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Vattene, Catilina

Catilina, perge quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam.Quae cum ita sint, Catilina, perge, quo coepisti, egredere aliquando ex urbe; patent portae; proficiscere. Nimium diu te imperatorem tua illa Manliana castra desiderant. Educ tecum etiam omnes tuos, si minus, quam plurimos; purga urbem. Magno me metu liberabis, dum modo inter me atque te murus intersit. Nobiscum versari iam diutius non potes; non feram, non patiar, non sinam. Magna dis inmortalibus habenda est atque huic ipsi Iovi Statori, antiquissimo custodi huius urbis, gratia, quod hanc tam taetram, tam horribilem tamque infestam rei publicae pestem totiens iam effugimus. Non est saepius in uno homine summa salus periclitanda rei publicae. Quamdiu mihi consuli designato, Catilina, insidiatus es, non publico me praesidio, sed privata diligentia defendi. Cum proximis comitiis consularibus me consulem in campo et competitores tuos interficere voluisti, compressi conatus tuos nefarios amicorum praesidio et copiis nullo tumultu publice concitato; denique, quotienscumque me petisti, per me tibi obstiti, quamquam videbam perniciem meam cum magna calamitate rei publicae esse coniunctam.
Catilina, porta a termine quanto hai cominciato! Lascia una buona volta la città! Le porte sono aperte. Vattene! L’accampamento di Manlio, il tuo accampamento, da troppo tempo aspetta te, suo generale. Porta via anche tutti i tuoi; se non tutti, quanti più puoi. Purifica la città! Mi libererai da una grande paura quando ci sarà un muro tra me e te. Non puoi più stare in mezzo a noi! Non intendo sopportarlo, tollerarlo, permetterlo. Dobbiamo grande riconoscenza agli dèi immortali e a Giove Statore, antichissimo custode della nostra città, per essere sfuggiti ormai molte volte a un flagello così spaventoso, orribile, abominevole per lo Stato. Un solo individuo non dovrà più metterne a repentaglio l’esistenza. Finché, Catilina, hai attentato alla mia vita, quando ero console designato, mi sono difeso ricorrendo a misure private, non alla forza pubblica. Quando poi, in occasione degli ultimi comizi consolari, in pieno Campo Marzio hai cercato di uccidere me, il console, e i tuoi competitori, ho sventato i tuoi tentativi criminali con la protezione e la forza di amici, senza suscitare disordini pubblici. Infine, tutte le volte che hai sferrato un colpo contro di me, l’ho parato con le mie forze: eppure vedevo che la mia fine avrebbe comportato una grave calamità per lo Stato.
- Cicerone

Stabilendo una pena per i parricidi i Romani si dimostrarono più saggi dei Greci. Cicerone

Omnibus constat Athenas pulcherrimam et nobilissimam Graecarum civitatum fuisse, magistram sapientiae et omnium artium. Historici narrant antiquìtus Solonem, virum omnium Atheniensium sapientissimum, leges civitati dedisse, quibus civitas diu recta est. Multi cives, tamen, Solonem parum sapienter leges scripsisse putabant, quod nullum supplicium constituerat in eum qui parentem necavisset. Solon respondit se tale scelus neminem facturum esse putavisse. Verba Solonis probata sunt et omnes putabant eum sapientius quam ineptius fecisse quod nullam poenam constituerat de scelere quod antea commissum non erat. Romani tamen leges prudentius quam Graeci fecerunt! Nam, cum intellegerent homini malo ac pravo nihil esse tam sanctum ut violari non possit ira vel cupiditate, gravissimum et crudelissimum supplicium in parricidas excogitaverunt, ut magnitudo poenae a scelere summovere homines qui a legibus naturae in officio retineri non poterant. Ita maiores nostri parricidas insui voluerunt in culleum vivos atque ita in flumen deici.
A tutti risulta che Atene fosse stata la più bella e nobile delle città greche, maestra di sapienza e di ogni arte. Gli storici raccontano che fin dall’antichità Solone l’uomo più saggio fra tutti gli Ateniesi, avesse dato delle leggi alla città, dalle quali a lungo fu governata la cittadinanza. Molti cittadini tuttavia, ritenevano che Solone avesse scritto poco saggiamente le leggi, poiché non aveva stabilito nessuna pena contro coloro che avessero ucciso il padre. Solone rispose che riteneva che nessuno avrebbbe compiuto un tale delitto. Le parole di Solone furono approvate e tutti ritenevano che egli avesse agito più saggiamente che in modo inefficace, poiché non aveva stabilito niente su un delitto che precedentemente non era stato commesso. I Romani tuttavia predisposero le leggi in modo più saggio dei Greci! Infatti siccome intesero che per un uomo malvagio e disonesto nulla era tanto sacro da non poter essere violato per ira o per avidità, escogitarono una punizione molto pesante e crudele contro i parricidi, in modo che l’enormità del castigo tenesse lontano dal delitto gli uomini che non potevano essere trattenuti nel loro dovere dalle leggi della natura. Così i nostri avi vollero che i parricidi fossero chiusi vivi dentro un sacco con serpi e in tal modo gettati nel fiume.

Mai rinunciare a un poeta

Erit igitur, iudices, sanctum apud vos, humanissimos homines, hoc poetae nomen, quod nulla umquam barbaria violavit. Saxa et solitudines voci respondent, bestiae saepe immanes cantu flecuntur atque consistunt: nos, instituti rebus optimis, non poetarum voce movebimur? Homerum Colophonii civem esse dicunt suum, Chii suum vindicant, Salaminii repetunt, Smyrnaei vero suum esse confirmant, itaque etiam delubrum eius in oppido dedicaverunt: permulti alii praeterea pugnant inter se atque contendunt. Ergo illi alienum, quia poeta fuit, post mortem etiam expetunt: nos hunc vivum, qui et voluntate et legibus noster est, repudiabimus?

Sarà dunque santo presso di voi, o giudici, umanissimi uomini, questo nome di poeta, perchè mai violò alcuna barbaria. I sassi e le sole voci risponderanno, spesso le bestie immani saranno piegate dal canto e (consisto): noi, abituati ad ottime cos, non saremo mossi dalla voce dei poeti? I colofoni dicono che Omero sia loro cittadino, quelli di Chio lo rivendicano come proprio, i salamini lo ripetono, quelli di smirne confermano che in verità è il loro, e così anche gli dedicarono un (delubrum) in città: molti altri inoltre combattono tra loro e contendono. Dunque quelli poichè fu poeta dopo la morte lo (expetunt) : noi ripudieremo questo vivo, che è nostro per volontà e leggi?

Nova Lexis Plus Pagina 134 Numero 135

I Grandi condottieri hanno sempre amato i poeti

Quam multos scriptores rerum suarum magnus ille Alexander secum habuisse dicitur! Atque is tamen, cum in Sigeo ad Achillis tumulum astitisset: "O fortunate" inquit "adulescens, qui tuae virtutis Homerum praeconem inveneris!" Et vere. Nam nisi Illias illa exstitisset, idem tumulus, qui corpus eius contexerat, nomen etiam obruisset. Quid? noster hic Magnus, qui cum virtute fortunam adaequavit, nonne Theophanem Mytilenaeum, scriptorem rerum suarum, in contione militum civitate donavit; et nostri illi fortes viri, sed rustici ac milites, dulcedine quadam gloriae commoti, quasi participes eiusdem laudis, magno illud clamore approbaverunt?

Quanti scrittori delle sue imprese si dice abbia avuto al suo seguito Alessandro Magno! Eppure, quando si ferm? davanti al sepolcro di Achille nel Sigeo, disse: "Fortunato, giovane, che trovasti Omero come cantore del tuo valore!". E aveva ragione: senza l`Iliade, infatti, la tomba che ricopriva il suo corpo avrebbe sepolto anche la sua fama. Questo esempio non vi basta? Aggiungerà allora che il nostro Pompeo Magno, valoroso quanto fortunato, durante un`adunata militare, fece dono della cittadinanza al suo biografo Teofane di Mitilene; e i nostri soldati, forti certo, ma rozzi, eccitati dall`ebrezza della gloria come se fossero stati partecipi dello stesso riconoscimento, approvarono quel gesto con alte grida.

Nova Lexis Plus Pagina 132 Numero 130

Cicerone compera statue

Cicero Attico sal. Quod ad me de Hermathena scribis, mihi pergratum est. Est ornamentum Academiae proprium meae, quod et Hermes commune et Minerva singulare est insigne gymnasii. Quare, ut scribis, ceteris quoque rebus quam plurimis meum locum orna! Quae mihi antea signa misisti, ea nondum vidi; in Formiano sunt , quo ego nunc venire cogitabam. Omnia in Tusculanum deportabo. Caietam, si quando abundare incepero, ornabo. Libros tuos conserva et scito eos me meos facere posse. Quod si perficio , supero Crassum divitiis atque omnium vicos et prata contemno.

Cicerone saluta Attico. Ciò che tu mi scrivi a proposito dell'Ermatena mi è graditissimo. È un ornamento appropriato per la mia Accademia, poiché Ermete è comune e Minerva è distintivo specifico del ginnasio. Perciò, come scrivi, abbellisci anche con tutte le altre cose, quante più puoi, il mio spazio. Quelle statue che mi hai mandato prima, non le ho ancora viste; sono nella villa di Formia, dove ora pensavo di recarmi. Trasporterò ogni cosa nella villa di Tuscolo. Abbellirò Gaeta se un giorno comincerò ad averne in abbondanza. Conserva i tuoi libri e sappi che io posso farli miei. Se concludo questo, vinco in ricchezza Crasso e disprezzo poderi e campagne di tutti.

Nova Lexis Plus Pagina 112 Numero 111

Una lettera piena di amore coniugale

Accepi ab Aristocrito tres epistulas, quas ego lacrimis prope delevi; conficior enim maerore, mea Terentia nec meae me miseriae magis excruciant quam tuae vestraeque; ego autem miserior sum quam tu, quae es miserrima,quod calamitas communis est utriusque nostrum, sed culpa mea propria est. Vel legatione vitare periculum vel diligentia et copiis resistere vel cadere fortiter. hoc miserius, turpius, indignius nobis nihil fuit. Quare cum dolore conficior, tum etiam pudore, quia uxori meae optimae, suavissimis liberis virtutem et diligentiam non praestiti; nam mihi ante oculos dies noctesque est squalor vester et maeror et infirmitas valetudinis tuae, spes autem salutis pertenuis ostenditur.

Ho ricevuto da Aristocrito tre lettere, che io ho quasi cancellato con le lacrime; mi struggo infatti nella tristezza, o mia Terenzia, così le mie sventure mi tormentano più delle tue e delle vostre, io invece con questo sono più infelice di te che sei molto sventurata, perchè la medesima disgrazia è comune di entrambi, ma la colpa è solo mia. Sarebbe stato mio dovere o di evitare il pericolo o di resistere con diligenza e con dei mezzi o di cadere coraggiosamente: per noi niente fu più meschino, più turpe e più indegno di questo. Per cui sono afflitto tanto dal dolore, quanto anche dalla vergogna, infatti io mi vergogno di non aver mostrato virtù e zelo alla mia ottima moglie e ai miei dolcissimi figli; infatti mi stanno davanti agli occhi giorno e notte la vostra desolazione e la tristezza e il tuo incerto stato di salute, mentre mi sembra molto debole la speranza di salvezza.

Nova Lexis Plus Pagina 91 Numero 90

La storia greca è molto più antica di quella romana

Videsne igitur vel in ea ipsa urbe, in qua et nata et alta sit eloquentia, quam ea sero prodierit in lucem? si quidem ante Solonis aetatem et Pisistrati de nullo ut diserto memoriae proditum est. at hi quidem, ut populi Romani aetas est, senes, ut Atheniensium saecla numerantur, adulescentes debent videri. nam etsi Servio Tullio regnante viguerunt, tamen multo diutius Athenae iam erant, quam est Roma ad hodiernum diem. nec tamen dubito quin habuerit vim magnam semper oratio.

Non vedi allora, anche in quella stessa città in cui l'eloquenza è nata ed è stata nutrita, quanto tardi essa sia uscita alla luce? Giacché, prima dell'età di Solone e di Pisistrato," di nessuno è stata tramandata alla memo ria la facondia. Ma costoro, riguardo all'età del popolo romano, devono apparire come dei vecchi; invece, se si contano le generazioni degli ateniesi, come dei giovani. Infatti, anche se fiorirono all'epoca del regno di Servio Tullio," tuttavia allora Atene esisteva già da molto più tempo" che Roma a tutt'oggi. E tuttavia non dubito che la parola abbia sempre avuto una grande potenza.

Nova Lexis 2 pagina 347 esercizio n.3

Come sopportare meglio il dolore

Ut enim fit in proelio, ut ignavus miles ac timidus, simul ac viderit hostem, abiecto scuto fugiat, quantum possit, ob eamque causam pereat non numquam etiam integro corpore, cum ei qui steterit, nihil tale evenerit, sic qui doloris speciem ferre non possunt, abiiciunt se atque ita adflicti et exanimati iacent; qui autem restiterunt, discedunt saepissime superiores. Sunt enim quaedam animi similitudines cum corpore. Ut onera contentis corporibus facilius feruntur, remissis opprimunt, simillime animus intentione sua depellit pressum omnem ponderum, remissione autem sic urgetur, ut se nequeat extollere. Et, si verum quaerimus, in omnibus officiis persequendis animi est adhibenda contentio; ea est sola offici tamquam custodia. Sed hoc idem in dolore maxime est providendum, ne quid abiecte, ne quid timide, ne quid ignave, ne quid serviliter muliebriterve faciamus, in primisque refutetur ac reiiciatur Philocteteus ille clamor. Ingemescere non numquam viro concessum est, idque raro, eiulatus ne mulieri quidem. Et hic nimirum est "lessus", quem duodecim tabulae in funeribus adhiberi vetuerunt. Nec vero umquam ne ingemescit quidem vir fortis ac sapiens, nisi forte ut se intendat ad firmitatem, ut in stadio cursores exclamant quam maxime possunt.

In battaglia il soldato vigliacco e pauroso, appena vede il nemico, butta via lo scudo e fugge più in fretta che può, e spesso per questo si fa ammazzare più facilmente anche se non è stato toccato: cosa questa che non succede a chi rimane fermo al proprio posto. Così, quelli che non sono capaci di resistere all'idea del dolore, si avviliscono, e rimangono in uno stato di abbattimento e di prostrazione: mentre quelli che resistono il più delle volte riescono vincitori. Perché, fra l'anima e il corpo esistono delle analogie. Un corpo, se si sforza, sopporta bene il peso, e se si rilascia ne rimane schiacciato: c'è molta somiglianza con l'anima che, se chiama a raccolta le sue forze, annulla il peso che le preme sopra, mentre se si lascia andare ne è oppressa e non se ne può liberare.
E senza dubbio, se vogliamo andare al fondo delle cose, sono quelle forze che noi dobbiamo chiamare a raccolta nello svolgimento di ogni nostra attività, perché esse sole fanno, voglio dire, la guardia per sorvegliare che noi adempiamo il nostro dovere. Nel dolore, comunque, bisogna stare attenti a non compiere nessun atto che sappia di avvilimento, di pavidità, di codardia, nessun atto degno d'uno schiavo o d'una donna, e prima di tutto bisogna condannare e respingere un atteggiamento come quello di Filottete. Qualche gemito, raramente, a un uomo si può anche concedere, in certe circostanze: ma le grida neppure alle donne bisogna permetterle. Indubbiamente a questo si riferiscono le Dodici Tavole, nel proibire il “lessus” ai funerali.

Nova Lexis 2 pagina 315 esercizio n.7

L'importanza della letteratura

Si quis minorem gloriae fructum putat ex Graecis versibus percipi quam ex Latinis vehementer errat: propterea quod Graeca leguntur in omnibus fere gentibus Latina suis finibus exiguis sane continentur. Qua re si res eae quas gessimus orbis terrae regionibus definiuntur cupere debemus quo manuum nostrarum tela pervenerint eodem gloriam famamque penetrare: quod cum ipsis populis de quorum rebus scribitur haec ampla sunt tum eis certe qui de vita gloriae causa dimicant hoc maximum et periculorum incitamentum est et laborum. Quam multos scriptores rerum suarum magnus ille Alexander secum habuisse dicitur! Atque is tamen cum in Sigeo ad Achillis tumulum astitisset: "O fortunate" inquit "adulescens qui tuae virtutis Homerum praeconem inveneris!" Et vere. Nam nisi Illias illa exstitisset idem tumulus qui corpus eius contexerat nomen etiam obruturum fuisse.

Se si pensa che i versi in greco diano una minore resa in gloria rispetto a quelli in latino, si sbaglia di grosso, giacché la poesia greca è letta in quasi tutto il mondo, quella latina è limitata al suo territorio davvero ristretto. Perciò, se le imprese da noi compiute hanno per confine il mondo intero, dobbiamo desiderare che ugualmente gloria e fama nostre si diffondano laddove in minor misura giunsero le armi dei nostri eserciti, poiché tutto ciò, come torna a lustro di quegli stessi popoli di cui si scrive la storia, così costituisce il supremo incitamento ad affrontare rischi e fatiche per quanti mettono a repentaglio la vita per il desiderio di gloria.Che gran numero di scrittori delle sue imprese si dice che Alessandro Magno tenesse con sé! E tuttavia egli, fermatosi davanti al sepolcro di Achille, al Sigeo, esclamò: 'O giovane fortunato, perché trovasti in Omero il cantore del tuo valore'. Ed è vero! Perché, se quel capolavoro dell'Iliade non fosse esistito, il medesimo sepolcro, che aveva custodito il corpo di Achille, ne avrebbe seppellito la fama.

Nova Lexis 2 pagina 309 esercizio n.3

Cicerone in esilio scrive ai familiari

Tullius Terentiae suae, Tulliolae suae, Ciceroni suo salutem dicit. Et litteris multorum et sermone omnium perfertur ad me incredibilem tuam virtutem et fortitudinem esse teque nec animi neque corporis laboribus defatigari. Me miserum! te ista virtute, fide, probitate, humanitate in tantas aerumnas propter me incidisse, Tulliolamque nostram, ex quo patre tantas voluptates capiebat, ex eo tantos percipere luctus! Nam quid ego de Cicerone dicam? qui cum primum sapere coepit, acerbissimos dolores miseriasque percepit. Quae si, tu ut scribis, fato facta putarem, ferrem paullo facilius, sed omnia sunt mea culpa commissa, qui ab iis me amari putabam, qui invidebant, eos non sequebar, qui petebant. Quod si nostris consiliis usi essemus neque apud nos tantum valuisset sermo aut stultorum amicorum aut improborum, beatissimi viveremus: nunc, quoniam sperare nos amici iubent, dabo operam, ne mea valetudo tuo labori desit. Res quanta sit, intelligo, quantoque fuerit facilius manere domi quam redire; sed tamen, si omnes tribunos pl. habemus, si Lentulum tam studiosum, quam videtur, si vero etiam Pompeium et Caesarem, non est desperandum. Valete. Data ante diem VI. Kal. Decembr. Dyrrhachii.

Tullio A Terenzia, Tulliola, Cicerone saluta
Dalle lettere di molti e dalla viva voce di tutti mi giunge notizia che sei di una forza d'animo e d'una energia incre dibili e che non ti lasci stancare ne dalle fatiche fisiche ne da quelle morali. O mia disgrazia! Con queste tue virtù, con la tua fedeltà, la tua rettitudine, la tua umanità vederti piombata in cosi grandi angosce per colpa mia; e vedere la nostra Tulliola ricavare motivo di pianto da un padre, da cui era abituata a ricevere tante soddisfazioni! E che dovrei dire del nostro figliolo? Appena raggiunta l'età della ragione ha subito le più crudeli sofferenze e miserie. Se io le credessi, come scrivi tu, causate dal destino avverso, le sopporterei un po' meglio; ma la responsabilità di tutto è integralmente mia, che pensavo di essere amato da chi mi odiava e che non prestavo attenzione a chi invece si volgeva a me. Se avessi fatto buon uso della ragione e non avessi dato tanto retta alle chiacchiere di amici o stupidi o disonesti vivrei adesso sereno. Ma ore che degli amici ci ingiungono di sperare per il meglio, mi darò da fare perché la mia salute possa rispondere alle pene che ti dai per me. Mi rendo conto delle dimensioni della cosa e quanto fosse più facile restare in patria piuttosto che tornarvi! Se pero abbiamo dalla nostra tutti i tribuni della plebe; se l'interessamento di Lentulo - nella sue posizione di console designato - non è solo apparente; se vi si aggiungono anche Pompeo e Cesare, non bisogna disperare. Addio. Durazzo, 26 novembre.

Nova Lexis 2 pagina 307 esercizio n.11

Saggezza politica e valore militare

Cum plerique arbitrentur res bellicas maiores esse quam urbanas, minuenda est haec opinio. Multi enim bella saepe quaesiverunt propter gloriae cupiditatem, atque id in magnis animis ingeniisque plerumque contingit, eoque magis, si sunt ad rem militarem apti et cupidi bellorum gerendorum; vere autem si volumus iudicare multae res extiterunt urbanae maiores clarioresque quam bellicae. Quamvis enim Themistocles iure laudetur et sit eius nomen quam Solonis illustrius citeturque Salamis clarissimae testis victoriae, quae anteponatur consilio Solonis ei, quo primum constituit Areopagitas, non minus praeclarum hoc quam illud iudicandum est. Illud enim semel profuit, hoc semper proderit civitati; hoc consilio leges Atheniensium, hoc maiorum instituta servantur. Et Themistocles quidem nihil dixerit, in quo ipse Areopagum adiuverit, at ille vere se adiutum esse Themistoclem; est enim bellum gestum consilio senatus eius, qui a Solone erat constitutus. Licet eadem de Pausania Lysandroque dicere, quorum rebus gestis quamquam imperium Lacedaemoniis partum putatur, tamen ne minima quidem ex parte Lycurgi legibus et disciplinae conferendi sunt; quin etiam ob has ipsas causas et parentiores habuerunt exercitus et fortiores.

Generalmente si crede che le imprese di guerra abbiano maggior importanza che le opere di pace: questa opinione deve essere corretta. E' ben vero che molti, in ogni tempo, cercarono occasioni di guerra per solo desiderio di gloria, e ciò per lo più accade in persone di grande animo e di grande ingegno, tanto più se hanno attitudine all'arte militare e istintivo desiderio di guerreggiare; ma, se vogliamo giudicare secondo verità, la storia ci offre molti esempi azioni civili ancor più grandi e più belle delle imprese guerresche. Si lodi pure a buon diritto Temistocle; sia pure il suo nome più illustre di quello di Solone, e si chiami Salamina a testimonianza d'una famosissima vittoria, per anteporla al provvedimento col quale Solone per la prima volta istituì l'Areopago; ma questo provvedimento è da giudicarsi non meno luminoso di quella vittoria: questa non giovò che una sola volta, quello invece gioverà in ogni tempo allo Stato. E' questo consesso che custodisce le leggi d'Atene; è questo che preserva le istituzioni degli avi E mentre Temistocle non potrebbe vantarsi d'aver giovato in nulla all'Areopago, Solone avrebbe invece ogni ragion di dire che egli giovò a Temistocle, in quanto la guerra fu condotta per consiglio di quel senato che Solone aveva istituito.Lo stesso può dirsi di Pausania e di Lisandro, le cui imprese, pur avendo ampliato, come si crede, l'impero agli Spartani, tuttavia non si possono neppure lontanamente paragonare con le leggi e gli ordinamenti di Licurgo; anzi, proprio in virtù di questi, essi ebbero eserciti più disciplinati e più agguerriti.

Nova Lexis 2 pag.299 es numero 7

Gli anziani non temano la morte

O miserum senem qui mortem contemnendam esse in tam longa aetate non viderit! quae aut plane neglegenda est, si omnino exstinguit animum, aut etiam optanda, si aliquo eum deducit, ubi sit futurus aeternus; Quid igitur timeam, si aut non miser post mortem aut beatus etiam futurus sum? Quamquam quis est tam stultus, quamvis sit adulescens, cui sit exploratum se ad vesperum esse victurum? Quin etiam aetas illa multo pluris quam nostra casus mortis habet; facilius in morbos incidunt adulescentes, gravius aegrotant, tristius curantur. Itaque pauci veniunt ad senectutem; quod ni ita accideret, melius et prudentius viveretur. Mens enim et ratio et consilium in senibus est; qui si nulli fuissent, nullae omnino civitates fuissent. Sed redeo ad mortem impendentem. Quod est istud crimen senectutis, cum id ei videatis cum adulescentia esse commune? "At sperat adulescens diu se victurum, quod sperare idem senex non potest". Insipienter sperat. Quid enim stultius quam incerta pro certis habere, falsa pro veris? "At senex ne quod speret quidem habet". At est eo meliore condicione quam adulescens, quoniam id, quod ille sperat, hic consecutus est; ille vult diu vivere, cum hic diu iam vixerit.

Povero il vecchio, che non ha capito che in una esistenza così lunga la morte non deve essere deve essere disprezzata. Questa o deve essere completamente trascurata, se sopprime del tutto l'anima, oppure deve essere perfino desiderata, se la conduce in un qualche luogo in cui è destinata ad essere eterna; Pertanto che cosa dovrei temere, se dopo la morte sarò destinato o a non essere infelice o ad essere felice? Chi è tanto stolto da essere sicuro, anche se è giovane, che vivrà fino a tarda età? Ché anzi quella età ha di gran lunga più possibilità di morte che la nostra: i giovani prendono imbattono in malattie più facilmente, più gravemente si ammalano, con più difficoltà sono curati. Ma ritorno alla morte che minaccia: che difetto è questa della vecchiaia, se vi sembra che sia in comune con la gioventù? "Eppure il giovane spera di vivere a lungo, mentre il vecchio non può sperare la stessa cosa". Lo spera irragionevolmente: cosa c'è infatti di più sciocco che dare per certo ciò che è incerto, dare per vere cose false? "Ma il vecchio non ha neppure qualcosa in cui sperare". Eppure egli si trova in una condizione migliore rispetto a quella del giovane, poiché ciò che questo spera, lui l'ha già ottenuto: quello vuol vivere a lungo, mentre lui ha già vissuto a lungo.

Littera Litterae (2D) Pagina 156 Numero 1
Nova Lexis 2 Pagina 298-299 Numero 6

Manovre politiche di Clodio contro Milone

Publius Clodius, cum statuisset omni scelere in praecetura vexare rem publicam videretque ita tracta esse comitia anno superiore ut non multos menses praeceturam gerere posset, qui non honoris gradum spectaret, ut celeri, sed et L. Paulum conlegam effugere vellet, singulari virtute civem, et annum integrum ad dilacerandam rem publicam quaereret, subito reliquit annum suum seseque in proximum transtulit, non, ut fit, religione aliqua, sed ut haberet, quod ipse dicebat, ad praeturam gerendam, hoc est ad evertendam rem publicam, plenum annuma tque integrum. Occurrebat ei mancam ac debilem praeturam futuram asse suam consule Milone; eum porro summo consensu populi Romani consulem fieri videbat. Contulit se ad eius competirores, sed ita totam ut petitorem ipse solus etiam invitis illis gubernaret, tota ut comitia suis, ut dictibat, umeris sustineret. Convocabat tribus, se interponebat, Collinam novam dilectu perditissimorumcivium conscribebat. Quanto Clodius plura miscebat, tnto Milo magis in dies convalescebat.

Publio Clodio aveva intenzione in qualità di pretore di perturbare l'ordine pubblico con ogni sorta di angherie; vedeva che l'anno scorso le elezioni andavano per le lunghe, a tal punto che non avrebbe potuto ricoprire la pretura per più di qualche mese; dato che non mirava come tutti gli altri al vertice della carriera, ma desiderava solo evitare di avere per collega Lucio Paolo, cittadino di rara virtù, e tentava di dedicare un anno intero allo smembramento della repubblica, rinunciò immediatamente alla sua candidatura per quell'anno e la rinviò al successivo, non, come capita talvolta, per qualche superstizione, ma per avere a disposizione un anno pieno e completo per la gestione della pretura, come sosteneva lui, ossia – in realtà - per rovesciare l'ordine costituito. Ma si rendeva anche conto che, con Milone console, la sua pretura sarebbe stata monca e fragile; intuiva per l'appunto che questi sarebbe stato eletto console col consenso unanime del popolo romano. Si diede allora a favorire i concorrenti di Milone, ma in modo tale da essere lui solo, anche a loro insaputa, a portare avanti le loro candidature, e a sostenere, come andava ripetendo, sulle proprie spalle l'intera propaganda elettorale. Convocava le tribù, faceva da mediatore, costituiva una seconda Collina, iscrivendovi i cittadini più turbolenti. Quanto più quegli mescolava le carte, tanto più Milone rafforzava di giorno in giorno la sua posizione.
Come quell'individuo, prontissimo ad ogni crimine, si avvide che un uomo tanto valente, tanto ostile a lui, era tanto prossimo al consolato, e comprese che tale esito era stato più volte manifestato non solo nei discorsi, ma anche nelle votazioni del popolo romano, cominciò ad agire pubblicamente e a dichiarare apertamente che Milone andava ucciso.

Nova Lexis 2 Pagina 293 Numero 2

La Filosofia epicurea conquista i Romani

Itaque illius verae elegantisque philosophiae, quae ducta a Socrate in Peripateticis adhuc permansit et idem alio modo dicentibus Stoicis, cum Academici eorum controversias disceptarent, nulla fere sunt: aut pauca admodum Latina monumenta sive propter magnitudinem rerum occupationemque hominum, sive etiam quod imperitis ea probari posse non arbitrabantur, cum interim illis silentibus C. Amafinius extitit dicens, cuius libris editis commota multitudo contulit se ad eam potissimum disciplinam, sive quod erat cognitu perfacilis, sive quod invitabantur inlecebris blandis voluptatis, sive etiam, quia nihil erat prolatum melius, illud quod erat tenebant. Post Amafinium autem multi eiusdem aemuli rationis multa cum scripsissent, Italiam totam occupaverunt, quodque maximum argumentum est non dici illa subtiliter, quod et tam facile ediscantur et ab indoctis probentur, id illi firmamentum esse disciplinae putant.

Così non cè quasi niente di quella famosa filosofia vera ed elegante, che, passata da Socrate ai peripatetici e agli Stoici, che dicono in altro modo una stessa cosa, mentre gli Accademici risolvono le controversie dei primi: oppure molto poche vestigia latine, sia per la grandezza della cosa e loccupazione degli uomini, sia perché non credevano che si potessero insegnare agli ignoranti quelle cose, quando, stando gli altri silenziosi, Gaio Amafinio se ne uscì parlando e una folla, mossa dai libri di quello, si rivolse il grandissima parte a quella disciplina, sia poiché era facilissima a capirsi, sia perché erano sostenuti piaceri docili e gradevoli, sia anche perché niente gli era stato presentato meglio, si tenevano quello che cera. [Post Amafinium autem multi eiusdem aemuli rationis multa cum scripsissent, Italiam totam occupaverunt, quodque maxumum argumentum est non dici illa subtiliter, quod et tam facile ediscantur et ab indoctis probentur, id illi firmamentum esse disciplinae putant.]

Nova Lexis 2 pag.291-292 esercizio n.9

L'oratore Ortensio

Hortensius igitur cum admodum adulescens orsus esset in foro dicere...

Ortensio dunque, dopo aver preso a parlare nel foro quand'era ancora parecchio giovane, presto cominci? a vedersi affidare cause molto importanti. E sebbene si fosse trovato a vivere nell'et? di Cotta e di Sulpicio, che erano di dieci anni pi? anziani,di lui, e primeggiassero allora Crasso e Antonio, poi Filippo, poi Giulio, proprio a loro lo si paragonava per gloria d'eloquenza. In primo luogo aveva una memoria eccezionale, quale credo di non aver riscontrato in nessun altro: al punto che quanto aveva elaborato dentro di sè, senza far ricorso allo scritto riusciva a ripeterlo con le stesse parole con le quali l'aveva concepito. Di questa sua importantissima prerogativa si avvaleva in modo da ricordare quanto aveva elaborato e scritto, e - senza bisogno che alcuno ne prendesse nota per riferirglielo tutto quanto era stato detto dai suoi avversari.

Nova Lexis 2 pag.285 esercizio n.9

Il ritorno di Cicerone dall'esilio

Cicero Attico salutem dicit
Cum primum Romam veni, fuitque cui recte ad te litteras darem (al quale potessi consegnare), nihil prius faciendum esse mihi putavi, quam ut tibi absenti de reditu nostro (plur. di modestia) gratulare. Dyrrachio sum profectus ipso illo die, quo lex est lata de nobis (che mi riguardava). Brundisium veni postridie. Ibi iam erat Tulliola mea, natali suo ipso die, qui casu idem natalis erat et Brundisinae coloniae; quae res, animadversa, a multitudine Brundisinorum summa gratulatione celebrata est. Cognovi, cum Brundisi essem, litteris Quinti mirificio studio omnium ordinum legem comitiis centuriatis esse perlatam. A Brundisinis honestissimis ornatus, inde iter ita feci, ut undique ad me cum gratulatione legati convenerint. Ita ad urbem Romam veni. Cum venissem ad portam Capenam, gradus templorum ab infimo plebe completi erant. Similis frequentia et plausus (un'analoga folla plaudente) me usque ad Capitolium celebravit, in foroque et in ipso Capitolio miranda multitudo erat. Postride senatui gratias egimus (plur. di modestia.

Cicerone saluta Attico
Non appena sono giunto a Roma e ci fu qualcuno a cui dare con sicurezza le lettere per te, ho pensato di non dover far nulla prima di rallegrarmi con te che eri assente dal nostro ritorno. Infatti avevo capito che tu nel darmi i consigli non sei stato né più forte né più saggio di me stesso e neanche troppo diligente nella custodia della mia salvezza per il mio rispetto per te; e che tu stesso, che nei primi tempi del nostro errore o piuttosto della nostra follia fosti confidente e compagno di un falso timore, hai sofferto con molto dolore la nostra lontananza e hai impiegato il più possibile di azione, impegno, scrupolosità, fatica per rendere possibile il mio ritorno. Pertanto ti assicuro seriamente (questo) che nella massima gioia e nell'assai desiderata felicitazione mi è mancata una sola cosa per portare al colmo la gioia, la tua presenza o piuttosto il tuo abbraccio. E una volta che avrò questo non ti lascerò più e se non raccoglierò anche tutti i frutti trascurati della tua amabilità del tempo passato, sicuramente non mi riterrò proprio degno abbastanza di questa recuperata fortuna. Io finora, ho ottenuto ciò che credevo molto difficile si potesse riacquistare nella mia situazione, la mia gloria forense d'un tempo e nel senato autorità e presso uomini onesti un prestigio maggiore di quanto desidero.

Nova Lexis 2 pag.285 esercizio n.8

I Romani costringono i Venelli alla battaglia

Titurius Sabinus, hac confirmata opinione timoris idoneum quendam hominem et callidum deligit, Gallum, ex iis quos auxilii causa secum habebat. Huic magnis praemiis pollicitationibusque persuadet uti ad hostes transeat, et quid fieri velit edocet. Qui ubi pro perfuga ad eos venit, timorem Romanorum proponit, quibus angustiis ipse Caesar a Venetis prematur docet, neque longius abesse quin proxima nocte Sabinus clam ex castris exercitum educat et ad Caesarem auxilii ferendi causa proficiscatur. Quod ubi auditum est, conclamant omnes occasionem negotii bene gerendi amittendam non esse: ad castra iri oportere. Multae res ad hoc consilium Gallos hortabantur: superiorum dierum Sabini cunctatio, perfugae confirmatio, inopia cibariorum, cui rei parum diligenter ab iis erat provisum, spes Venetici belli, et quod fere libenter homines id quod volunt credunt.

Titurio Sabino, quando l'impressione che avesse timore era ormai radicata, scelse tra le truppe ausiliarie un Gallo adatto ed astuto che aveva con se. Lo convince con promesse e grandi ricompense a passare dalla parte dei nemici e gli spiegò che cosa voleva che accadesse. Questi, appena arrivò dai nemici come disertore, mise in primo piano la paura dei Romani, rese noto con quali angustie lo stesso Cesare fosse incalzato dai Veneti, e che non mancava molto che la notte successiva Sabino di nascosto conducesse di nascosto l'esercito fuori dall'accampamento e andasse da Cesare per portare aiuto. Appena ciò fu sentito, tutti gridarono che non c'era dubbio che dovessero cogliere l'opportunità di condurre bene la cosa e che bisognava che si andasse verso l'accampamento. Molti elementi spingevano i Galli a questa risoluzione: l'incertezza di Sabino dei giorni precedenti, la conferma del disertore, la scarsità di vettovaglie, la speranze della guerra Venetica e il fatto che di buon grado gli uomini credono quello che vogliono.

Nova Lexis (2) Pagina 273 Numero 10

A un amico che nobba gli spettacoli dei gladiatori

M. Cicero salutem dicit M. Mario Si te dolor aliqui corporis aut...

Marco Tullio Cicerone saluta Marco Mario
Se è stato qualche malessere fisico o un momento di salute non buona a impedirti di assistere agli spettacoli, lo ascrivo piuttosto alla fortuna che alla tua assennatezza; ma se invece non hai creduto degne di attenzione tutte queste meraviglie che piacciono tanto agli altri e nonostante ti sentissi benissimo non sei voluto venire di proposito, ebbene me ne rallegro per due motivi: primo, perchè malesseri fisici non ne hai; secondo, perchè la tua salute psichica è perfetta se hai trascurato quello che senza alcun fondamento piace tanto agli altri. Semprechè questa occasione di riposo ti abbia portato dei frutti: è certo che eri nelle migliori condizioni per poterne godere, giacchè sei rimasto pressochè solo in questa tua delizia di paese. Non ho dubbi che tu, da quella tua stanza da letto in cui ti sei allargato la vista dalla parte di Stabia con qualche opportuna apertura-durante quei giorni hai passato intere mattinate a oziare in contemplazione di quello scenario. E le altre ore del giorno te le passavi in santa pace, divertendoti a modo tuo e a tuo piacimento.

Nova Lexis (2) Pagina 273 Numero 9

Un viaggio movimentato: la morte di Clodio

Milo autem cum in senatu fuisset eo die, quoad senatus est dimissus, domum venit; calceos et vestimenta mutavit; paulisper, dum se uxor (ut fit) comparat, commoratus est; dein profectus id temporis cum iam Clodius, si quidem eo die Romani venturus erat, redire potuisset. Ob viam fit ei Clodius, expeditus, in equo, nulla raeda, nullis impedimentis; nullis Graecis comitibus, ut solebat; sine uxore, quod numquam fere: cum hic insidiator, qui iter illud ad caedem faciendam apparasset, cum uxore veheretur in raeda, paenulatus, magno et impedito et muliebri ac delicato ancillarum puerorumque comitatu. Fit ob viam Clodio ante fundum eius hora fere undecima, aut non multo secus. Statim complures cum telis in hunc faciunt de loco superiore impetum: adversi raedarium occidunt. Cum autem hic de raeda reiecta paenula desiluisset, seque acri animo defenderet, illi qui erant cum Clodio, gladiis eductis, partim recurrere ad raedam, ut a tergo Milonem adorirentur; partim, quod hunc iam interfectum putarent, caedere incipiunt eius servos, qui post erant.

Milone, dal canto suo, dopo essere stato quel giorno in senato finché l'assemblea fu sciolta, tornò a casa, cambiò i calzari e gli abiti, poi aspettò un poco mentre la moglie, come accade, terminava di prepararsi, infine partì a un'ora tale che Clodio avrebbe potuto già essere di ritorno, se mai in quel giorno avesse voluto tornare a Roma. Gli si fa incontro, libero da ogni impaccio, Clodio a cavallo: niente carrozza, né bagagli, neanche, come era solito, i compagni di viaggio di origine greca, non c'era neppure la moglie, cosa che non capitava quasi mai. Questo assalitore, invece, che avrebbe organizzato quel viaggio con il solo scopo di fare una strage, procedeva sul carro in compagnia della moglie, avvolto in un mantello, impacciato da un grande e lento séguito femminile di ancelle e giovinetti. Si imbatte in Clodio dinanzi al suo podere all'incirca alle cinque del pomeriggio e immediatamente da una collinetta parecchi uomini armati di pugnale si slanciano contro di lui; altri, attaccando di fronte uccidono il conducente del carro. Milone, allora, gettato dietro le spalle il mantello, salta giù dalla vettura e si difende accanitamente; quelli che stavano con Clodio, sguainate le spade, in parte tornano di corsa alla carrozza per assalire Milone alle spalle, altri, invece, poiché lo credevano già morto, incominciano ad ammazzare i suoi schiavi, che chiudevano la fila.

Nova Lexis 2 pag.240 eserciso n.9
Littera Litterae pag.61 esercizio n.4

Un episodio relativo ad Annibale

Cum Hannibal,Carthagine expulsus, Ephesum ad Antiochum venisset e finisce con id docent ceteros...

Annibale,cacciato da cartagine e recatosi in esilio a efeso,presso antioco,fu inviato dai suoi ospiti,per il fatto che il suo nome era celebre ovunque,ad ascoltare,se gli avesse fatto piacere,il filosofo che ho nominato.Poichè non rifiutò,si dice che quell'uomo facondo parlò per ore sui compiti di un comandante supremo e su ogni aspetto dell'arte militare.Alla fine,tutti gli altri uditori,vivamente compiaciuti,chiesero ad annibale che cosa pensasse di quel filosofo:il cartaginese,si dice,in un greco approssimativo ma tuttavia senza impaccio,rispose che aveva visto spesso vecchi pazzi,ma nessuno piu' pazzo di formione.Enon aveva torto,per ercole! cosa vi poteva essere di piu' presuntuoso e degno di un cianciatore del fatto che quel greco,senza aver mai visto nè un nemico nè un accampamento,senza aver mai avuto,in fine,minimamente a che fare con nessun incarico pubblico,si permettesse di dare insegnamenti sull'arte militare ad annibale,che per tanti anni aveva conteso il dominio al popolo romano,vincitore di tutte le genti?

Nova Lexis 2 pag. 238-239 eserciso n.6