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Potere di oracoli e profezie

Quia Apollinis Delphis oraculum Macedonum regem Philippum admonuit a quadrigae violentia salutem suam custodire rex toto regno disiungi plaustra statuit locumque, qui in Boetia Quadriga vocatur,semper vitavit. Nec tamen periculi genus effugit: nam Pausanias gladio eum occidit et in eius capulo quadrigam caelatam esse tradunt. Tam pertinax necessitas in patre filio Alexandro consimilis apparuit: nam Callanum Indum, ubi sua sponte se ardenti rogo superiecebat, Alexandro dixisse tradunt: "Brevi te videbo"; nec id sine causa, quia post voluntarium eius vitae finem rapida mors alexandri fuit.

Poichè a delfi l'oracolo di Apollo ammonì FIlippo re dei macedoni di custodire la sua salvezza dalla violenza del quadriga il re decise di dividere da tutto il regno i plaustra e evitò sempre il luogo che in beozia era chiamato quadriga. Nè tuttavia sfuggì il genere di pericolo: infatti Pausania lo uccise con la spada e dicono che nel suo capulo sia stata nascosta una quadriga. Allora la pertinace necessità nel padre apparve assai simile nel figlio Alessandro: infatti si dice che un callanum indo, dove di sua spontanea volontà su un rogo ardente superiecebat ad Alessandro abbia detto: ti vedrò brevemente, nè ciò senza motivo, poichè dopo la fine della mia vita volontaria vi fu la rapida morte di Alessandro.

Nova Lexis Plus Pagina 59 Numero 51

La morte di un cane preannuncia una vittoria

Valerius Maximus in factorum et dictorum memorabilium libris multa memorabilia narravit, itaque factum singulare et maxime memorabile L. Paulo consuli evenit. Ubi ei bellum cum rege Perse erat et domum e curia revenerat filiolam suam nomine Tertiam admodum parvulam invenit et eam tristem animadverit eam sic interrogavit “Cur in tuo ore maestitia est?” ei filia respondit “Persa periit”. Puella autem catellum nomine Persam in deliciis habuerat et nunc ille decesserat. Arripuit igitur omen Paulus exque fortuito verbo certam spem clari triumphi animo praesumpsit.

Valerio Massimo nei libri degli eventi e dei detti narrò molte cose memorabili; perciò al console Lucio Paolo accadde un fatto singolare e massimamente memorabile. Quando faceva la guerra contro re Perseo, era tornato a casa dalla curia, trovò la sua figlioletta di nome Terzia, molto piccola, e la vide triste; così la interrogò: "Perché c’è tristezza sul tuo volto?". La figlia gli rispose: "Perseo è morto". Invero la fanciulla aveva avuto nelle grazie un cagnolino di nome Perseo ed ora quello era deceduto. Paolo apprese dunque il presagio e da quella parola fatale presuppose nella mente la concreta speranza di un trionfo insigne.

Nova Lexis Plus Pagina 56 Numero 49

Pudicizia delle antiche romane

Vinum olim Romanis feminis ignotum fuit,ne sclicet in turpe dedecus incurrerent,quia a Libero patre intemperantia et inconcessa venus excitatae sunt.Ceterum ut non tristis earum et horrida pudicitia ,sed honesto comitatis genere temperata esset , et aurum abundantem et multam purpuram adhibebant ,quo formam suam magis concinnam efficerent, summa cum diligentia capillos cinere rutilaverunt: enim tunc subsessorum alienorum matrimoniorum oculi non metuebatur,sed pariter et videre sancte et aspici mutuo pudore custodiebatur.

Il vino una volta fu ignoto alle donne romane, per non incorrere in una turpe vergogna, poichè l'intemperanza e la non concessa bellezza erano state allontanate da Libero. Inoltre affinchè la loro castità non fosse oscura e orrida, ma fosse temperata con onesto ornamento, usavano l'oro abbondante e molta porpora, per rendere la loro persona maggiormente ornata, e rendevano lucenti i capelli con somma diligenza lavandoli con la cenere : infatti allora non erano temuti gli occhi di altri, ma parimente era conservato con reciproco pudere il guardare santamente e l'essere guardate.

Nova Lexis Plus Pagina 55 Numero 46

La longevità dei greci

Gorgias Leontinus, Isocratis et complurium magni ingenii virorum praeceptor, sua sententia felicissimus fuit: nam cum centesimum et septimum ageret annum, interrogatus quapropter tam diu vellet in vita remanere, «Quia nihil» inquit «habeo quod senectutem meam accusem». Quid isto tractu aetatis aut longius aut beatius? Biennio minor Xenophilus Chalcidensis Pythagoricus fuit, sed felicitate non inferior, si quidem, ut ait Aristoxenus musicus, omnis humani incommodi expers in summo perfectissimae doctrinae splendore exstinctus est. Arganthonius autem Gaditanus octoginta annis patriam suam rexit, cum ad imperium quadraginta annos natus accessisset. Cuius rei certi sunt auctores. Asinius etiam Pollio, in tertio historiarum suarum libro centum illum et triginta annos explevisse commemorat.

Gorgia di Lentini, precettore di Isocrate e di parecchi uomini di grande ingegno, fu felicissimo nel suo giudizio: infatti all’età di centosei anni, interrogato sul perché volesse rimanere in vita così a lungo, rispose: «Perché non ho nulla di cui incolpare la mia vecchiaia». Cosa c’è di più lungo e felice di quest’età della vita? Senofilo di Calcide, Pitagorico, fu di due anni più giovane, ma non inferiore quanto a fortuna, se davvero, come afferma il musicista Aristosseno, morì durante il massimo splendore della dottrina più ineccepibile, libero da ogni malattia umana. Argantonio di Cadice, invece, governò la sua patria per ottant’anni, dopo essere salito al potere a quarant’anni. Di tal fatto gli storici sono certi. Anche Asinio Pollione, nel terzo libro della sua opera storica, ricorda che quello raggiunse i centotrenta anni d’età.

Littera Litterae 2D Pagina 157 Numero 2 "Greci più che mai longevi"
Nova Lexis 2 pag.300 esercizio n.10

Due amici

Volumnius, ortus equestri loco, cum M. Lucullum familiariter coluisset eumque M. Antonius, quia Bruti et Cassii partes secutus erat, interemisset, quamvis ei fugere liceret, exanimi amico adhaesit tantumque lacrimarum profudit ut nimia pietate causam sibi mortis arcesseret. Nam propter praecipuam et perseverantem lamentationem ad Antonium perductus est. Postquam in illius conspectu stetit: «Iube me,» inquit «imperator, protinus ad Luculli corpus duci et occidi: neque enim, absumpto illo, superesse debeo, quia ei infelicis auctor militiae exstiti». Quid hac benivolentia fidelius concipi potest? Quo mortem amici miserabiliorem redderet, se ipse accusavit atque inimico invisiorem fecit. Nec Volumnius difficiles Antonii aures habuit: nam illius iussu quo voluerat ductus est et, dexteram Luculli avide osculatus, caput, quod abscisum iacebat, pectori suo adplicavit ac deinde demissam cervicem carnificis gladio praebuit.

Volumnio, nato da una famiglia della nobiltà equestre, poichè frequentò con familiarità Marco Lucullo, e poichè Marco Antonio aveva ucciso questo per avere seguito le fazioni di Bruto e Cassio, nonostante gli fosse consentito scappare, rimase aggrappato all’amico esanime e versò lacrime così copiose che per il troppo attaccamento si procurò la causa della morte . A causa infatti della singolare e protratta manifestazione di dolore fu portato da Antonio. Dopo che si fu trovato davanti a lui, disse: «Ordina, comandante, che io venga portato immediatamente presso il corpo di Lucullo e ucciso: poichè nemmeno io devo rimanere in vita dopo che lui è stato ucciso, dal momento che sono stato per lui come il motivo di una disgraziata campagna di guerra». Cosa si può concepire di più leale rispetto a questa devozione? Per rendere più degna di compassione la morte dell’amico, accusò se stesso e si rese più detestabile al nemico. Nè Volumnio ebbe difficoltà ad ottenere l’attenzione di Antonio: infatti per suo ordine fu condotto dove aveva voluto e, baciata avidamente la mano destra di Lucullo, si strinse al petto la testa che giaceva mozzata, per poi offrire il collo abbassato alla spada del boia.

Nova Lexis (2) Pagina 228 Numero 1

Il tempietto della dea Viriplaca

Vini usus olim Romanis feminis ignotus fuit, ne scilicet in aliquod dedecus prolaberentur, quia proximus a Libero patre intemperantiae gradus ad inconcessam uenerem esse consueuit. ceterum ut non tristis earum et horrida pudicitia, sed [et] honesto comitatis genere temperata esset,- indulgentibus namque maritis et auro abundanti et multa purpura usae sunt - quo formam suam concinniorem efficerent, summa cum diligentia capillos cinere rutilarunt: nulli enim tunc subsessorum alienorum matrimoniorum oculi metuebantur, sed pariter et uidere sancte et aspici mutuo pudore custodiebatur. Quotiens uero inter uirum et uxorem aliquid iurgi intercesserat, in sacellum deae Viriplacae, quod est in Palatio, ueniebant et ibi inuicem locuti quae uoluerant contentione animorum deposita concordes reuertebantur. dea nomen hoc a placandis uiris fertur adsecuta, ueneranda quidem et nescio an praecipuis et exquisitis sacrificiis colenda utpote cotidianae ac domesticae pacis custos, in pari iugo caritatis ipsa sui appellatione uirorum maiestati debitum a feminis reddens honorem.

L'uso del vino era, un tempo, ignoto alle donne romane, naturalmente ad evitare che si lasciassero andare a qualche gesto indecoroso, perché il grado successivo dell'intemperanza che si deve al padre Libero si risolve generalmente nell'amore illecito. Del resto, perché la loro pudicizia non fosse uggiosa e repellente, ma si accompagnasse ad un moderato fascino femminile - col permesso dei loro mariti usavano gioielli d'oro e porpora a profusione -, per rendere più grazioso il loro aspetto si tingevano accuratamente i capelli di rosso: infatti allora non si temevano gli sguardi dei seduttori delle mogli altrui, ma c'era reciproco rispetto e pudore tra gli uomini nel guardare le donne e tra le donne nell'essere guardate. Tutte le volte, poi, che ci fosse un litigio tra marito e moglie, ambedue si recavano nel tempietto della dea Viriplaca, sito sul Palatino e, dopo aver ivi esposto quanto volevano, mettevano da parte ogni ostilità e se ne tornavano a casa d'amore e d'accordo. Si dice che questa dea, indubbiamente veneranda e non so se degna di particolari e scelti sacrifici quale custode della pace quotidiana e domestica, abbia preso nome da tale sua funzione: certo essendo che col suo stesso appellativo essa rende all'autorità dei mariti, nello spirito di un reciproco affetto, l'onore dovuto dalle mogli.

Nova Lexis (2) Pagina 215 Numero 10

Un sogno premonitore pagato con la vita

Cum nondum Dionysius Syracusanorum tyrannus factus erat,Himerae mulier quaedam non obscuri generis inter quietem opinione sua caelum conscendit atque ibi,deorum omnium lustratis sedibus,animadvertit praevalentem virum flavi coloris,lentiginosi oris,ferris catenis vinctum,Iovis solio pedibusque subiectum.Cum femina quaesivisset quisnam esset,audivit illum Siciliae atque Italiae dirum esse fatum solutumque vinculis multis urbibus exitio futurum esse.Quod somnium postero die sermone vulgavit.Postquam deinde fortuna inimica Syracusarum libertati capitibusque insontium infesta DionYsium velut fulmen aliquod caelesti custodia liberatum Syracusanorum tranquillitati iniecit,Himeraeorum moenia,inter effusam ad officium et spectaculum eius turbam,intrantem ut mulier adspexit,hunc esse,quem in quiete viderat,vociferata est.Id cognitum tyranno causam tollendae mulieris dedit.Quid enim intererat Dionysii insontis feminae vitar servare?

Quando Dioniso non era ancora stato eletto tiranno dei Siracusani, ad Imera una donna di famiglia non umile durante il sonno salì col pensiero in cielo e lì, nella splendente dimora di tutti gli dei, notò un uomo valorosissimo biondo, dal volto lentigginoso, legato da catene di ferro, gettato in basso alla soglia e ai piedi di Giove. Avendo la donna domandato chi mai fosse, udì che quello era il terribile destino della Sicilia e dell'Italia e che sarebbe stato pagato con la distruzione di molte città. Il giorno dopo diffuse pubblicamente con un discorso quel sogno. Dopo che poi una sorte nemica agli abitanti di Siracusa e sfavorevole alle teste degli innocenti gettò per la tranquillità dei Siracusani Dioniso come un fulmine liberato dalla custodia celeste, nn appena la donna lo scorse varcare le mura degli abitanti di Imera, tra una folla sparsa per salutarlo e per vederlo, esclamò che questo era colui che aveva visto in sonno. Quel riconoscimento diede motivo al tiranno di sopportare la donna. Cosa interessava a Dioniso di salvare la vita di una donna innocente?

Nova Lexis 2 pag 182 esercizio n 182

Condanna di un venditore poco onesto

Omnium certe interest venditorem bonae fidei semper esse.Qui enim suam rem vendit neque vitia obscurare neque laudes praeter modum celebrare debet ut pluris vendat. Claudius Centumalus ab auguribus iussus est altitudinem domus suae, quam in Caelio monte habebat, summittere, quia his ex arce augurium capientibus officebat, sed vendidit eam Calpurnio Lanario nec indicavit quod imperatum a collegio augurum erat. A quibus Calpurnius demoliri domum coactus, venditorem fraudis accusavit et M.Catonem arbitrum controversiae sumpsit. Cato, ut est edoctus de industria Claudium praedictum sacerdotum suppressisse, continuo dupli illum damnavit, summa quidem cum aequitate, quia bonae fidei venditorem nec commodorum spem augere obscurare ad iustitiam refert.

a tutti certamente interessa che il venditore sia sempre di buona fiducia. Infatti chi vende le proprie cose nè deve nascondere i difetti nè celebrare troppo le lodi per vendere di più. Claudio Centumalo fu comandato dagli auguri di abbassare l'altezza della sua casa, che aveva sul monte celio, perchè a questi dalla rocca (officiebat) ai (capientibus) l'augurio, ma la vendette a Lanario nè indicò il fatto ciò che gli era stato comandato dal collegio degli auguri. Dai quali Calpurnio fu costretto a demolire la casa, accusò di frode il venditore e prese il giudizio Catone. Catone, quando informò Claudio Centumalo, avendo intenzione di vendere la casa, che per ordine dei sacerdoti la casa andava distrutta, subito stabilì che da Centumalo doveva essere dato il doppio all'acquirente. O sentenza piena di prudenza e ingiustizia! E necessario infatti che nei venditori ci sia sempre la buona fede, e non bisogna accrescere la speranza di vantaggi e non bisogna oscurare la conoscenza degli inconvenienti.

Nova Lexis 2 pagina 180 esercizio 7

Eroica sopportazione di un giovane macedone

Valerio Massimo, Detti e fatti memorabili, III, 3-1
Vetusto Macedoniae more regi Alexandro nobilissimi pueri praesto erant sacrificanti. e quibus unus turibulo arrepto ante ipsum adstitit. in cuius brachium carbo ardens delapsus est. quo etsi ita urebatur, ut adusti corporis eius odor ad circumstantium nares perueniret, tamen et dolorem silentio pressit et brachium inmobile tenuit, ne sacrificium Alexandri aut concusso turibulo impediret aut edito gemitu re
  • gio aspergeret. rex, quo patientia pueri magis delectatus est, hoc certius perseuerantiae experimentum sumere uoluit: consulto enim sacrificauit diutius nec hac re eum proposito repulit. si huic miraculo Dareus inseruisset oculos, scisset eius stirpis milites uinci non posse, cuius infirmam aetatem tanto robore praeditam animaduertisset.

    Secondo un'antica usanza macedone, giovani particolarmente valorosi e nobili dovevano essere a disposizione [lett. erano a…] del re Alessandro mentre quello sacrificava [sacrificanti, part. pres. dat.] (agli dei). Uno di essi, preso il turibolo [era l'incensiere, cioè il contenitore degl'incensi], si mise dritto proprio davanti al re [lett. a lui]. (Per disattenzione) del carbone ardente gli cadde su un braccio: (il braccio) si ustionava a tal punto che l'odore della pelle bruciata [lett. del suo corpo bruciato] fu avvertito dai presenti [lett. giunse alle narici dei presenti, di coloro che stavano attorno]: eppure (il giovane) soffocò il dolore e mantenne il braccio immobile, sia per non interrompere [ne… impediret] il sacrificio di Alessandro facendo cadere il turibolo [concusso turibulo], sia per non violare l'atmosfera sacrale [re
  • gio aspergeret] emettendo un grido (di dolore). Il re, particolarmente compiaciuto della capacità di resistenza del giovane, volle sottoporlo ad un esperimento per accertarne ancor più la resistenza [lett. di più certa…; ho preferito una traduzione leggermente libera]: infatti, a bella posta [consulto, è avv.] prolungò il sacrificio, né fece liberare il giovane da quella situazione [anche qui ho preferito una traduzione a senso]. Se Dario avesse potuto vedere [lett. avesse visto] un simile fatto straordinario, avrebbe capito che i soldati macedoni non potevano essere sconfitti, avendo compreso che (già) un'età (così) giovane possedeva una simile forza.

    Nova Lexis 2 pag 117 esercizio n 5
  • Esempio di Humanitas dei romani

    Africani Minoris humanitas speciose lateque patuit. Expugnata enim Carthagine ad Siciliae civitates litteras misit ut ornamenta templorum, a Poenis rapta, per legatos recuperarent inque pristinis suis sedibus reponenda curarent. Maxime enim hoc populum Romanum decere putabat. Eiusdemque humanitatis alterum exemplum praeclarum edidit. Cum enim inter captivos, qui a questore sub hasta venibant, puerum eximiae formae et liberalis habitus vidisset, de eo amplius explorari iussit. Cum autemedoctus esset eum Numidam esse, orbum relictum a patre, educatumque apud avunculum Masinissam et, eo ignorante, iuvenili temeritate adversus Romanos congredi voluisse, errori et aetati illius veniam dandam et amicitiae Masinissae, regis fidissimi populo Romano, debitam venerationem tribuendam esse existimavit. Itaque puerum anulo fibulaque aurea et tunica laticlavia donavit, delectis equitibus qui eum ad Masinissam referrent. Non enim eum fugiebat esse maximos fructus victoriae restituere regi amico sanguinem suum.

    L’humanitas [nella sua pregnanza, praticamente intraducibile] dell’Africano Minore si manifestò in tutta la sua bellezza e larghezza: espugnata Cartagine, inviò dispacci alle città siciliane, affinché – per mezzo dei (loro) legati - recuperassero gli ornamenti dei (loro) templi, (ornamenti) trafugati dai Cartaginesi, e provvedessero a riporli al loro posto. (L’Africano Minore) riteneva, infatti, che questo (atto) molto si addicesse al(la rispettabilità del) popolo romano.
    (Egli, inoltre) fornì un ulteriore esempio di pari humanitas [E’ il seguente]. Avendo scorto, tra i prigionieri venduti all’asta dal questore, un giovane di bell’aspetto e di buona indole, chiese su di lui maggiori ragguagli. Saputo ch’era numida, orfano di padre ed educato dallo zio materno Masinissa e che, a sua [di Masinissa] insaputa, pieno di giovanile temerarietà, aveva voluto combattere contro i Romani, (l’Africano) pensò di dovergli perdonare l’errore e la giovane età [ovvero, l’errore dovuto ad intemperanza giovanile] e di dover fare un atto di doveroso omaggio nei confronti di Masinissa, re fedelissimo a Roma. Pertanto, donò al giovane un anello, una fibbia d'oro, un laticlavio, e e lo affidò a dei cavalieri incaricati di riaccompagnarlo presso Masinissa, stimando che i frutti migliori di una vittoria fossero restituire al re amico un suo loro congiunto per vincolo di sangue.
    Valerio Massimo

    da Nova Lexis 2 pag.157 esercizio 9

    Due amici

    Volumnius, ortus equestri loco, cum M. Lucullum familiariter coluisset eumque M. Antonius, quia Bruti et Cassii partes secutus erat, interemisset, quamvis ei fugere liceret, exanimi amico adhaesit tantumque lacrimarum profudit ut nimia pietate causam sibi mortis arcesseret. Nam propter praecipuam et perseverantem lamentationem ad Antonium perductus est. Postquam in illius conspectu stetit: «Iube me,» inquit «imperator, protinus ad Luculli corpus duci et occidi: neque enim, absumpto illo, superesse debeo, quia ei infelicis auctor militiae exstiti». Quid hac benivolentia fidelius concipi potest? Quo mortem amici miserabiliorem redderet, se ipse accusavit atque inimico invisiorem fecit. Nec Volumnius difficiles Antonii aures habuit: nam illius iussu quo voluerat ductus est et, dexteram Luculli avide osculatus, caput, quod abscisum iacebat, pectori suo adplicavit ac deinde demissam cervicem carnificis gladio praebuit.

    Volumnio, nato da una famiglia della nobiltà equestre, poichè frequentò con familiarità Marco Lucullo, e poichè Marco Antonio aveva ucciso questo per avere seguito le fazioni di Bruto e Cassio, nonostante gli fosse consentito scappare, rimase aggrappato all’amico esanime e versò lacrime così copiose che per il troppo attaccamento si procurò la causa della morte . A causa infatti della singolare e protratta manifestazione di dolore fu portato da Antonio. Dopo che si fu trovato davanti a lui, disse: «Ordina, comandante, che io venga portato immediatamente presso il corpo di Lucullo e ucciso: poichè nemmeno io devo rimanere in vita dopo che lui è stato ucciso, dal momento che sono stato per lui come il motivo di una disgraziata campagna di guerra». Cosa si può concepire di più leale rispetto a questa devozione? Per rendere più degna di compassione la morte dell’amico, accusò se stesso e si rese più detestabile al nemico. Nè Volumnio ebbe difficoltà ad ottenere l’attenzione di Antonio: infatti per suo ordine fu condotto dove aveva voluto e, baciata avidamente la mano destra di Lucullo, si strinse al petto la testa che giaceva mozzata, per poi offrire il collo abbassato alla spada del boia.

    da Littera Litterae pag 26 n.10 Nova Lexis 2 pag 228-229 n.1

    Esempi di schiavi fedeli ed eroici

    Caio Gracco temendo di giungere in potere dei nemici offrì al suo servo Filocrate il collo da tagliare. Dopo aver tagliato questo con 1 colpo veloce spinse nel suo cuore la spada che grondava del sangue del padrone altri ritengono che questo si fosse chiamato Euporo: io non discuto affatto riguardo al nome,soltanto però mi stupisco della forza della fedeltà del servo.
    Mentre Plozio Planco, dopo essere stato bandito dai triumviri, latitava nella regione salernitana, manifestò una difesa della (propria) salvezza tenuta nascosta da uno stile di vita più elegante e dall'odore di unguento: infatti grazie a codeste tracce di coloro che inseguivano i sciagurati, *[un'indagine condotta sagacemente individò/fiutò il covo nascosto della fuga di quello].i servi del latitante, catturarti da quelli e a lungo tormentati/torturati, dicevano di nn sapere dove fosse il padrone. D'allora Planco nn sopportò che dei servi tanto fedeli e di così buon esempio venissero torturati ulteriormente, ma avanzò nel mezzo e gettò il collo alle spade dei soldati. Quella prova di benevolenza reciproca rese difficile riconoscere (lett. che si riconoscese), se il padrone fu abbastanza degno da sperimentare/mettere alla prova la fedeltà tanto irremovibile dei servi, oppure se i servi furono abbastana degni da essere liberati dalla crudeltà dell'interrogatorio grazie alla tanto giusta misericordia del padrone.

    C.Gracchus ,timens ne in potestatem inimicorum perveniret,Philocrati servo suo cervices incidendas praebuit.Quas cum celeri ictu abscidisset ,gladium cruore domini manantem per sua egit praecordia.Euporum alii hunc vocitatum existimant :ego de nomine nihil disputo,famularis tantum modo fidei robur admiror.
    Cum Plotius Plancus a triumviris proscriptus ,in regione Salernitana lateret, delicatiore vitae genere et odore unguenti occultam salutis custodiam detexit: istis enim vestigiis eorum, qui miseros persequebantur, sagax inducta cura abditum fugae eius cubile odorata est. A quibus conprehensi servi latentis multumque ac diu torti negabant se scire ubi dominus esset. Non sustinuit deinde Plancus tam fideles tamque boni exempli seruos ulterius cruciari, sed processit in medium iugulumque gladiis militum obiecit. Quod certamen mutuae benevolentiae arduum dignosci facit utrum dignior dominus fuerit, qui tam constantem servorum fidem experiretur, an servi, qui tam iusta domini misericordia quaestionis saeuitia liberarentur. Valerio Massimo

    da Nova Lexis pag.75 esercizio 14

    La pietas degli sciti

    La pietas degli sciti

    Do piacevolmente testimonianza della pietas degli sciti. Avendo Dario, re dei persiani, invaso con un grande esercito la loro regione, gli sciti, (detrectantes) il combattimento e indietreggiando un po', erano giunti alle ultime parti della regione. Interrogati dal re attraverso gli ambasciatori su quando avrebbero posto fine al fuggire e quando avrebbero dato inizio al combattere, gli sciti risposero di non avere città, campi, culti per i quali combattere: allora tuttavia invadendo quelli in quella regione dove erano i monumenti degli avi e parnti, Dario avrebbe saputo in che modo gli sciti fossero soliti combattere. Prima infatti e ottima è la natura della pietas, che con nessun uso di libri, con le proprie e tacite forze, infonde pietà verso i genitori, figli nei cuori di tutti gli uomini



    Scytharum pietatis libenter testimonium reddo.Cum Dareus,Persarum rex,cum ingenti exercitu eorum regionem invasisset,Scythae,proelium detrectantes atque paulatim recedentes,ad ultimas regionis partes iam pervenerant.Interrogati deinde a rege per legatos quando finem fugiendi aut quando initium pugnandi facturi essent,Scythae responderunt se nec urbes ullas nec agros cultos,pro quibus dimicarent ,habere:nunc tamen cum ipsi in regionem illam pervenissent ubi maiorum et parentum monumenta erant,Dareum sciturum (esse) quemadmodum Scythae proeliari solerent.Quo responso illa immanis et barbara gens ab omni feritatis crimine se redemit.Prima enim et optima pietatis magistra natura est,quae nullo usu litterarum indigens propiis ac tacitis viribus,pietatem erga parentes liberosque pectoribus omnium hominum infundit.

    Da nova lexis e da expedite tomo 2 pag202 Valerio Massimo

    La saggezza degli antichi

    Talete, interrogato se le azioni degli uomini fossero nascoste agli dèi, rispose: "Nemmeno le cose pensate degli uomini". Pertanto vogliamo avere pure non solo le mani, ma anche le menti, poiché crediamo che la divinità celeste partecipi ai nostri segreti pensieri. Ma nemmeno siò che segue è meno saggio. Il padre Temistocle pensava all?unica figlia se maritarla ad uno povero ma dignitoso oppure ad uno ricco ma poco onesto. Egli le disse: "Preferisco un uomo privo di denaro che denaro privo di uomo". Ciò detto raccomandò di scegliere un genero sciocco piuttosto che le ricchezze del genero. Appare saggio anche un detto di Demade: infatti agli Ateniesi che non volevano concedere onori divini ad Alessandro, disse: "Fate in modo che, mentre custodite il cielo, non perdiate la terra".

    Thales,interrogatus an facta hominum deos fallerent, "Ne cogitata hominum quidem" respondit. Itaque non solum manus, sed etiam mentes puras habere volumus, cum secretis cogitationibus nostris caeleste nemen adesse credamus. Ac ne quod sequitor quidem minus sapiens. Unicae filiae pater Themistoclen consulebat utrum eam pauperi, sed ornato, an locupleti parum probato conclaret. Cui is "Malo" inquit "virum indigentem pecunia quam pecuniam viro".
    Quo dicto stultum monuit ut generum potius quam divitias generi legeret. Demadis quoque dictum sapiens apparet: nolentibus enim Atheniensibus divinos honores Alexadro decernere, "Videte" inquit "ne,dum coelum custoditis, terram amittatis". Valerio Massimo

    da Nova Lexis pag.18 esercizio 6