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De Coniuratione Catilinae, 54 “Cesare e Catone” di Sallustio

Igitur iis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii.
Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato.
Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic seueritas dignitatem addiderat.
Caesar dando subleuando ignoscendo, Cato nihil largiendo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies.
Illius facilitas, huius constantia laudabatur.
Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare; negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum exoptabat, ubi virtus enitescere posset.
At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxime seueritatis erat; non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat; esse quam videri bonus malebat: ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur.
Dunque, essi, furono pressoché uguali per età, nascita e eloquenza, pari per grandezza d’animo, parimenti per fama ma era diversa per ciascuno dei due.
Cesare era considerato grande per i suoi privilegi e la sua generosità, Catone per la sua integrità di vita.
Quello fu reso famoso dalla mitezza e generosità, a questo aveva aggiunto dignità il rigore morale.
Cesare conseguì la gloria con la prodigalità, con il soccorso prestato ad altri, con il perdono, Catone non elargendo niente. Nell’uno c’era rifugio per i miseri, nell’altro la rovina per i malvagi.
Di quello era lodata la condiscendenza, dell’altro la tenacia.
Insomma, Cesare si era proposto di lavorare, vegliare e di trascurare i propri interessi per gli affari degli amici, non rifiutava niente che fosse adatto per essere dato in dono. Per sé desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra in cui il suo valore avesse la possibilità di risplendere.
Catone, invece, aveva amore per la modestia, la dignità e la severità. Non lottava col ricco per la ricchezza, né col fazioso per gli intrighi; ma con il valoroso per la virtù, con il modesto per il pudore, con l’onesto per l’integrità. Preferiva essere retto più che sembrarlo, così che egli quanto meno inseguiva la fama, tanto più se la guadagnava.

Difficile scontro con i Germani

Germani, colle exteriore occupato, non longius mille passibus a nostri munitionibus considunt. Ii in silvis equitatum tegunt: Postero die equitibus complent planitiem quae in longitudinem tria milia passuum patet.Praeterea hostes pedestres copias paulum ab eo loco abditas in locis superioribus constituerant. Dato signo, nostri equites circumdantur et tunc pedites proelium committunt. Acriter pugnantum est. Nostri magna virtuale sed gravi difficultate impetum sustinuerunt, denique vires refecerunt et, visis auxiliis supervenientibus, renovaverunt pugnam: ita victoria obtenta est. Saucii sed laeti denique in castra remeaverunt.

I Germani, occupato il colle più esterno, si fermano non più lontano di mille passi dalle nostre fortificazioni, trattengono la cavalleria nei boschi. Il giorno dopo fatta uscire la cavalleria dagli accampamenti, riempiono tutta quella pianura, che dicemmo estendersi per circa tre mila passi, e schierano le truppe di fanteria un poco distanti da quel luogo sui luoghi superiori nascosti. Dato il segnale, i nostri cavalieri erano circondati e allora i fanti iniziarono il combattimento. Si combattè strenuamente. I nostri con grande virtù ma con grave difficoltà sostennero l'impeto, e i fine rifocillarono le forze e, viste le truppe che giungevano, rinnovarono la battaglia: così fu ottenuta la vittoria. I Sauci infine lieti restarono nell'accampamento.

Nova Lexis 1 pagina 416 numero 13

Notizie per Cesare

Illo tempore a P. Crasso, quem cum legione una miserat ad Venetos, Unellos, Osismos, Coriosolitas, Essuvios, Aulercos, Redones, quae sunt maritimae civitates Oceanumque attingunt, certior factus est omnes eas civitates in dicionem potestatemque populi Romani redactas esse.

Nello stesso(a quel) tempo fu informato da P. Crasso che con una sola legione aveva mandato dai Veneti, Unelli, Osismi, Coriosoliti, Essuvi, Aulirci, Redoni, che sono popoli marittimi e raggiungono l’Oceano, che tutti quei popoli si erano arresi alla volontà ed al potere del popolo romano.

Nova Lexis 1 pagina 285 numero 7

De considii timore et errore

P.Considius,rei militaris peritus, in exercitu L. Sullae et postea in M.crassi fuerat: is cum exploratoribus praemittitur. Prima luce,cum summus mons a Labieno teneretur,Caesar ab hostium castris non longius mille et quingentis passibus abesset neque, ut postea ex captivis comperit , aut eius adventus aut Labieni congitus esset,Considius ad eum accurrit, dicit montem ab hostium teneri: id se Gallics armis atque insignibus cognovisse. Caesar suas copias in proximum collem subducit, aciem instruit.Labienus, ut erat ei praeceptum a Caesare, in montem ab suis teneri et Helvetios castra movisse et considium timore perterrium esse : eum quod non viderant, pro viso sibi renuntiavisse. Eo die consueto intervallo hostes sequitur et milia passuum tria ab eorum castris castra ponit

P. Considio, esperto di arte militare, era stato nell'esercito di Silla e poi in quello di Crasso: egli era mandato avanti con gli esploratori. All'alba, mentre Labieno occupava la cima del monte e Cesare stesso si trovava a meno di un miglio e mezzo dal campo nemico e, come si seppe in seguito da alcuni prigionieri, nessuno si era accorto della sua manovra né di quella di Labieno, sopraggiunge a briglia sciolta. Considio dicendo che il monte che Labieno doveva occupare era invece in mano nemica: aveva riconosciuto lui le armi e le insegne dei Galli. Cesare ritirò le sue truppe su un colle vicino e le schierò a battaglia. Labieno, che aveva ricevuto l'ordine di non attaccare finché non avesse visto le truppe di Cesare in prossimità dell'accampamento nemico, che in tal modo sarebbe stato assalito da due parti, dalla sua postazione attendeva i nostri senza muoversi. Soltanto a giorno inoltrato Cesare apprese dai ricognitori che il monte era occupato dai suoi e che Considio, preso dalla paura, gli aveva detto di aver visto ciò che invece non aveva visto affatto. Quel giorno Cesare seguì i nemici mantenendosi alla solita distanza e pose l'accampamento a tre miglia dal loro.

Nova Lexis 1 pagina 273 numero 11

Un episodio della guerra gallica cesare

Postridie eius diei Caesar praesidio utrisque castris quod satis esse visum est reliquit, alarios omnes in conspectu hostium pro castris minoribus constituit, quod minus multitudine militum legionariorum pro hostium numero valebat, ut ad speciem alariis uteretur; ipse triplici instructa acie usque ad castra hostium accessit. Tum demum necessario Germani suas copias castris eduxerunt generatimque constituerunt paribus intervallis, Harudes, Marcomanos, Tribocos, Vangiones, Nemetes, Sedusios, Suebos, omnemque aciem suam raedis et carris circumdederunt, ne qua spes in fuga relinqueretur. Eo mulieres imposuerunt, quae ad proelium proficiscentes milites passis manibus flentes implorabant ne se in servitutem Romanis traderent.

Il giorno successivo Cesare lasciò in entrambi gli accampamenti un presidio a suo parere sufficiente e dispiegò tutte le truppe degli alleati davanti all'accampamento minore, ben visibili, sfruttandole per ingannare il nemico, dato che i legionari erano inferiori ai Germani, dal punto di vista numerico; sistemato l'esercito su tre linee, avanzò fino all'accampamento dei nemici. Solo allora i Germani furono costretti a condurre fuori le loro truppe e si disposero secondo le varie tribù, a pari distanza le une dalle altre: gli Arudi, i Marcomanni, i Triboci, i Vangioni, i Nemeti, i Sedusi, gli Svevi. Tutto intorno collocarono carri e carriaggi, per togliere a chiunque la speranza di fuggire. Sui carri fecero salire le loro donne, che, mentre essi partivano per combattere, piangevano e con le mani protese li imploravano di non renderle schiave dei Romani.

Nova Lexis 1 pagina 245 numero 4

De gallorum dis

Deum maxime Mercurium colunt. Eius sunt plurima simulacra, eum omnium inventorem artium exsistimant, eum viarum atque itinerum ducem, eum ad quaestus pucuniae mercaturasque habere vim summam putant. Post Mercurium Apollinem et Martem et Iovem et Minervam colunt. De eis similem fare reliquis gentibus habent opinionem: nam censent Apollinem morbos depellere, Minervam operum atque artificiorum initia tradere, Iovem imperium caelestium tenere, Martem bella regere.

Degli dei principalmente venerano Mercurio; di lui ci sono numerosissime immagini, lo ritengono inventore di tutte le attività, protettore delle strade e dei viaggi, ritengono che egli abbia una assai grande influenza nei commerci e nei traffici; dopo questo venerano Apollo, Marte, Giove e Minerva. Intorno a questi hanno circa il medesimo concetto degli altri popoli: che Apollo scacci le malattie, Minerva presieda ai principi delle arti e delle malattie, Giove tenga il comando degli dei, Marte presieda alle guerre.

Nova Lexis 1 pagina 226 numero 12

Una pericolosa abitudine dei Galli

Est autem hoc gallicae consuetudinis, ut et viatores etiam invitos consistere cogant et qui qiusque de quaque re audierit aut cognoverit quaerant et mercatores in oppidis vulgus circumsistat quibusque ex regionibus veniant quasque ibi res cognoverint pronuntiare cogant. His rebus atque auditionibus permoti de summis saepe rebus consilia ineunt, quorum eos in vestigio paenitere neccesse est, cum incertis rumoribus serviant et plerique ad voluntatem eorum ficta respondeant

Cesare, che temeva la debolezza di carattere dei Galli, volubili nel prendere decisioni e per lo più desiderosi di rivolgimenti, stimò di non doversi assolutamente fidare di essi. I Galli, infatti, hanno la seguente abitudine: costringono, anche loro malgrado, i viandanti a fermarsi e si informano su ciò che ciascuno di essi ha saputo o sentito su qualsiasi argomento; nelle città, la gente attornia i mercanti e li obbliga a dire da dove provengano e che cosa lì abbiano saputo; poi, sulla scorta delle voci e delle notizie udite, spesso decidono su questioni della massima importanza e devono ben presto pentirsene, perché prestano fede a dicerie infondate, in quanto la maggior parte degli interpellati risponde cose non vere pur di compiacerli.

Nova Lexis 1 pagina 187 numero 196

Orgetorìge convince i suoi a partire

His rebus adducti et auctoritate Orgetorigis permoti constituerant ea quae ad proficiscendum pertineret comparere iumentorum et carrorum maximum numerum coemere, sementes maximas facere,ut in itinere copia frumenti suppeterent,cum proxim civitatibus pacem et amiciam confirmare. Ad eas res confinciendas biennium sibi satis esse duxerunt, quia in tertium annum profectionem lege confirmaturi erant. Ad eas res conficiendas Orgetorix deligitur. Is sibi legationem ad civitates suscepit,In eo itinere persuadet Castico Sequano,cuius pater regnum in Sequanis multos annos obtinuerat et ab senatu populi Romani amicus appelatus erat,ut regnum in civitate sua occuparet, quod pater ante habuerat.

Spinti da queste cose e scossi dal prestigio di Orgetorige stabilirono di preparare quelle cose che servissero per partire, di comprare il maggior numero possibile di carri e di giumenti, di fare le maggiori seminagioni possibili, perché la scorta di cereali bastasse durante la marcia, di rafforzare la pace e l’amicizia con le popolazioni vicine. Per completare quelle cose ritennero esser loro sufficiente un biennio, stabiliscono per legge la partenza per il terzo anno. Per completare quelle cose è scelto Orgetorige. Egli si assume l’ambasceria per le popolazioni. In quel viaggio persuade Castico, seguano, figlio di Catamantalede, il cui padre aveva tenuto il potere per molti anni tra i Sequani e dal senato era stato chiamato amico del popolo romano, di prendere nella sua nazione il potere, che prima aveva avuto il padre.

Nova Lexis Plus Pagina 146 Numero 150
Lectio Facilior L'ora di Traduzione pag 133 n 115

Velocità di azione e di stile di Cesare

Caesari omnia uno tempore erant agenda: vexillum proponendum erat, quod erat insigne, cum ad arma concurri oporteret; signum tuba dandum; abopere revocandi milites erant, qui paulo longius aggeris petendi causa processerant, arcessendi, acies instruenda erat, milites cohortandi erant, signum dandum erat. Quarum rerum magnam partem temporis brevitas et incursus hostium impediebat. His difficultatibus duae res erant subsidio, scientia atque usus militum, quod superioribus proeliis exercitati.

Tutte le cose dovevano essere fatte da Cesare in un solo tempo: una bandiera doveva essere esposta, ciò che era importante, poiché occorreva correre alle armi; il segno doveva essere dato con una tromba; i soldati dovevano essere richiamati dal lavoro, quelli i quali erano andati avanti un poco più lontano per cercare un argine; la truppa doveva essere messa in fila, i soldati dovevano essere esortati, il segnale doveva essere dato. La brevità del tempo e l'assalto dei nemici impedivano parte di queste importanti attività. A queste difficoltà due cose erano di supporto, la conoscenza e l'esperienza dei soldati, perché, esercitati nelle battaglie precedenti

Nova Lexis Plus Pagina 142 Numero 145

Cesare precede Ariovisto

Cum tridui processisset, nuntiatum est ei Ariovistum cum suis omnibus copiis ad occupandum Vesontionem, quod est oppidum maximum Sequanorum, contendere [triduique viam a suis finibus processisse]. Id ne accideret, magnopere sibi praecavendum Caesar existimabat. Namque omnium rerum quae ad bellum usui erant summa erat in eo oppido facultas, idque natura loci sic muniebatur ut magnam ad ducendum bellum daret facultatem, propterea quod flumen [alduas] Dubis ut circino circumductum paene totum oppidum cingit, reliquum spatium, quod est non amplius pedum MDC, qua flumen intermittit, mons continet magna altitudine, ita ut radices eius montis ex utraque parte ripae fluminis contingant, hunc murus circumdatus arcem efficit et cum oppido coniungit. Huc Caesar magnis nocturnis diurnisque itineribus contendit occupatoque oppido ibi praesidium conlocat.

Dopo tre giorni di marcia gli riferirono che Ariovisto era partito dai suoi territori già da tre giorni e si dirigeva con tutte le truppe verso Vesonzione, la più grande città dei Sequani, per occuparla. Cesare giudicò di dover impedire a ogni costo che Vesonzione cadesse. Infatti, nella città si trovava, in abbondanza, tutto ciò che serve in guerra; inoltre, era così protetta dalla conformazione naturale, da permettere con facilità le operazioni belliche: il fiume Doubs la circonda quasi completamente, come se il suo corso fosse stato tracciato con un compasso; dove non scorre il fiume, in una zona che si estende per non più di milleseicento piedi, sorge un monte molto elevato, la cui base tocca da entrambi i lati le sponde del Doubs. Un muro circonda il monte, lo unisce alla città e ne fa una roccaforte. Cesare qui si diresse, a marce forzate di giorno e di notte. Occupò la città e vi pose un presidio.

Nova Lexis Plus Pagina 142 Numero 144

Cesare e i Biturigi

His suppliciis celeriter coacto exercitu Lucterium Cadurcum, summae hominem audaciae, cum parte copiarum in Rutenos mittit; ipse in Bituriges proficiscitur. Eius adventu Bituriges ad Haeduos, quorum erant in fide, legatos mittunt subsidium rogatum, quo facilius hostium copias sustinere possint. Haedui de consilio legatorum, quos Caesar ad exercitum reliquerat, copias equitatus peditatusque subsidio Biturigibus mittunt. Qui cum ad flumen Ligerim venissent, quod Bituriges ab Haeduis dividit, paucos dies ibi morati neque flumen transire ausi domum revertuntur legatisque nostrisrenuntiant se Biturigum perfidiam veritos revertisse. Bituriges eorum discessu statim cum Arvernis coniungunt.

Con queste crudeltà raccolto velocemente un esercito, manda il caduco Lucterio, uomo di somma spregiudicatezza con una parte delle truppe contro i Ruteni; egli parte contro i Biturigi. Al suo arrivo i Biturigi mandano ambasciatori agli Edui, nella cui protezione si trovavano, per chiedere aiuto, per poter sostenere più facilmente le truppe dei nemici. Gli Edui su consiglio degli ambasciatori, che Cesare aveva lasciato presso l’esercito, mandano truppe di cavalleria e di fanteria in aiuto ai Biturigi. Essendo giunti questi al fiume Loira, che divide i Biturigi dagli Edui, fermatisi lì pochi giorni e non osando attraversare il fiume ritornano in patria e riferiscono ai nostri ambasciatori che temendo la slealtà dei Biturigi. I Biturigi alla loro partenza subito si uniscono agli Arverni.

Nova Lexis Plus Pagina 140 Numero 142

Tutti hanno vinto

Sed duobus exercitibus eadem eius diei erat opinio: omnes se superiores discessisse extimabant: Afraniani. quod, cum essent omnium indicio inferiores, comminus tam diu stetissent et nostrorum impetum sustinuissent et initio locum tumulumque tenuissent, quae causa pugnae fuerat, et nostros primo congressu terga vertere coegissent; nostri autem, quod iniquo loco atque impari numero quinque horis proelium sostinuissent, quod montem gladiis destrictis ascendissent, quod ex loco superiore terga vertere adversarios coegissent atque in oppidum compulissent. Illi eum tumulum. pro quo pugnatum est, magnis operibus munierunt praesidiumque ibi posuerunt.

Ma fu opinione comune a entrambe le parti di essere risultate vincitrici di questa giornata: quelli di Afranio poiché sebbene a giudizio di tutti sembrassero essere inferiori avevano resistito per così tanto tempo nel corpo a corpo e avevano sostenuto l'impeto dei nostri e dall'inizio avevano tenuto la posizione e il colle e ciò era stato causa di battaglia e nel primo attacco avevano costretto i nostri a darsi alla fuga; i nostri invece poiché avevano retto per cinque ore a una battaglia in posizione sfavorevole con un numero non pari di forze poiché erano saliti sul monte con le spade in pugno poiché avevano costretto gli avversari a fuggire da un luogo elevato e li avevano respinti in città. I soldati di Afranio fortificarono con grandi opere di difesa quella collinetta per la quale si combatté e vi posero un presidio.

Nova Lexis Plus Pagina 120 Numero 121

Cesare ringrazia per la guerra in Spagna

Caesar contione habita Cordubae omnibus generatim gratias agit: civibus Romanis, quod oppidum in sua potestate studuissent habere; Hispanis, quod praesidia expulissent; Gaditanis, quod conatus adversariorum infregissent seseque in libertatem vindicassent; tribunis militum centurionibusque, qui eo praesidii causa venerant, quod eorum consilia sua virtute confirmavissent.

Convocata in Cordova un'assemblea, Cesare porge a tutti un ringraziamento distinto per singole categorie: ai cittadini romani, poichè si erano impegnati a tenere la città in loro potere, agli Spagnoli, poichè avevano scacciato la guarnigione, agli abitanti di Gades, poichè avevano annientato gli sforzi dei nemici e avevano riacquistato la libertà; ai tribuni dei soldati e ai centurioni, che erano giunti lì per la difesa, poichè avevano appoggiato col loro valore le decisioni di quella gente.

Nova Lexis Plus Pagina 118 Numero 116

CESARE E CATONE A CONFRONTO: IL PUNTO DI VISTA DI SALLUSTIO

Igitur eis genus, aetas, eloquentia, prope aequalia fuere; magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic severitas dignitatem addiderat. Caesar dando, sublevando, ignoscendo, Cato nihil largiundo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare, negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum bellum novum exoptabat ubi virtus enitescere posset. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxume severitatis erat. Non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat. Esse quam videri bonus malebat; ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur.

Quindi ebbero stirpe, età ed eloquenza quasi uguali; identica la grandezza d'animo e la gloria, ma di natura diversa nelle altre cose. Cesare era considerato grande per i benefici e la generosità, Catone invece per l'integrità di vità. Quello divenne famoso per la clemenza e la misericordia, questo per il dignitoso rigore. Cesare conseguì la gloria col dare, con l'aiutare, con il perdonare, Catone con il concedere niente a nessuno. Nell'uno vi era il rifugio per i miseri, nell'altro la rovina per i malvagi; di quello era lodata la condiscendenza, di questo l'inflessibilità. Insomma, Cesare si era proposto di adoperarsi, di vigilare, e, intento negli affari degli amici, di dimenticare i suoi e di non rifiutare niente che fosse degno di dono; per sé desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra dove la (sua) virtù potesse risplendere. Al contrario Catone era incline alla giusta misura, al decoro, ma soprattutto all'inflessibilità. Non combatteva con i ricchi in ricchezza, né in faziosità con il fazioso, ma in valore con il coraggioso, in pudore con il modesto, in probità con l'onesto. Preferiva essere giusto più che sembrarlo; e così, quanto meno ricercava la gloria, tanto più la gloria lo seguiva.
TRIA pagina 349 numero t5
De Catilinae Coniuratione Sallustio

Fiera risposta a Cesare da parte degli ambasciatori Elvezi

Helvetiis Caesar ita respondit: eo sibi minus dubitationis dari, quod eas res, quas legati Helvetii commemorassent, memoria teneret, atque eo gravius ferre, quo minus merito populi Romani accidissent. Qui si alicuius iniuriae sibi conscius fuisset, non fuisse difficile cavere; sed eo deceptum quod neque commissum a se intellegeret quare timeret, neque sine causa timendum putaret. Quod si veteris contumeliae oblivisci vellet, num etiam recentium iniuriarum, quod eo invito iter per provinciam per vim temptassent, quod Haeduos, quod Ambarros, quod Allobroges vexassent, memoriam deponere posse? Quod sua victoria tam insolenter gloriarentur quodque tam diu se impune iniurias tulisse admirarentur, eodem pertinere. Consuesse enim deos immortales, quo gravius homines ex commutatione rerum doleant, quos pro scelere eorum ulcisci velint, his secundiores interdum res et diuturniorem impunitatem concedere. Cum ea ita sint, tamen si obsides ab iis sibi dentur, uti ea quae polliceantur facturos intellegat, et si Haeduis de iniuriis quas ipsis sociisque eorum intulerint, item si Allobrogibus satisfaciant, sese cum iis pacem esse facturum.Divico respondit: ita Helvetios a maioribus suis institutos esse uti obsides accipere, non dare consuerint; eius rei populum Romanum esse testem. Hoc responso dato discessit.

Cesare così rispose agli Elvezi: tanto meno doveva esitare, perché ciò che gli ambasciatori degli Elvezi avevano ricordato era impresso nella sua mente, e quanto minore era stata la colpa del popolo romano, tanto maggior dolore provava lui per la sconfitta: se i Romani avessero avuto coscienza di qualche torto commesso, facilmente si sarebbero tenuti in guardia; ma non pensavano di aver compiuto qualcosa per cui temere, né di dover temere senza motivo, e questo li aveva traditi. E se anche avesse voluto dimenticare le antiche offese, poteva forse rimuovere dalla mente le recenti? Gli Elvezi, contro il suo volere, non avevano cercato di aprirsi a forza un varco attraverso la provincia, non avevano infierito contro gli Edui, gli Ambarri, gli Allobrogi? Che si gloriassero in modo tanto insolente e si stupissero di aver evitato così a lungo la punizione delle offese inflitte, concorreva a uno stesso scopo: gli dèi immortali, di solito, quando vogliono castigare qualcuno per le sue colpe, gli concedono, ogni tanto, maggior fortuna e un certo periodo di impunità, perché abbia a dolersi ancor di più, quando la sorte cambia. La situazione stava così, ma lui era disposto a far pace: gli Elvezi, però, dovevano consegnargli ostaggi, a garanzia che le promesse le avrebbero mantenute, e risarcire gli Edui, i loro alleati e gli Allobrogi per i danni arrecati. Divicone replicò che gli Elvezi avevano imparato dai loro antenati a ricevere, non a consegnare ostaggi; di ciò il popolo romano era testimone. Detto questo, se ne andò.

Nova Lexis 2 Pagina 324 Numero 1

Marsiglia viene risparmiata

Massilienses urbis direptione perterriti inermes cum infulis se porta foras universi proripiunt ad legatos atque exercitum supplices manus tendunt. Qua nova re oblata omnis administratio belli consistit, militesque aversi a proelio ad studium audiendi et cognoscendi feruntur. Ubi hostes ad legatos exercitumque pervenerunt, universi se ad pedes proiciunt; orant, ut adventus Caesaris exspectetur: captam suam urbem videre: opera perfecta, turrim subrutam; itaque ab defensione desistere. Nullam exoriri moram posse, quo minus, cum venisset, si imperata non facerent ad nutum, e vestigio diriperentur. Docent, si omnino turris concidisset, non posse milites contineri, quin spe praedae in urbem irrumperent urbemque delerent. Haec atque eiusdem generis complura ut ab hominibus doctis magna cum misericordia fletuque pronuntiantur. Quibus rebus commoti legati milites ex opere deducunt, oppuguatione desistunt; operibus custodias relinquunt.

I Marsigliesi atterriti per l'eventuale saccheggio della città, inermi si precipitano tutti quanti fuori dalla porta con le sacre bende, tendendo supplichevolmente le mani ai luogotenenti e all'esercito. Presentatasi questa insolita situazione, ogni operazione di guerra viene sospesa e i soldati desistono dal combattimento, mossi dal desiderio di ascoltare e sapere. I nemici, giunti al cospetto dei luogotenenti e dell'esercito, si gettano tutti ai loro piedi; scongiurano di aspettare l'arrivo di Cesare. Essi, dicono, vedono la loro città presa; le opere d'assedio completate, la torre abbattuta e perciò rinunciano alla difesa. Dicono inoltre che, se essi, quando giungerà Cesare, non eseguiranno i suoi ordini, non ci sarà nessun motivo per indugiare nel distruggerla subito, a un suo cenno. Spiegano che, se la torre cadrà del tutto, non si potrà impedire ai soldati, desiderosi di preda, di irrompere nella città, distruggendola. Queste e molte altre simili considerazioni vengono esposte da uomini colti quali erano, con pianti e tono tale da suscitare grande pietà. Commossi da questi pianti e preghiere i luogotenenti ritirano i soldati dalle opere d'assedio, desistono dall'attacco; lasciano posti di guardia innanzi ai lavori.

Nova Lexis 2 Pagina 323 Numero 10

L'Eduo Diviziaco intercede per il fratello Dumnorìge

Diviciacus multis cum lacrimis Caesarem complexus obsecrare coepit ne quid gravius in fratrem statueret: scire se illa esse vera, nec quemquam ex eo plus quam se doloris capere, propterea quod, cum ipse gratia plurimum domi atque in reliqua Gallia, ille minimum propter adulescentiam posset, per se crevisset; quibus opibus ac nervis non solum ad minuendam gratiam, sed paene ad perniciem suam uteretur. Sese tamen et amore fraterno et existimatione vulgi commoveri. Quod si quid ei a Caesare gravius accidisset, cum ipse eum locum amicitiae apud eum teneret, neminem existimaturum non sua voluntate factum; qua ex re futurum uti totius Galliae animi a se averterentur. Haec cum pluribus verbis flens a Caesare peteret, Caesar eius dextram prendit; consolatus rogat finem orandi faciat; tanti eius apud se gratiam esse ostendit uti et rei publicae iniuriam et suum dolorem eius voluntati ac precibus condonet.

Diviziaco, in lacrime, abbracciò Cesare e cominciò a supplicarlo di non prendere provvedimenti troppo rigorosi contro suo fratello: sapeva che era tutto vero, ma nessuno poteva provarne maggior dolore di lui che, godendo di grande influenza nel suo paese e nel resto della Gallia quando suo fratello, ancora molto giovane, non ne possedeva alcuna, lo aveva aiutato ad affermarsi; ed ora egli si serviva delle ricchezze e del potere acquisito non solo per indebolire la sua influenza, ma quasi per preparare la sua rovina. Tuttavia, l'amore fraterno e l'opinione pubblica non potevano lasciarlo indifferente. Se, per mano di Cesare, fosse accaduto qualcosa di grave a Dumnorige, dal momento che lui, Diviziaco, gli era tanto amico, nessuno avrebbe creduto alla sua estraneità, e questo. gli avrebbe procurato l'ostilità di tutti i Galli. Mentre, supplicando, continuava a piangere e parlare, Cesare gli prende la mano, consolandolo, lo prega di non aggiungere altro, gli manifesta una così grande considerazione da perdonare per le sue preghiere e secondo il suo desiderio sia l'offesa recata alla Repubblica sia il suo personale risentimento. Convoca Dumnorige alla presenza del fratello, gli espone ciò che ha da rimproverargli, gli contesta ciò che ha scoperto di persona e le denunce dei suoi concittadini, lo ammonisce perché eviti in futuro di dare adito a sospetti; il passato glielo perdona, in grazia di suo fratello Diviziaco. Pone però Dumnorige sotto sorveglianza, per essere informato delle sue azioni e frequentazioni.

Nova Lexis 2 pagina 321 Numero 6

Un Eduo svela a Cesare un Complotto Antiromano

Tum demum Liscus oratione Caesaris adductus quod antea tacuerat proponit: esse non nullos, quorum auctoritas apud plebem plurimum valeat, qui privatim plus possint quam ipsi magistratus. Hos seditiosa atque improba oratione multitudinem deterrere, ne frumentum conferant quod debeant: praestare, si iam principatum Galliae obtinere non possint, Gallorum quam Romanorum imperia perferre, neque dubitare [debeant] quin, si Helvetios superaverint Romani, una cum reliqua Gallia Haeduis libertatem sint erepturi. Ab isdem nostra consilia quaeque in castris gerantur hostibus enuntiari; hos a se coerceri non posse. Quin etiam, quod necessariam rem coactus Caesari enuntiarit, intellegere sese quanto id cum periculo fecerit, et ob eam causam quam diu potuerit tacuisse.

Solo allora Lisco, spinto dal discorso di Cesare, espone ciò che in precedenza aveva passato sotto silenzio: c'erano degli individui che godevano di grande prestigio tra il popolo e che, pur non rivestendo cariche pubbliche, avevano da privati più potere dei magistrati stessi. Erano loro a indurre la massa, con discorsi sediziosi e proditori, a non consegnare il grano dovuto: sostenevano che, se gli Edui non erano più capaci di conservare la signoria sul paese, era meglio sopportare il dominio dei Galli piuttosto che dei Romani; i Romani, una volta sconfitti gli Elvezi, avrebbero senza dubbio tolto la libertà agli Edui insieme agli altri Galli. E le stesse persone rivelavano ai nemici i nostri piani e tutto ciò che accadeva nell'accampamento. Lisco non era in grado di tenerle a freno, anzi, adesso che era stato costretto a palesare a Cesare la situazione così critica, si rendeva conto di quale pericolo stesse correndo. Ecco il motivo per cui aveva taciuto il più a lungo possibile.

Nova Lexis 2 Pagina 321 Numero 5

Ariovisto non cede: è guerra con i romani di Cesare

Ad haec Ariovistus respondit: ius esse belli, ut qui vicissent, iis quos vicissent, quemadmodum vellent, imperarent; item populum Romanum victis non ad alterius praescriptum, sed ad suum arbitrium imperare consuesse.Si ipse populo Romano non praescriberet quemadmodum suo iure uteretur, non oportere se a populo Romano in suo iure impediri. Haeduos sibi, quoniam belli fortunam temptassent et armis congressi ac superati essent, stipendiarios esse factos. Magnam Caesarem iniuriam facere, qui suo adventu vectigalia sibi deteriora faceret. Haeduis se obsides redditurum non esse neque his neque eorum sociis iniuria bellum inlaturum, si in eo manerent quod convenisset, stipendiumque quotannis penderent. Si id non fecissent, longe his fraternum nomen populi Romani afuturum. Quod sibi Caesar denuntiaret se Haeduorum iniurias non neglecturum, neminem secum sine sua pernicie contendisse. Cum vellet, congrederetur: intellecturum quid invicti Germani, exercitatissimi in armis, qui inter annos xiiii tectum non subissent, virtute possent.

A queste cose Ariovisto rispose: era diritto di guerra, che quelli che avevano vinto comandassero su quelli che avevano vinto, come volessero; ugualmente il popolo romano era solito comandare ai vinti non secondo la decisione di un altro, ma secondo il proprio arbitrio. Se egli non prescriveva al popolo romano come servirsi del proprio diritto, non bisognava che lui fosse ostacolato nel suo diritto dal popolo romano. Gli Edui, poiché avevano tentato la sorte della guerra ed erano venuti alle armi e sconfitti, erano diventati suoi tributari. Cesare gli faceva un grave oltraggio, che col suo arrivo gli rendeva peggiori le sue entrate. Egli non avrebbe restituito agli Edui gli ostaggi e non avrebbe dichiarato guerra né a loro né ai loro alleati contro giustizia, se fossero rimasti a quello che avevano convenuto, ed ogni anno pagassero il tributo. Se non l’avessero fatto, per loro il nome fraterno del popolo romano sarebbe stato molto lontano. Poichè Cesare gli dichiarava che non avrebbe trascurato gli oltraggi degli Edui, nessuno si era misurato con lui senza danno. Volendo, si scontrasse: avrebbe capito cosa potevano in valore i Germani invincibili, molto esercitati nelle armi, che per 14 anni non erano entrati a casa.

Nova Lexis 2 pagina 306 esercizio n.8

Verso la resa dei Pompeiani

Caesar castris potitus a militibus contendit, ne in praeda occupati reliqui negotii gerendi facultatem dimitterent. Qua re impetrata montem opere circummunire instituit. Pompeiani, quod is mons erat sine aqua, diffisi ei loco relicto monte universi iugis eius Larisam versus se recipere coeperunt. Qua re animadversa Caesar copias suas divisit partemque legionum in castris Pompei remanere iussit, partem in sua castra remisit, IIII secum legiones duxit commodioreque itinere Pompeianis occurrere coepit et progressus milia passuum VI aciem instruxit. Qua re animadversa Pompeiani in quodam monte constiterunt. Hunc montem flumen subluebat. Caesar milites cohortatus, etsi totius diei continenti labore erant confecti noxque iam suberat, tamen munitione flumen a monte seclusit, ne noctu aquari Pompeiani possent. Quo perfecto opere illi de deditione missis legatis agere coeperunt. Pauci ordinis senatorii, qui se cum eis coniunxerant, nocte fuga salutem petiverunt.

Cesare, impadronitosi del campo, chiese insistentemente ai soldati, occupati a fare bottino, di non sprecare l'occasione per condurre a termine il resto dell'impresa. Ottenuto ciò, cominciò a fare lavori di fortificazione intorno al monte. I Pompeiani, poiché il monte era senza acqua, non si fidarono a rimanere in quella posizione e, lasciato il monte, tutti insieme cominciarono a dirigersi attraverso le giogaie verso Larissa. Accortosi di ciò, Cesare divise le sue truppe e ordinò a una parte delle legioni di rimanere nel campo di Pompeo, ne rimandò una parte nel proprio accampamento, condusse quattro legioni con sé e per una strada più comoda iniziò a marciare per sbarrare la strada ai Pompeiani. Avanzato seimila passi, schierò le truppe a battaglia. Visto ciò, i Pompeiani si fermarono su un monte, ai piedi del quale scorreva un fiume. Cesare rivolse parole di incoraggiamento ai soldati e, sebbene fossero sfiniti dalla fatica continua di tutta la giornata e ormai si avvicinasse la notte, tuttavia fece isolare con una fortificazione il fiume dal monte perché di notte i Pompeiani non potessero rifornirsi di acqua. Compiuta questa operazione, i Pompeiani cominciarono a trattare la resa mandando ambasciatori. Alcuni esponenti dell'ordine senatorio, che si erano uniti ai Pompeiani, di notte cercarono salvezza nella fuga.

Nova Lexis 2 pagina 298 esercizio n.5