervici
1105A precipizio in terra, e, se no ’l soffre
La natura del luogo e sotto steso
V’è qualche lago, in acqua. Un simil lago
È presso a Cuma assai vicino al monte
Vesuvio, ove continuo esalan fumo
1110Piene di calde fonti atre paludi.
Ènne un d’Atene in su le mura in cima
Della rôcca di Palla, ove accostarsi
Non fûr viste già mai rauche cornici,
Non allor che di sangue intrisi e lordi
1115Fumano i sacri altari; e in così fatta
Guisa fuggendo van non le vendette
Dell’adirata dea, qual già de’ Greci
Cantâr le trombe adulatrici e false,
Ma sol per sè medesma ivi produce
1120La natura del luogo un tale effetto.
Fama è ancor ch’in Soria si trovi un altro
Averno, ove non pur muoian gli augelli
Che sopra vi volâr, ma che non prima
V’abbian del proprio piè segnate l’orme
1125Gli animali quadrupedi ch’a terra
Sian forzati a cader, non altrimenti
Che se agl’inferni dèi repente offerti
Fossero in sacrificio. E tutto questo
Pende da cause naturali, e noto
1130N’è il lor principio: acciò tu forse, o Memmo,
Dell’Orco ivi più tosto esser non creda
La spaventevol porta, e quindi avvisi
Che nel cieco Acheronte i numi inferni
Per sotterranee vie conducan l’alme;
1135Qual fama è che sovente i cervi snelli
Conducan fuor delle lor tane i serpi
Col fiato delle nari. Il che dal vero
Quanto sia lungi, ascolta: io vengo al fatto.
Pria torno a dir quel che sovente innanzi
1140Io dissi; e questo è, che figure in terra
Trovansi d’ogni sorta atte a produrre
Le cose; e che di lor molte salubri
Sono all’uomo e vitali, et anco molte
Atte a renderlo infermo e dargli morte.
1145E che meglio nutrir ponno i viventi
Questi semi che quei, già s’è dimostro
Per la varia natura e pe’ diversi
Congiungimenti insieme e per le prime
Forme fra lor difformi: altre inimiche
1150Son dell’uomo all’orecchie, altre alle nari
Stesse contrarie, e di malvagio senso
Altre al tatto altre all’occhio altre alla lingua.
In oltre: veder puoi quanto sian molte
Cose aspramente a’ nostri sensi infeste,
1155Sporche gravi e noiose. In prima: a certi
Alberi diè natura una sì grave
Ombra, che generar dolori acerbi
Di capo suol, se sotto ad essi alcuno
Steso tra l’erbe molli incauto giacque.
1160È sul monte Elicona anco una pianta,
Che co ’l puzzo de’ fior gli uomini uccide.
Poichè tutte da terra ergonsi al cielo
Tai cose, perchè misti in molti modi
Di lor molti principii in grembo asconde
1165La terra e separati a ciò che nasce
Distintamente li comparte. Il lume
Che di fresco sia spento, allor che offese
Ha col grave nidor l’acute nari,
Ivi ancor n’addormenta. E per lo grave
1170Castoreo addormentata il capo inchina
La donna sopra gli omeri e non sente
Che ’l suo bel lavorio di man le cade,
S’il fiuta allor che de’ suoi mestrui abbonda.
E molte anco oltr’a ciò cose possenti
1175Trovansi a rilassar ne’ corpi umani
L’illanguidite membra e nelle proprie
Sedi interne a turbar l’animo e l’alma.
Al fin: se tu ne’ fervidi lavacri
Entrerai ben satollo e trattenerti
1180Vorrai nel soglio del liquor bollente,
Quanto agevol sarà ch’al vaso in mezzo
Tu caggia! E de’ carbon l’alito grave
E l’acuta virtù quanto penétra
Facilmente al cervel! se pria bevuto
1185Non abbiam d’acqua un sorso, o se le fredde
Membra innanzi non copre il fido servo,
O se da’ penetrabili suoi dardi
Con grato odor non ne difende il vino.
E non vedi tu ancor che nella stessa
1190Terra il solfo si genera, e che il tetro
Puzzolente bitume ivi s’accoglie?
Al fin: dove d’argento e d’òr le vene
Seguon, cercando dell’antica madre
Con curvo ferro il più riposto grembo;
1195Forse quai spiri allor puzzi maligni
La sotterranea cava, e che gran danno
Faccian col tetro odor gli aurei metalli,
Quai degli uomini i vólti e qua’ de’ vólti
Rendan tosto i color, non vedi? o forse
1200Non senti in quanto picciolo intervallo
Soglion tutti perir quei che dannati
Sono a forza a tal opra? Egli è mestiero
Dunque, che tai bollori agiti e volga
In sè la terra, e fuor gli spiri e sparga
1205Per gli aperti del ciel campi patenti.
Tal dênno anco agli augelli i luoghi averni
Tramandar la mortifera possanza,
Che spirando dal suol nell’aure molli
Sorge e ’l ciel di sè stessa infetto rende
1210Da qualche parte: ove non prima è giunto
L’augel che dal non visto alito grave
D’improvviso assalito il volo perde;
E tosto là, d’onde la terra indrizza
Il nocivo vapor, cade; e, caduto
1215Che v’è, quel rio velen da tutti i membri
Toglie del viver suo gli ultimi avanzi:
Poichè quasi a principio un tal fervore
Eccita, onde avvien poi che, già caduto
Ne’ fonti stessi del velen, gli è forza
1220La vita affatto vomitarvi e l’alma,
Con ciò sia che di mal gran copia ha intorno.
Succede anco tal or, che questo stesso
Vïolento vapor de’ luoghi averni
Tutto l’aere frapposto apra e discacci,
1225Sì che quindi agli augei sotto rimanga
Vòto quasi ogni spazio. Ond’ivi a pena
Giungon, che d’improvviso a ciascun d’essi
Zoppica delle penne il vano sforzo
E ’l dibatter dell’ali è tutto indarno.
1230Or qui, poichè gli è tolto ogni vigore
Dell’ali e sostenersi omai non ponno,
Tosto dal natio peso a forza tratti
Caggiono in terra a precipizio, e tutti
Qua e là per lo vôto omai giacendo
1235Da’ meati del corpo esalan l’alma.
Freddo è poi nell’estate entro i profondi
Pozzi l’umor, perchè la terra allora
Pel caldo inaridisce e, s’alcun seme
Tiene in sè di vapor, tosto il tramanda
1240Nell’aure: or, quanto il sol dunqu’è più caldo,
Tanto il liquido umor ch’in terra è chiuso
Più gelato divien. Ma, quando il nostro
Globo preso è dal freddo e si condensa
E quasi in un s’accoglie, è d’uopo al certo
1245Ch’egli allor, nel ristringersi, ne’ pozzi
Sprema se caldo alcun cela in se stesso.
Fama è ch’un fonte sia non lungi al tempio
D’Ammon, che nella luce alma del giorno
L’acque abbia fredde e le riscaldi a notte.
1250Tal fonte è per miracolo additato
Da quegli abitatori: e ’l volgo crede
Che dal sol vïolento entro commosso
Per sotterranee vie rapidamente
Ferva, tosto che ’l cieco aere notturno
1255Di caligine orrenda il mondo copre.
Il che troppo dal ver lungi si scosta:
Posciachè; se, trattando il nudo corpo
Dell’acqua, il sol dalla superna parte
Non può punto scaldarlo, allor che vibra
1260Pien d’un tanto fervor l’etereo lume;
Dimmi, e come potria cuocer sotterra
Che di corpo è sì denso il freddo umore
E col caldo vapore accompagnarlo?
Massime quando a gran fatica ei puote
1265Con gli ardenti suoi rai de’ nostri alberghi
Penetrar per le mura e riscaldarne?
Qual dunqu’è la cagion? Certo è mestiero
Ch’intorno a questo fonte assai più rara
Sia ch’altrove la terra, e che di fuoco
1270Molti vicini a lui semi nasconda.
E quinci avvien che non sì tosto irriga
La notte d’ombre rugiadose il cielo,
Che ’l terren per di sotto incontinente
Divien freddo e s’unisce: indi succede
1275Che, quasi ei fosse con le man compresso,
Imprimer può tal foco entro a quel fonte,
Che ’l suo tatto e ’l saper fervido renda.
Quindi; tosto che ’l sol cinto di raggi
Nasce, e smuove la terra e rarefatta
1280Col suo caldo vapor l’agita e mesce;
Tornan di nuovo nell’antiche sedi
Del fuoco i corpi genitali, e in terra
Dell’acque il caldo si ritira: e quindi
Fredda il giorno divien l’acqua del fonte.
1285In oltre: il molle umor da’ rai del sole
Forte è commosso e nel diurno lume
Dal suo tremolo foco è rarefatto:
E quinci avvien che, quanti egli d’ardore
Semi in grembo ascondea, tutti abbandoni;
1290Qual sovente anch’il gel che in sè contiene
Lascia e ’l ghiaccio dissolve e i nodi allenta.
Freddo ancora è quel fonte, ove posata
La stoppa, in un balen concetto il foco,
Vibra splendide fiamme a sè d’intorno,
1295E le pingui facelle anch’esse accese
Dalla stessa cagion per l’onde a nuoto
Corron dovunque le sospinge il vento.
Perchè nell’acque sue molti principii
Son certamente di vapore, e forza
1300È che da quella terra in sin dal fondo
Sorgan per tutto il fonte e spirin fuori
Nell’aure uscendo delle fiamme i semi;
Non sì vivi però, che riscaldare
Possan nel moto lor l’acque del fonte.
1305In oltre: un cotal impeto gli astringe
Sparsi a salir rapidamente in aria
Per l’acque e quivi unirsi. In quella stessa
Guisa che d’acqua dolce in mare un fonte
Spira, che scaturisce e a sè d’intorno
1310Le salse onde rimuove. Anzi; in molt’altri
Paesi il vasto pelago opportuno
Ai nocchier sitibondi util comparte,
Dolci dal salso gorgo acque esalando.
Tal dunque uscir da quella fonte ponno
1315Que’ semi e insinuarsi entro alla stoppa;
Ove poi che s’uniscono e nel legno
Penetran delle faci, agevolmente
Ardon, perchè le faci anco e la stoppa
Molti semi di fuoco in sè nascondono.
1320Forse non vedi tu che, se a’ notturni
Lumi di fresco spenta una lucerna
S’accosta, ella in un súbito s’accende
Pria che giunga alla fiamma? E nella stessa
Guisa arder soglion le facelle; e molte
1325Cose, oltre a ciò, dal vapor caldo a pena
Tocche, pria da lontan splendono accese
Che l’empia il foco da vicino. Or questo
Stesso creder si dee che in quella fonte
Anco all’aride faci accader possa.
1330Nel resto, io prendo a dir qual di natura
Scambievole amistade opri che questa
Pietra che i Greci con paterna voce
Già magnète appellâr, perch’ella nacque
Ne’ confin di Magnesia, e ’n lingua tósca
1335Calamita vien detta, allettar possa
Il ferro e a sè tirarlo. Or questa pietra
Ammirata è da noi, perch’ella forma
Spesso di vari anelli una catena
Da lei pendente. E ben tal or ne lice
1340Cinque vederne e più, con ordin certo
Disposti, esser da lieve aura agitati,
Qual or questo da quello a lei di sotto
Congiunto pende e quel da questo i lacci
Riconosce e ’l vigor del nobil sasso:
1345Tanto la forza sua penetra e vale!
Ma d’uopo è che in materie di tal sorta,
Pria che di ciò che si propose alcuna
Verisimil ragion possa assegnarsi,
Sian molte cause stabilite e ferme;
1350E per troppo intrigate e lunghe vie
Giungervi ne convien: tu dunque attente
Con desïoso cuor porgi l’orecchie.
Primieramente confessar n’è d’uopo,
Che di ciò che si vede alcuni corpi
1355Spirin continuo e sian vibrati intorno
I quai, gli occhi ferendo a noi, la vista
Sian atti a risvegliarne, e che da certe
Cose esalin perpetuo alcuni odori;
Qual dal sole il calor, da’ fiumi il freddo,
1360Dal mare il flusso ed il reflusso edace
Dell’antiche muraglie a’ lidi intorno;
Nè cessin mai di trasvolar per l’aure
Suoni diversi: e finalmente in bocca
Spesso di sapor salso un succo scende,
1365Quando al mar siam vicini; ed all’incontro,
Riguardando infelici il tetro assenzio,
Ne sentiam l’amarezza. In così fatta
Guisa da tutti i corpi il corpo esala
E per l’aere si sparge in ogni parte:
1370Nè mora o requie in esalando alcuna
Gli è concesso già mai, mentre ne lice
Continuo il senso esercitare, e tutte
Veder sempre le cose e sempre udire
Il suono ed odorar ciò che n’aggrada.
1375Or convien che di nuovo io ti ridica
Quanto raro e poroso abbiano il corpo
Tutte le cose di che ’l mondo è adorno:
Il che, se ben rammenti, anco è palese
Fin dal carme primier. Poichè, quantunque
1380Sia di ciò la notizia utile a molte
Cose, principalmente in questo stesso
Di ch’io m’accingo a ragionarti è d’uopo
Subito stabilir che nulla ai sensi
Esser può sottoposto altro che corpo
1385Misto col vôto. Pria dentro alle cave
Grotte sudan le selci, e distillanti
Gocce d’argenteo umor grondano i sassi:
Stilla in noi dalla cute il sudor molle;
Cresce al mento la barba, al capo il crine,
1390Il pelo in ogni membro: entro le vene
Si sparge il cibo e s’augumenta, e nutre,
Non che l’estreme parti, i denti e l’ungna.
Passar pe ’l rame similmente il freddo
Senti e ’l caldo vapor; senti passarlo
1395Per l’oro e per l’argento, allor ch’avvinci
Con man la coppa: e finalmente il suono
Vola per l’angustissime fessure
Di ben chiuso edificio: il gel dell’acque
Penetra e delle fiamme il tenue spirto
1400E de’ corpi odorosi e de’ fetenti
L’alito acuto: anzi del ferro stesso
Non curar la durezza e penetrarlo
Suol, là ’ve d’ogni intorno il corpo è cinto
Di fino usbergo, il contagioso morbo,
1405Ben che venga di fuori: e le tempeste
Insorte in terra e ’n ciel fuggon repente
Dalla terra e dal ciel: chè nulla al mondo
Può di non raro corpo esser contesto.
S’arroge a ciò, che non han tutti un senso
1410I corpi che vibrati esalan fuori
Da’ sensibili oggetti, e che non tutte
Pôn le cose adattarsi a un modo stesso.
Primieramente; il sol ricuoce e sforza
La terra a inaridirsi; e pure il sole
1415Dissolve il ghiaccio, e l’altamente estrutte
Nevi co’ raggi suoi su gli alti monti
Rende liquide e molli: al fin la cera
Esposta al suo vapor si strugge e manca.
Il fuoco similmente il rame solve
1420E l’oro e ’l fa flussibile, ma tragge
Le carni e ’l cuoio, e in un l’accoglie e stringe.
L’acqua il ferro e l’acciar tratto dal fuoco
Indura, e dal calor le carni e ’l cuoio
Indurato ammollisce. Alle barbute
1425Capre sì grato cibo è l’oleastro,
Che quasi asperso di nettareo succo
Par che stilli d’ambrosia; ove all’incontro
Nulla è per noi più di tal fronde amaro.
Timidi al fin l’amaraceno e tutti
1430Fuggon gli unguenti i setolosi porci,
Perchè spesso è per loro aspro veleno
Quel che col grato odor sembra che l’uomo
Tal or ricrei: ma pel contrario il fango,
A noi spiacevolissimo, agl’immondi
1435Porci è sì dilettevole, che tutti
Insazïabilmente in lui convolgonsi.
Rimane ancor da dichiararsi, innanzi
Che di ciò ch’io proposi io ti ragioni,
Che, avendo la natura a varie cose
1440Molti pori concesso, egli è pur forza
Ch’e’ sian tra lor diversi e ch’abbian tutti
La lor propria natura e le lor vie.
Poichè son gli animai di vari sensi
Dotati, e ciascun d’essi in sè riceve
1445Il proprio obietto; chè ’l sapore altrove
Penètra, altrove il suon, l’odore altrove.
In oltre: insinuarsi altre ne’ sassi
Cose veggiamo, altre nel legno ed altre
Passar per l’oro, e penetrar l’argento
1450Altre ed altre il cristal: poichè tu miri
Quinci scorrer la specie, ir quindi il caldo,
E per gli stessi luoghi un più d’un altro
Corpo rapidamente il varco aprirsi.
Chè certo a ciò la lor natura stessa
1455Gli sforza, varïando in molti modi
Le vie, qual poco innanzi io t’ho dimostro,
Per le forme difformi e per l’interne
Testure. Or; poi che stabilite e ferme
Tai cose e con buon ordine disposte,
1460Quasi certe premesse, a te palesi
Già sono, o Memmo, apparecchiate e pronte;
Nel resto agevolmente indi mi lice
La ragione assegnarti e la verace
Causa svelarti, onde l’erculea pietra
1465Con incognita forza il ferro tragga.
Pria: forz’è che tal pietra in aria esali
Fuor di sè molti corpi, onde un fervore
Nasca che tutta l’aria urti e discacci
Posta tra ’l ferro e lei. Tosto che vôto
1470Dunque comincia a divenir lo spazio
Predetto e molto luogo in mezzo resta,
D’uop’è che sdrucciolando i genitali
Semi del ferro entro a quel vano uniti
Caggian repente, e che lo stesso anello
1475Segua, e tutto così corra pel vôto.
Chè cos’altra non v’ha che da’ suoi primi
Elementi connessa et implicata
Stia con lacci più forti insieme avvinta
Del freddo orror del duro ferro. E quindi
1480Meraviglia non è, se molti corpi
Dal ferro insorti per lo vano a volo
Non van, qual poco innanzi io t’ho dimostro,
Senza che ’l moto lor lo stesso anello
Non segua: il che fa certo, e ’l segue ratto,
1485Fin che giunga alla pietra e ad essa omai
Con catene invisibili s’attacchi.
Questo avvien similmente in ogni parte,
Onde vôto rimanga alcun frapposto
Spazio, che, o sia da’ fianchi o sia di sopra
1490Tosto caggiono in lui tutti i vicini
Corpi; poich’agitati esternamente
Son da’ colpi continui e per sè stessi
Forza non han da sormontar nell’aure.
S’arroge a ciò, per aiutarne il moto,
1495Che, tosto che da fronte al detto anello
L’aer più grave è divenuto e ’l luogo
Più vacuo, incontinente avvien che l’aria
Che dietro gli è quasi ’l promuova e spinga
Da tergo innanzi; poichè l’aer sempre
1500Tutto ciò che circonda intorno sferza.
Ma spinge il ferro allor, perchè lo spazio
Vôto è dall’un de’ lati e può capirlo.
Questo, poi che del ferro alle minute
Parti s’è sottilmente insinuato,
1505Pe’ suoi spessi meati innanzi ’l caccia,
Quasi vela e navilio ala di vento.
Al fin: tutte le cose entro il lor corpo,
Con ciò sia che ’l lor corpo è sempre raro,
Dènno aver d’aria qualche parte; e l’aria
1510Tutte l’abbraccia d’ogn’intorno e cinge.
Quindi è che l’aria che nel ferro è chiusa
Con sollecito moto esternamente
È mai sempre agitata; e però sferza
Dentro e muove l’anello, e vêr la stessa
1515Parte ove già precipitò una volta
E nel van, presa forza, indrizza il corso.
Si scosta ancor dal detto sasso e fugge
Tal volta il ferro, et a vicenda amico
Il segue e le s’appressa. Io stesso ho visto
1520Entro a’ vasi di rame a’ quai supposta
Sia calamita saltellar gli anelli
Di Samotracia e i piccioli ramenti
Di ferro in un con essi ir furïando:
Sì par che di fuggir da questa pietra
1525Goda il ferro et esulti, ove interposto
Sia rame. E nasce allor discordia tanta,
Perchè, poi che nel ferro entra e l’aperte
Vie del rame il fervor tutte interchiude,
Indi a lui l’ondeggiar segue del sasso,
1530E, trovando già pieno ogni meato
Del ferro, omai non ha, com’avea innanzi,
Luogo ond’oltra varcar: dunque costretto
Vien nel moto ad urtar spesso e percuotere
Nelle ferree testure; e in simil guisa
1535Lungi da sè le spinge, e per lo rame
L’agita; e senza quel poi le risorbe.
Nè qui vogl’io che meraviglia alcuna
Tu prenda, che ’l fervor che sempre esala
Fuor di tal pietra a discacciar bastante
1540Non sia nel modo stesso anco altri corpi.
Poichè nel pondo lor parte affidati
Restano immoti, e tal è l’oro; e parte,
Perchè raro hanno il corpo e passa intatto
Il magnetico flutto, in alcun luogo
1545Scacciati esser non ponno, e di tal sorte
Par che sia ’l legno. Or la natura adunque
Del ferro in mezzo posta, allor che l’aria
Certi minimi corpi in sè riceve,
Spinta è da’ fiumi del magnesio sasso.
1550Nè tai cose però sono alïene
Dall’altre in guisa tal, ch’io non ne possa
Molte contar ch’unitamente insieme
Si congiungono anch’esse. In prima io veggio
Con la sola calcina agglutinarsi
1555Le pietre e i sassi. Si congiunge insieme
Con la colla di toro il legno in guisa
Che l’interne sue vene assai più spesso
Soglion di propria imperfezione aprirsi
Che di punto allentar le commessure
1560I taurini lacci abbian possanza.
Con l’umor delle fonti il dolce succo
Del vin si mesce: il che non può la grave
Pece e l’olio leggier; ma piomba al fondo
Quella delle chiar’acque, e vi sormonta
1565Questo e galleggia. Il porporin colore
Dell’eritree conchiglie anch’ei sommerso
Cade: e pur questo stesso unqua non puote
Dall’amica sua lana esser disgiunto;
Non, se tu, per ridurla al suo natio
1570Candor, col flutto di Nettuno ogni arte
Ogni industria porrai; non, se lavarla
Voglia con tutte l’acque il mar profondo.
Al fin; con un tal glutine s’unisce
L’argento all’oro, e con lo stagno il rame
1575Si salda al rame. E quante omai ne lice
Altre cose trovar di questa sorta!
Che dunque? Nè tu d’uopo hai di sì lunghi
Rivolgimenti di parole, ed io
Perdo qui troppo tempo: onde sol resta,
1580Memmo, che tu dal poco apprenda il molto.
Quei corpi, ch’a vicenda han le testure
Tai che ’l cavo dell’uno al pien dell’altro
S’adatti insieme, uniti ottimamente
Stanno: ed anco esser può ch’abbian alcuni
1585Altri principii lor, quasi in anelli
Percurvi a foggia d’ami; e quindi accaggia
Ch’e’ s’avvinchin l’un l’altro: il che succedere
Dêe, più ch’a nulla, a questa pietra e al ferro.
Or; qual sia la cagion che i fieri morbi
1590Reca, e d’onde repente a pena insorto
Possa il cieco velen d’orrida peste
Strage tanto mortifera all’umano
Germe inspirar, non ch’agli armenti e a’ greggi,
Brevemente dirotti. In prima adunque
1595Sai che già t’insegnammo esser vitali
All’uom molti principii ed anco molti
Morbi a noi molti cagionarne e morte.
Questi, poi che volando a caso insorti
Forte il ciel conturbâr, rendono infetto
1600L’aere: e quindi vien poi tutto il veleno
Del morbo e del contagio; o per di fuori,
Come vengon le nuvole e le nebbie
Pel ciel cacciate dal soffiar de’ venti;
O dalla stessa terra umida e marcia
1605Per piogge e soli intempestivi insorto
Spira e vola per l’aria e la corrompe.
Forse non vedi ancor tosto infermarsi
Per novità di clima e d’aria e d’acqua
Chi di lontan paese ove già visse
1610Giunge a’ nostri confin? sol perchè molto
Vario è da questo il lor paterno cielo.
Poichè quanto crediam che differente
Sie dall’anglico ciel l’aria d’Egitto
Là ’ve l’artico polo è sempre occulto?
1615E quanto varïar stimi da Gade
Di Ponto il clima e dagli Etiopi adusti?
Con ciò sia che non pur fra sè diversi
Son que’ quattro paesi e sottoposti
Ai quattro venti principali, ai quattro
1620Punti avversi del ciel; ma vari ancora
Gli uomini di color molto e di faccia
Hanno. E generalmente ogni nazione
Vive alle proprie infirmità soggetta.
Nasce in mezzo all’Egitto e lungo il fiume
1625Del Nilo un certo mal che lebbra è detto;
Nè più s’estende. In Atíde assaliti
Son dalle gotte i piè. Difetto e duolo
Soglion gli occhi patir dentro agli achivi
Confini; e ad altre membra ed altre parti
1630Altro luogo è nemico: il vario clima
Genera un tal effetto. E quindi avviene
Che, s’un cielo stranier turba e commuove
Sè stesso e l’aria a noi nemica ondeggia,
Serpe qual nebbia a poco a poco o fumo,
1635E tutto, ovunque passa agita e turba
L’aere e tutto il trasmuta, e finalmente
Giunto nel nostro ciel dentro il corrompe
Tutto e a sè l’assomiglia e stranio il rende.
Tosto dunque un tal morbo una tal nuova
1640Strage cade o nell’acque o nelle stesse
Biade penétra o in altri cibi e pasti
D’uomini e d’animali; o ancor sospeso
Resta nell’aria il suo veleno; e quindi,
Misto spirando e respirando il fiato,
1645Siam con l’aure vitali a ber costretti
Quei mortiferi semi: in simil guisa
Suol la peste sovente anco assalire
I buoi cornuti e le belanti greggie.
Nè monta s’in paese a noi nemico
1650Si vada e muti cielo, o se un corrotto
Aere spontaneamente a noi d’altronde
Se n’ voli o qualche grave e inconsueto
Spirto che nel venir generi il morbo.
Una tal causa di contagio un tale
1655Mortifero bollor già le campagne
Ne’ cecropi confin rese funeste,
Fe’ diserte le vie, di cittadini
Spopolò la città. Poichè, venendo
Da’ confin dell’Egitto ond’ebbe il primo
1660Origin suo, molto di cielo e molto
Valicato di mar, le genti al fine
Di Pandïone assalse. Indi appestati
Tutti a schiere morían. Primieramente
Essi avean d’un fervore acre infiammata
1665La testa e gli occhi rosseggianti e sparsi
Di sanguinosa luce. Entro le fauci
Colavan marcia; e da maligne e tetre
Ulcere intorno assediato e chiuso
Era il varco alla voce; e degli umani
1670Sensi e segreti interprete la lingua
D’atro sangue piovea, debilitata
Dal male, al moto grave, aspra a toccarsi.
Indi, poi che ’l mortifero veleno
Sceso era al petto per le fauci e giunto
1675All’affannato cuor, tutti i vitali
Claustri allor vacillavano. Un orrendo
Puzzo volgea fuor per la bocca il fiato,
Similissimo a quel che spira intorno
Da’ corrotti cadaveri. Già tutte
1680Languian dell’alma e della mente affatto
L’abbattute potenze, e su la stessa
Soglia omai della morte il corpo infermo
Languiva anch’egli. Un’ansïosa angoscia
Del male intollerabile compagna
1685Era: e misto col fremito un lamento
Continuo e spesso un singhiozzar dirotto,
Notte e dì, senza requie, a ritirarsi
Sforzando i nervi e le convulse membra,
Sciogliea dal corpo i travagliati spirti,
1690Noia a noia aggiugnendo e duolo a duolo.
Nè di soverchio ardor fervide alcuno
Avea l’estime parti; anzi in toccarle
Tepide si sentian. Di quasi inuste
Ulcere rosseggiante era per tutto
1695L’infermo corpo; in quella guisa a punto
Che suole allor che per le membra il sacro
Fuoco si sparge. Ardean nel petto intanto
Divorate le viscere; una fiamma
Nello stomaco ardea quasi in accesa
1700Fornace; sì che non potean le membra
Fuor che la nudità, nulla soffrire,
Ben che tenue e leggiero. Al vento al freddo
Volontari esponeansi: altri di loro
Nell’onde algenti si lanciâr de’ fiumi:
1705Molti precipitosi a bocca aperta
Si gettavan ne’ pozzi. Era sì intensa
La sete che immergea gli aneli corpi
Insazïabilmente entro le fredde
Acque, che breve stilla all’arse fauci
1710Parean gli ampi torrenti. Alcuna requie
Non avea ’l mal: stanchi giacean gl’infermi:
Timida l’arte macaonia e mesta
Non s’ardia favellar. L’intere notti
Privi affatto di sonno i lumi ardenti
1715Stralunavan degli occhi. Ed altri molti
Davan segni di morte: era dell’alma
Perturbata la mente e sempre involta
Fra cordoglio e timor; rugoso il ciglio,
Severo il volto e furibondo; in oltre
1720Sollecite l’orecchie e d’un eterno
Rumore ingombre; il respirar frequente,
O grande e raro; d’un sudor gelato
Madido il collo e splendido; gli sputi
Tenui piccioli e salsi, e d’un colore
1725Simile al croco, e per l’arsicce e rauche
Fauci da grave tossa a pena eretti.
I nervi in oltre delle mani attrarsi
Solean, tremar gli articoli, e da’ piedi
Salir pian piano all’altre membra un gelo,
1730Duro nunzio di morte: avean compresse
Fino all’estremo dì le nari, in punta
Tenue il naso ed aguzzo, occhi sfossati,
Cave tempie e contratte, e fredda ed aspra
Pelle ed orrido ceffo e tesa fronte.
1735Nè molto gìa, che da penosa e cruda
Morte oppressi giacean: la maggior parte
Perian l’ottavo dì, molti anche il nono
Esalavan lo spirto. E se alcun d’essi
V’era, chè v’era pur, che da sì fiero
1740Morbo scampasse, ei non di men, corroso
Da sozze piaghe e da soverchia e nera
Proluvie d’alvo estenuato, al fine
Tisico si moria. Con grave duolo
Di testa anco tal or putrido un sangue
1745Grondar solea dall’oppilate nari
In sì gran copia, che, prostrate e dome
Dell’infermo le forze, a dileguarsi
Quindi ’l corpo astringea. Chi poi del tetro
Sangue schifava il gran profluvio, ingombri
1750Tosto i nervi e gli articoli dal grave
Malor sentiasi e fin l’istesse parti
Genitali del corpo. Altri, temendo
Gravemente la morte, il viril sesso
Troncâr col ferro; altri restaro in vita
1755Privi de’ piedi e delle mani, ed altri
Perdean degli occhi i dolci amati lumi:
Tale avean del morir tema e spavento.
E molti ancor della trascorsa etade
La memoria perdean, sì che sè stessi
1760Non potean più conoscere. E, giacendo
Qua e là di cadaveri insepolti
Smisurate cataste, i corvi i cani
I nibbi i lupi non per tanto e l’altre
Fiere belve ed uccelli o fuggian lungi
1765Per ischifarne il lezzo o, tocche a pena
Con l’affamato rostro o col digiuno
Dente le carni lor, tremanti al suolo
Cadeano anch’essi e vi languian morendo.
Nè però temerario alcun augello
1770Ivi il giorno apparia, nè delle selve
Nel notturno silenzio uscian le fere:
Languían di lor la maggior parte oppresse
Dal morbo e si morian. Principalmente
Steso in mezzo alle vie de’ fidi cani
1775L’abbattuto vigor l’egra e dolente
Alma vi deponea; poichè ’l veleno
Contagioso del mal toglieali a forza
Dalle membra la vita. Erano a gara
Rapiti i vasti funerali e senza
1780L’usate pompe. Alcun rimedio certo
Più comun non v’avea. Quel ch’ad alcuno
Diede il volgersi in petto il vital spirto
Dell’aria e ’l vagheggiar del cielo i templi,
Ruina ad altri apparecchiava e morte.
1785Fra tanti e sì gran mali era il peggiore
D’ogni altro e ’l più crudele e miserando,
Ch’a pena il morbo gli assalía che tutti,
Quasi a morte dannati e privi affatto
D’ogni speranza, sbigottiti e mesti
1790Giaceansi; e, con pietoso occhio guardando
Degli altri i funerali, anch’essi in breve
Senz’aiuto aspettar nel luogo stesso
Giaceansi. E questo sol più che null’altro
Strage a strage aggiungea; chè ’l rio veleno
1795Dell’ingordo malor sempre acquistava
Nuove forze dagli egri, e sempre quindi
Nuova gente assalía. Poichè; chiunque;
Troppo di viver desïoso e troppo
Timido di morir fuggia gl’infermi,
1800Di visitar negando i suoi più cari
Amici, anzi sovente, empio, aborrendo
La madre il padre la consorte i figli;
Con morte infame, abbandonati e privi
D’ogni umano argomento, il fio dovuto
1805Pagavan poi di sì gran fallo, e quasi
Bestie a torme morian per poca cura.
Ma chi pronto accorrea per aiutarli
Periva o di contagio o di soverchia
Fatica, a cui di sottoporsi astretto
1810Era dalla vergogna e dalle voci
Lusinghiere degli egri e di lamenti
Queruli miste. Di tal morte adunque
Morian tutti i migliori. E, contrastando
Di seppellir negli altrui luoghi i propri
1815Lor morti, dalle lagrime e dal pianto
Tornavan stanchi a’ loro alberghi: in letto
Quindi giacea la maggior parte oppressa
Da mestizia e dolor. Nè si potea
Trovare in tempo tale un che non fosse
1820Infermo o morto o in grave angoscia e in pianto.
In oltre; ogni pastore ogni guardiano
D’armenti e già con essi egri languieno
I nervuti bifolchi; e, nell’anguste
Lor capanne stivati e dall’orrenda
1825Mendicità più che dal morbo oppressi,
S’arrendean alla morte. Ivi mirarsi
Potean su i figli estinti i genitori
Cader privi di vita, ed all’incontro
Spesso de’ cari pegni i corpi lassi
1830Sovra i padri e le madri esalar l’alma.
Nè di sì grave mal picciola parte
Concorse allor dalle vicine ville
Nella città: quivi il portò la copia
De’ languidi villan, che vi convenne
1835D’ogni parte appestata. Era già pieno
Ogni luogo ogni albergo: onde, angustiati
Da sì fatte strettezze, ognor più cruda
La morte allor gli accumulava a monti.
Molti, da grave insopportabil sete
1840Aspramente abbattuti, il proprio corpo
Gían voltolando per le strade; e giunti
Alle bramate silani, ivi distesi
Giaceansi in abbandono, e con ingorde
Brame nel dolce umor bevean la morte.
1845E molte anco, oltr’a ciò, veduto avresti
Per le pubbliche vie miseramente
D’ogn’intorno perir languide membra
D’uomini semivivi, orride e sozze
Di funesto squallore, e ricoperte
1850Di vilissimi stracci, immonde e brutte
D’ogni lordura, e con l’arsiccia pelle
Secca su le nud’ossa e quasi affatto
Nelle sordide piaghe omai sepolta.
Tutti al fin degli dèi gli eccelsi templi
1855Eran pieni di morti, e d’ogn’intorno
Di cadaveri onusti: i lor custodi
Fatti in van per pietà d’ospiti infermi
Gli avean refugio. Degli eterni e santi
Numi la maestà la veneranda
1860Religïon quasi del tutto omai
s’era posta in non cale: il duol presente
Superava il timor. Più non v’avea
Luogo l’antica usanza onde quel pio
Popolo seppellir solennemente
1865Solea gli estinti: ognun confuso e mesto
S’avacciava all’impresa, e al suo consorte,
Come meglio potea, dava il sepolcro,
E molti ancor, da súbito accidente
E da terribil povertà costretti,
1870Fêr cose indegne: i consanguinei stessi
Ponean con alte e spaventose strida
Su i roghi altrui, vi supponean l’ardenti
Faci; e spesso fra lor gravi contese
Facean con molto sangue, anzi che privi
1875D’ufficio estremo abbandonare i corpi.

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