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De Coniuratione Catilinae, 54 “Cesare e Catone” di Sallustio

Igitur iis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii.
Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato.
Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic seueritas dignitatem addiderat.
Caesar dando subleuando ignoscendo, Cato nihil largiendo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies.
Illius facilitas, huius constantia laudabatur.
Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare; negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum exoptabat, ubi virtus enitescere posset.
At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxime seueritatis erat; non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat; esse quam videri bonus malebat: ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur.
Dunque, essi, furono pressoché uguali per età, nascita e eloquenza, pari per grandezza d’animo, parimenti per fama ma era diversa per ciascuno dei due.
Cesare era considerato grande per i suoi privilegi e la sua generosità, Catone per la sua integrità di vita.
Quello fu reso famoso dalla mitezza e generosità, a questo aveva aggiunto dignità il rigore morale.
Cesare conseguì la gloria con la prodigalità, con il soccorso prestato ad altri, con il perdono, Catone non elargendo niente. Nell’uno c’era rifugio per i miseri, nell’altro la rovina per i malvagi.
Di quello era lodata la condiscendenza, dell’altro la tenacia.
Insomma, Cesare si era proposto di lavorare, vegliare e di trascurare i propri interessi per gli affari degli amici, non rifiutava niente che fosse adatto per essere dato in dono. Per sé desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra in cui il suo valore avesse la possibilità di risplendere.
Catone, invece, aveva amore per la modestia, la dignità e la severità. Non lottava col ricco per la ricchezza, né col fazioso per gli intrighi; ma con il valoroso per la virtù, con il modesto per il pudore, con l’onesto per l’integrità. Preferiva essere retto più che sembrarlo, così che egli quanto meno inseguiva la fama, tanto più se la guadagnava.

Prodigi nell'anno di arrivo di Ottaviano a Roma

Igitur, postquam comitia habita sunt, consules declarantur M. Tullius et C. Antonius. Id primo populares coniurationes concusserat. Neque tamen Catilinae furor minuebatur, sed in dies multa egitabat: dicebant eum arma per Italiam locis opportunis parare, pecuniam sua aut amicorum fide sumptam mutuam Faesulas ad Manlium portare. Ea tempestate multos omnis generis homines ad adscivisse sibi tradunt, mulieres etiam multas; eae primo ingentes sumptus stupro corporis toleraverant, post ubi aetas tantummodo quaestui neque luxiuriae modum facerat, aes alienum grande conflaverant. Per eas se Catilina credebat posse servitia urbana sollicitare, urbem incentere, viros earum vel adiungere sibi vel interficere.

Dunque, dopo che i comizi si erano riuniti, vennero dichiarati consoli M Tullio e C Antonio. Questo fatto, in un primo momento aveva scosso i complici della cospirazione. Ne tuttavia veniva indebolita la rabbia di Catilina, ma di giorno in giorno aumentava. distribuì le armi per i luoghi più strategici dell’Italia, portò il uo denaro e quello degli amici in prestito per fede a Fiesole, a Manlio, che, dopo, fu il fautore della guerra. Dicono che molti uomini di ogni genere ascrivesse a lui, anche molte donne , che in un primo momento avevano tollerato ingenti spese per lo stupro del corpo, dopo, infiammarono il debito in modo grandioso, quando solamente l’età ne aveva fatto un modo di guadagno e non di lussuria. Attraverso di loro, Catilina pensava potesse sollecitare le servitù urbane, incendiare la città, e uccidere o stringere a se i suoi uomini valorosi.

Nova Lexis Plus Pagina 68 Numero 60

Sallustio dalle Historiae, Epistula Mithridatis

Lettera di Mitridate

Il re Mitridate al re Arsace salute. – Tutti coloro che in momenti di prosperità sono richiesti di un’alleanza di guerra, debbono considerare se sia loro possibile conservare allora la pace, e poi se ciò che loro si chiede sia abbastanza giusto, sicuro, glorioso o disonorevole. Se tu potessi goderti una pace senza fine, se non vi fosse un nemico così scellerato ma esposto a un tuo attacco, se una nobile fama non ti dovesse derivare dall’aver battuti i Romani, non oserei io chieder la tua alleanza e invano spererei di fonder la mia mala sorte con la tua prosperità. E quegli stessi argomenti che sembrerebbero poterti trattenere – l’ira contro Tigrane per l’ultima guerra, e il mio poco prospero stato -, se tu vorrai argomentar veracemente, son proprio quelli che più d’ogni altra cosa incitare ti debbono. Però che colui, per esserti colpevole, accetterà l’alleanza comunque tu l’imporrai; quanto a me, la fortuna, dopo tante perdite, mi ha fatto esperto nel dar buoni consigli; e, cosa desiderabile per chi è in auge, io, benché non sia il più forte, offro un esempio, con cui tu potrai più opportunamente le cose tue ordinare.

Giacché i Romani, un solo e ormai vecchio motivo hanno di far guerra alle nazioni, ai popoli, ai re tutti quanti: la smisurata brama di dominio e di ricchezze. Per questa essi da prima mossero guerra a Filippo re dei Macedoni, mentre, premunti dai Cartaginesi, gli si simulavano amici. E quando Antioco avanzò in aiuto di lui, con la concessione dell’Asia a frode ne lo allontanarono; ma, appena battuto Filippo, ei si trovò spogliato di tutto il territorio di qua dal Tauro e di diecimila talenti. Poscia, dopo molti e vari scontri, Perseo, figlio di Filippo, si consegnò loro a patti, sulla fede degli dèi di Samotracia; ma essi, astuti, e inventori di perfidie, poiché nei patti gli avean concesso la vita, d’insonnia lo fecero morire. Eumene, della cui amicizia boriosi si millantano, da prima lo consegnarono ad Antioco come prezzo della pace; di poi, trattandolo come custode di un territorio occupato, a forza di estorsioni e di oltraggi, di re che era lo fecero il più miserevole degli schiavi, e, falsificato un empio testamento, il figlio di lui, Aristonico, perché aveva richiesto il regno del padre, come un nemico trasser in trionfo, e l’Asia cinsero come d’assedio. Da ultimo, morto Nicomede, misero a sacco la Bitinia, quantunque un suo figlio fosse senz’ombra di dubbio nato da Nisa, che egli aveva nominata regina.

E debbo proprio portare in causa me stesso? Da ogni parte, regni e tetrarchie mi separavan dall’impero loro; ma perché avevo fama d’esser ricco e non disposto a servire, per mezzo di Nicomede mi provocarono a guerra; e pure egli non era ignaro del loro crimine, e aveva attestato – come accadde – che soli fra tutti i Cretesi e il re Tolomeo rimanevano liberi in quella contingenza. Ma io, vendicata l’ingiuria di Nicomede, lo cacciai dalla Bitinia, ripresi l’Asia, spoglia rapita al re Antioco, e da grave servitù la Grecia liberai. Avevo ben cominciato; ma Archelao, l’ultimo degli schiavi, consegnando loro il mio esercito, mi fermò. E coloro che per ignavia o per calcolo malvagio, pensando d’essere al sicuro a mie spese, si astennero dalle armi, ora ne pagano amarissimo il fio: Tolomeo a prezzo di giorno in giorno rinvia la guerra, i Cretesi, già una volta vinti, non avranno altra fine che lo sterminio. Quanto a me, bene intendendo che le loro discordie intestine erano più una dilazion della guerra che una pace sicura, malgrado il rifiuto di Tigrane, che troppo tardi approva ora i miei detti, benché tu fossi lontano e remoto e tutti gli altri soggetti, tuttavia ricominciai la guerra, e presso Calcèdone sbaragliai per terra Marco Cotta, il romano duce, e per mare lo spogliai di una bellissima flotta. Mentre davanti a Cizico con un grande esercito prolungavo l’assedio, mi mancarono i viveri, senza che nessuno dei vicini mi venisse in aiuto, mentre l’inverno mi chiudeva i mari. Così, senza che il nemico mi vi costringesse, mi apprestai a tornare nel regno paterno; ma in due naufragi presso Paro e presso Eraclea perdetti con le flotte il fior dei soldati. Ricostituito di poi presso Cabera l’esercito, e dopo alcuni scontri con esito alterno fra me e Lucullo, ambedue fummo dalla carestia sorpresi. Egli aveva lì presso il regno di Ariobarzane, non ancor tocco dalla guerra; io trovandomi cinto d’ogni parte da terre devastate, mi ritirai in Armenia. E i Romani, seguendo non me, ma l’uso loro di sovvertir tutti i regni, dopo aver impedito alle nostre masse di combattere serrandole in posizioni anguste, ostentan come loro vittoria l’imprevidenza di Tigrane.

Ed ora poni mente, ti prego: quand’io sarò schiacciato, credi tu di esser più solido per la resistenza o che ne derivi la fine della guerra? Sì, io so che tu hai gran copia di uomini, d’armi e di oro: onde noi ti invochiamo alleato, mentre quelli ti braman lor preda. Del resto, il mio piano è questo. Il regno di Tigrane è ancora intatto, i miei soldati son bene esperti di guerra; lontani da voi, con poca fatica, coi nostri corpi, noi termineremo la guerra. Ma questa non possiamo né vincerla né perderla senza un tuo grave rischio. Ignori dunque che i Romani, fermati dall’Oceano nella marcia verso occidente, l’armi loro hanno verso di noi rivolte? che fin da principio nulla per loro vi fu, patria, mogli, terre, potenza, che rapinato non fosse? che vagabondi un tempo, senza patria e bastardi, si sono uniti per esser la peste della terra? che non si lascian fermare da nessuna legge umana e divina nell’assorbire e annientare alleati ed amici, vicini e lontani, deboli e forti? e che chiunque non obbedisce loro, i re anzitutto, è un nemico? Ora, pochi popoli voglion la libertà; i più si contentano di una giusta signoria: noi siam sospetti come rivali e come – un giorno – futuri vendicatori. E tu, che hai Seleucia, la regina delle città, che hai il regno di Persia per opulenza famoso, che ti aspetti da loro se non l’inganno oggi e la guerra domani? I Romani han pronte le armi contro tutti, ma più furibonde contro coloro da cui la vittoria potrà trarre un bottino più grande. Grandi si son fatti con l’audacia e con l’inganno e con l’intrecciar guerre alle guerre. Con questa codotta, o annienteranno tutto o periranno. E ciò non sarà difficile, se tu dalla Mesopotamia e noi dall’Armenia avvolgeremo un esercito che non ha viveri né aiuti, ma che la fortuna o i nostri errori hanno lasciato intatto fin oggi. E tu avrai la gloria d’esser partito in soccorso di due grandi re e di aver così schiacciato i ladroni delle genti. Fàllo, dunque; te lo consiglio, te ne esorto, salvoché tu non preferisca differir con la nostra ruina la tua, anziché, alleato con noi, riuscir vincitore.

Rex Mithridates regi Arsaci salutem. Omnes, qui secundis rebus suis ad belli societatem orantur, considerare debent, liceatne tum pacem agere, dein, quod quaesitur, satisne pium tutum gloriosum an indecorum sit. Tibi si perpetua pace frui licet, nisi hostes opportuni et scelestissumi, egregia fama, si Romanos oppresseris, futura est, neque petere audeam societatem et frustra mala mea cum bonis tuis misceri sperem. Atque ea, quae te morari posse videntur, ira in Tigranem recentis belli et meae res parum prosperae, si vera existumare voles, maxume hortabuntur. Ille enim obnoxius qualem tu voles societatem accipiet; mihi fortuna multis rebus ereptis usum dedit bene suadendi et, quod florentibus optabile est, ego non validissumus praebeo exemplum, quo rectius tua conponas. Namque Romanis cum nationibus populis regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est: cupido profunda imperi et divitiarum. Qua primo cum rege Macedonum Philippo bellum sumpsere, dum a Carthaginiensibus premebantur, amicitiam simulantes. Ei subvenientem Antiochum concessione Asiae per dolum avortere, ac mox fracto Philippo Antiochus omni cis Taurum agro et decem milibus talentorum spoliatus est. Persen deinde, Philippi filium, post multa et varia certamina apud Samothracas deos acceptum in fidem callidi et repertores perfidiae, quia pacto vitam dederant, insomniis occidere. Eumen, quoius amicitiam gloriose ostentant, initio prodidere Antiocho pacis mercedem; post, habitum custodiae agri captivi, sumptibus et contumeliis ex rege miserrumum servorum effecere, simulatoque inpio testamento filium eius Aristonicum, quia patrium regnum petiverat, hostium more per triumphum duxere; Asia ab ipsis obsessa est. Postremo Bithyniam Nicomede mortuo diripuere, quom filius Nysa, quam reginam appellaverat, genitus haud dubie esset. Nam quid ego me appellem? quem diiunctum undique regnis et tetrarchiis ab imperio eorum, quia fama erat divitem neque serviturum esse, per Nicomedem bello lacessiverunt, sceleris eorum haud ignarum et ea, quae adcidere, testatum antea Cretensis, solos omnium liberos ea tempestate, et regem Ptolemaeum. Atque ego ultus iniurias Nicomedem Bithynia expuli Asiamque, spolium regis Antiochi, recepi et Graeciae dempsi grave servitium. Incepta mea postremus servorum Archelaus exercitu prodito inpedivit. Illique, quos ignavia aut prava calliditas, ut meis laboribus tuti essent, armis abstinuit, acerbissumas poenas solvunt, Ptolemaeus pretio in dies bellum prolatans, Cretenses inpugnati semel iam neque finem nisi excidio habitur. Equidem quom mihi ob ipsorum interna mala dilata proelia magis quam pacem datam intellegerem, abnuente Tigrane, qui mea dicta sero probat, te remoto procul, omnibus aliis obnoxiis, rursus tamen bellum coepi, Marcumque Cottam, Romanum ducem, apud Calchedona terra fudi, mari exui classe pulcherruma. Apud Cyzicum magno cum exercitu in obsidio moranti frumentum defuit, nullo circum adnitente; simul hiems mari prohibebat. Ita sine vi hostium regredi conatus in patrium regnum naufragiis apud Parium et Heracleam militum optumos cum classibus amisi. Restituto deinde apud Caberam exercitu et variis inter me atque Lucullum proeliis inopia rursus ambos incessit. Illi suberat regnum Ariobarzanis bello intactum, ego vastis circum omnibus locis in Armeniam concessi. Secutique Romani non me, sed morem suom omnia regna subvortundi, quia multitudinem artis locis pugna prohibuere, inprudentiam Tigranis pro victoria ostentant. Nunc quaeso considera, nobis oppressis utrum firmiorem te ad resistundum an finem belli futurum putes? scio equidem tibi magnas opes virorum, armorum et auri esse; et ea re a nobis ad societatem, ab illis ad praedam peteris. Ceterum consilium est. Tigranis regno integro meis militibus procul ab domo [parvo labore] per nostra corpora bellum conficere, quo[m] neque vincere neque vinci sine tuo periculo possumus. An ignoras Romanos, postquam ad occidentem pergentibus finem Oceanus fecit, arma huc convortisse? neque quicquam a principio nisi raptum habere, domum coniuges agros imperium? convenas olim sine patria parentibus, peste conditos orbis terrarum; quibus non humana ulla neque divina obstant, quin socios amicos, procul iuxta sitos, inopes potentisque trahant excindant, omniaque non serva et maxume regna hostilia ducant? namque pauci libertatem, pars magna iustos dominos volunt; nos suspecti sumus aemuli et in tempore vindices adfuturi. tu vero, quoi Seleucea, maxuma urbium, regnumque Persidis inclutis divitiis est, quid ab illis nisi dolum in praesens et postea bellum expectas? Romani arma in omnis habent, acerruma in eos, quibus victis spolia maxuma sunt; audendo et fallundo et bella ex bellis serundo magni facti: per hunc morem extinguent omnia aut occident ... quod haud difficile est. Si tu Mesopotamia, nos Armenia circumgredimur exercitum sine frumento, sine auxiliis, fortuna aut nostris vitiis adhuc incolumem. Teque illa fama sequetur, auxilio profectum magnis regibus latrones gentium oppressisse. Quod uti facias, moneo hortorque, neu malis pernicie nostra tuam prolatare quam societate victor fieri.

Sallustio dalle Historiae, Epistula Mithridatis

La correzione della lotta politica: le fazioni

Ceterum mos partium et factionum ac deinde omnium malarum artium paucis ante annis Romae evenit otio atque abundantia. Nam antequam Carthago deleta est, populus et senatus Romanus placide modesteque inter se rem publicam tractabant, neque gloriae neque dominationis certamen inter cives erat: metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido mentibus decessit, lasciva atque superbia incesserunt. Ita nobilitas dignitatem, populus libertatem in libidinem vertebat. Ita omnia in duas partes abstracta sunt, res publica dilacerata. Ceterum nobilitas factione magis pollebat, plebis vis soluta atque dispersa in multitudine erat et minus poterat.

Del resto, la divisione invalsa fra partito popolare e fazione nobiliare, con tutte le sue conseguenze negative, aveva avuto inizio in Roma pochi anni prima, causata dalla pace e dall'abbondanza di tutti quei beni che gli uomini considerano di primaria importanza. Prima della distruzione di Cartagine, il popolo e il senato di Roma governavano insieme la repubblica in armonia e con moderazione e i cittadini non lottavano tra loro per ottenere onori e potere: il timore dei nemici ispirava ai cittadini una giusta condotta. Ma svanito quel timore dai loro animi, subentrarono, com'è naturale, la dissolutezza e la superbia, compagne inseparabili della prosperità.

Nova Lexis Plus Pagina 46 Numero 36

Imperialismo romano (dalle Historiae, Sallustio)

Namque Romanis cum nationibus, populis, regibus cunctis una et ea vetus causa bellandi est, cupido profunda imperi et divitiarum; qua primo cum rege Macedonum Philippo bellum sumpsere, dum a Carthaginiensibus premebantur amicitiam simulantes. Ei subvenientem Antiochum concessione Asiae per dolum avortere, ac mox fracto Philippo Antiochus omni cis Taurum agro et decem milibus talentorum spoliatus est. Persen deinde, Philippi filium, post multa et varia certamina apud Samothracas deos acceptum in fidem, callidi et repertores perfidiae, quia pacto vitam dederant, insomniis occidere. Eumenen, cuius amicitiam gloriose ostentant, initio prodidere Antiocho, pacis mercedem: post, habitum custodiae agri captivi, sumptibus et contumeliis ex rege miserrumum servorum effecere. Asia ab ipsis obsessa est, postremo Bithyniam Nicomede mortuo diripuere, cum filius Nysa, quam reginam appellaverat, genitus haud dubie esset.

Uno solo infatti e antichissimo è il motivo per cui i Romani fanno guerra a tutti, nazioni, popoli e re: l’insaziabile cupidigia di dominio e di ricchezze; per essa presero dapprima le armi contro Filippo, re dei Macedoni, nonostante gli avessero simulato amicizia ai tempi del pericolo cartaginese. E con la fraudolenta promessa di concessioni in Asia, staccarono da lui Antioco che si accingeva a portargli aiuto, ma subito, sconfitto Filippo, Antioco si vide spogliato di tutto il territorio al di qua del Tauro e di diecimila talenti. Poi fu la volta di Perseo, figlio di Filippo, che questi abili inventori di inganni, dopo numerose e alterne lotte, avevano preso sotto la propria protezione dinanzi agli dèi di Samotracia: poiché gli avevano promesso salva la vita nei patti, lo fecero morire d’insonnia. Eumene poi, della cui amicizia menano superbo vanto, cominciarono col consegnarlo ad Antioco come prezzo della pace: poi, tenendolo in rango di custode del territorio conquistato, a forza di esazioni e di oltraggi lo ridussero, da re che era, al più miserabile degli schiavi. L’Asia fu da loro occupata, e infine, dopo la morte di Nicomede, misero a sacco la Bitinia, nonostante esistesse realmente un figlio del re, nato da quella Nisa a cui egli aveva conferito il titolo di regina.

da Epistula Mitridatis Sallustio

CESARE E CATONE A CONFRONTO: IL PUNTO DI VISTA DI SALLUSTIO

Igitur eis genus, aetas, eloquentia, prope aequalia fuere; magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic severitas dignitatem addiderat. Caesar dando, sublevando, ignoscendo, Cato nihil largiundo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare, negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum bellum novum exoptabat ubi virtus enitescere posset. At Catoni studium modestiae, decoris, sed maxume severitatis erat. Non divitiis cum divite neque factione cum factioso, sed cum strenuo virtute, cum modesto pudore, cum innocente abstinentia certabat. Esse quam videri bonus malebat; ita, quo minus petebat gloriam, eo magis illum assequebatur.

Quindi ebbero stirpe, età ed eloquenza quasi uguali; identica la grandezza d'animo e la gloria, ma di natura diversa nelle altre cose. Cesare era considerato grande per i benefici e la generosità, Catone invece per l'integrità di vità. Quello divenne famoso per la clemenza e la misericordia, questo per il dignitoso rigore. Cesare conseguì la gloria col dare, con l'aiutare, con il perdonare, Catone con il concedere niente a nessuno. Nell'uno vi era il rifugio per i miseri, nell'altro la rovina per i malvagi; di quello era lodata la condiscendenza, di questo l'inflessibilità. Insomma, Cesare si era proposto di adoperarsi, di vigilare, e, intento negli affari degli amici, di dimenticare i suoi e di non rifiutare niente che fosse degno di dono; per sé desiderava un grande potere, un esercito, una nuova guerra dove la (sua) virtù potesse risplendere. Al contrario Catone era incline alla giusta misura, al decoro, ma soprattutto all'inflessibilità. Non combatteva con i ricchi in ricchezza, né in faziosità con il fazioso, ma in valore con il coraggioso, in pudore con il modesto, in probità con l'onesto. Preferiva essere giusto più che sembrarlo; e così, quanto meno ricercava la gloria, tanto più la gloria lo seguiva.
TRIA pagina 349 numero t5
De Catilinae Coniuratione Sallustio

Il ritratto di un nobile

Lucii Catilinae familia clara atque honesta erat; Catilina habebat magnam potentiam et animi et corporis, sed ingenium malum pravumque. Catilinae puero iam bella intestina, rapinae, discordia oppidanorum gratae erant ibique adulescentiam suam exercebat. Catilinae inediam, frigidum, vigiliam miro modo tolerabat. Habebat animum intrepidum, subdolum, varium, falsum simulabat ac verum dissimulabat, alienum adpetebat. Vastus Catilinae animus inmoderata, mira, nimis alta semper cupiebat.

La famiglia di Lucio Catilina era rinomata ed onesta; Catilina aveva grande forza e nell'animo e nel corpo, ma un' indole malvagia e distorta. Già da ragazzo a Catilina erano gradite guerre civili, saccheggi, discordia tra i cittadini e in ciò esercitava la sua adolescenza. Catilina tollerava il digiuno, il freddo, la vigilanza notturna in mirabile modo. Aveva un animo impavido, subdolo, incostante; simulava il falso e nascondeva il vero; assaliva gli stranieri. Il vuoto animo di Catilina desiderava sempre cose smisurate, stupende, troppo alte.

Nova Lexis Plus Pagina 23 Numero 10

IL DISCORSO DI UN CONSOLE

Romani, multa mihi pericula,multa adversa fuerunt; eorum alia toleravi, alia reppuli deorum auxiliis et virtute mea; in periculis numquam animus negotio defiut malae secundaeque res imperium, non ingenium mihi mutabant. At contra in miseriis cuncta me cum fortuna desuerant. Nam, si parricida vestri sum et deos meos patriamque et summum imperium sordida habeo, nullum supplicium poena nihi satis erit.

O Romani, furono a me molti pericoli, molte circostanze sfavorevoli; alcune di quelle le ho sopportate, altre le ho cacciate con l'aiuto degli dei e per mia virtù, nei pericoli mai l'animo è mancato al dovere e nelle situazioni avverse non mutava il potere, non a me il senno. Ma al contrario nelle miserie ogni cosa mi aveva abbandonato con la fortuna. Infatti, se sono il vostro parricida e ho i miei dei e la patria e il sommo impero, nessun supplizio sarà a me abbastanza sufficiente.

nova lexis 1 A-D Pagina 145 Numero 10

Il ritratto di Catilina

V. L. Catilina, nobili genere natus, fuit magna ui et animi et corporis, sed ingenio malo prauoque. Huic ab adulescentia bella intestina, caedes, rapinae, discordia ciuilis grata fuere, ibique iuuentutem suam exercuit. Corpus patiens inediae, algoris, uigiliae supra quam cuiquam credibile est. Animus audax, subdolus, uarius, cuius rei lubet simulator ac dissimulator, alieni adpetens sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus animus inmoderata, incredibilia, nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae lubido maxuma inuaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoraui. Incitabant praeterea corrupti ciuitatis mores, quos pessuma ac diuorsa inter se mala, luxuria atque auaritia, uexabant.

L. Catilina, nato di nobile stirpe, fu di grande vigore d'animo e di membra, ma d'ingegno malvagio e vizioso. Fin dalla prima giovinezza gli piacquero guerre intestine, stragi, rapine, discordie civili, e in esse spese tutta la sua gioventù. Il corpo resistente alla fame, al gelo, alle veglie oltre ogni immaginazione. Animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualsivoglia cosa, avido dell'altrui, prodigo del suo, ardente nelle cupidigie, facile di parola, niente saggezza. Spirito vasto, anelava sempre alle cose smisurate, al fantastico, all'immenso. Dopo la dominazione di L. Silla, era stato invaso da una sfrenata cupidigia d'impadronirsi del potere, senza farsi scrupolo della scelta dei mezzi pur di procurarsi il regno. Sempre di più, di giorno in giorno quell'animo fiero era agitato dalla povertà del patrimonio e dal rimorso dei delitti, entrambi accresciuti dai vizi sopra ricordati. Lo incitavano, inoltre, i costumi d'una cittadinanza corrotta, tormentata da due mali funesti e fra loro discordi, il lusso e l'avidità.

De Catilinae Coniuratione V

Il ritratto di Sempronia

Sed in iis erat Sempronia, quae multa saepe uirilis audaciae facinora commiserat. Haec mulier genere atque forma, praeterea uiro liberis satis fortunata fuit; litteris Graecis, Latinis docta, psallere saltare elegantius quam necesse est probae, multa alia, quae instrumenta luxuriae sunt. Sed ei cariora semper omnia quam decus atque pudicitia fuit; pecuniaean famae minus parceret, haud facile discerneres; lubido sic accensa, ut saepius peteret uiros quam peteretur. Sed ea saepe antehac fidem prodiderat, creditum abiurauerat, caedis conscia fuerat: luxuria atque inopia praeceps abierat. Verum ingenium aius haud absurdum: posse uersus facere, iocum mouere, sermone uti uel modesto uel molli uel procaci; prorsus multae facetiae multusque lepos inerat.

Ma si trovava fra loro Sempronia, che spesso aveva compiuto imprese degne dell’audacia maschile. Questa donna fu fortunata per stirpe e bellezza, ed inoltre per marito e per figli; istruita nelle lettere latine e greche sapeva cantare e ballare con troppa raffinatezza rispetto a quanto si conveniente ad una donna di buoni costumi, conosceva molti altri espedienti che sono mezzi di licenziosità; ma le fu caro tutto più che la decenza e al pudicizia; si sarebbe potuto distinguere facilmente se avesse meno riguardo per il denaro o per la reputazione; era così presa dalla passione amorosa da cercare gli uomini più spesso di quanto non ne venisse cercata. Ma ella prima di allora aveva mancato spesso alla promessa fatta, aveva negato con un falso giuramento di aver ricevuto del denaro in prestito, era stata complice di assassinio: era caduta molto in basso per la sfrenatezza e la mancanza di denaro. La sua intelligenza, però, non era limitata: sapeva comporre versi di poesia e far ridere, usare un tono modesto, insinuante o provocante; insomma era dotata di molte arguzie e di molto spirito.

De Catilinae Coniuratione XXV

Astuzia di Mario in Numidia

Erat praeterea in exercitu nostro Numida quidam nomine Gauda, Mastanabalis filius, Masinissae nepos, quem Micipsa testamento secundum heredem scripserat, morbis confectus et ob eam causam mente paulum imminuta. Cui Metellus petenti, more regum ut sellam iuxta poneret, item postea custodiae causa turmam equitum Romanorum, utrumque negauerat: honorem, quod eorum modo foret, quos populus Romanus reges appellauisset; praesidium, quod contumeliosum in eos foret, si equites Romani satellites Numidae traderentur. Hunc Marius anxium aggreditur atque hortatur, ut contumeliarum in imperatorem cum suo auxilio poenas petat. Hominem ob morbos animo parum valido secunda oratione extollit: illum regem, ingentem virum, Masinissae nepotem esse; si Iugurtha captus aut occisus foret, imperium Numidiae sine mora habiturum; id adeo mature posse evenire, si ipse consul ad id bellum missus foret. Itaque et illum et equites Romanos, milites et negotiatores, alios ipse, plerosque pacis spes impellit, uti Romam ad suos necessarios aspere in Metellum de bello scribant, Marium imperatorem poscant.

C'era poi nel nostro esercito un Numida di nome Gauda, figlio di Mastanabale e nipote di Massinissa, che Micipsa nel suo testamento aveva nominato secondo erede; era logorato da una malattia e per questo leggermente menomato nell'intelligenza. Aveva chiesto a Metello di usufruire della prerogativa reale di sedergli accanto e inoltre di avere come guardia del corpo uno squadrone di cavalleria romana, ma il comandante gli aveva rifiutato entrambi i privilegi: l'onore, perché spettava soltanto ai re riconosciuti ufficialmente dal popolo romano; la guardia perché non sarebbe stato decoroso, per cavalieri romani, essere assegnati come scorta a un Numida. Mentre Gauda era ancora risentito, Mario lo avvicina e lo esorta a giovarsi del suo aiuto per vendicarsi del comandante e dei suoi affronti. Con un discorso pieno di lusinghe eccita la sua mente già indebolita dalla malattia, ricordandogli che è un re, un gran personaggio, il nipote di Massinissa: qualora Giugurta fosse stato catturato o ucciso, il trono di Numidia sarebbe stato senz'altro il suo, e questo poteva accadere al più presto, se egli, Mario, una volta console, fosse stato destinato a quella guerra. Pertanto Gauda e i cavalieri romani, nonché i soldati e i mercanti, vengono spinti, alcuni dalla sua influenza personale, i più dalla speranza di pace, a scrivere ai loro cari per criticare la condotta di guerra di Metello e per richiedere Mario come comandante supremo.

Nova Lexis 2 Pagina 325 Numero 3

Metello difende la nobilitas contro mario homo novus

Igitur ubi Marius haruspicis dicta eodem intendere videt quo cupido animi hortabatur ab Metello petendi gratia missionem rogat. Cui quamquam virtus gloria atque alia optanda bonis superabant tamen inerat contemptor animus et superbia commune nobilitatis malum. Itaque primum commotus insolita re mirari eius consilium et quasi per amicitiam monere ne tam praua inciperet neu super fortunam animum gereret: non omnia omnibus cupienda esse debere illi res suas satis placere; postremo caueret id petere a populo Romano quod illi iure negaretur. Postquam haec atque alia talia dixit neque animus Mari flectitur respondit ubi primum potuisset per negotia publica facturum sese quae peteret. Ac postea saepius eadem postulanti fertur dixisse ne festinaret abire: satis mature illum cum filio suo consulatum petiturum. Is eo tempore contubernio patris ibidem militabat. Annos natus circiter viginti. Quae res Marium cum pro honore quem affectabat tum contra Metellum vehementer accenderat.

Mario, vedendo allora che le parole dell'aruspice tendevano a quello stesso obiettivo cui lo spingeva la sua ambizione, chiede a Metello il congedo per presentarsi candidato. Ma Metello, che pure era uomo straordinariamente ricco di coraggio, di amor di gloria e di altre doti care agli onesti, aveva però un carattere arrogante e peccava di superbia, male comune della nobiltà. Sorpreso, dapprima, dall'insolita richiesta, si meraviglia del suo proposito e quasi a titolo di amicizia lo invita a desistere da un progetto così malaccorto e a non coltivare ambizioni superiori alla sua condizione. Aggiungeva che non tutto è alla portata di tutti: Mario poteva essere pago del suo stato e doveva insomma guardarsi dal richiedere al popolo romano ciò che a buon diritto gli sarebbe stato negato. Poiché con queste e altre affermazioni simili non riuscì a piegare la volontà di Mario, gli rispose che avrebbe soddisfatto la sua richiesta non appena le esigenze di servizio glielo avessero permesso. Poi, di fronte alle insistenze di Mario, si dice che gli consigliò di non aver fretta di partire, perché sarebbe già stato abbastanza presto per lui chiedere il consolato insieme a suo figlio, il quale prestava allora servizio militare al seguito del padre e aveva circa vent'anni. Questa risposta aveva maggiormente rinfocolato in Mario sia il desiderio della carica cui aspirava sia il risentimento contro Metello.

Nova Lexis 2 Pagina 323 Numero 9

Giugurta è convocato a Roma

Igitur Iugurtha contra decus regium cultu quam maxime miserabili cum Cassio Romam venit. Ac tametsi in ipso magna vis animi erat confirmatus ab omnibus quorum potentia aut scelere cuncta ea gesserat quae supra diximus C. Baebium tribunum plebis magna mercede parat cuius impudentia contra ius et iniurias omnis munitus foret. At C. Memmius aduocata contione quamquam regi infesta plebes erat et pars in vincula duci iubebat pars nisi socios sceleris sui aperiret more maiorum de hoste supplicium sumi dignitati quam irae magis consulens sedare motus et animos eorum mollire postremo confirmare fidem publicam per sese inviolatam fore. Post ubi silentium coepit producto Iugurtha verba facit Romae Numidiaeque facinora eius memorat scelera in patrem fratresque ostendit. Quibus iuuantibus quibusque ministris ea egerit quamquam intellegat populus Romanus tamen velle manufesta magis ex illo habere. Si verum aperiat in fide et clementia populi Romani magnam spem illi sitam; sin reticeat non sociis saluti fore sed se suasque spes corrupturum.

Giugurta, pertanto, contro la sua dignità di re, viene a Roma con Cassio in veste molto dimessa. Sebbene non gli mancasse la forza d'animo, indotto da tutti quelli per la cui nefasta influenza si era macchiato dei delitti sopra riferiti, con una grande somma di denaro compra l'aiuto del tribuno della plebe Gaio Bebio, al fine di farsi scudo della sua impudenza contro la legge e contro ogni violenza. Convocata l'assemblea, la plebe era ostile al re: chi lo voleva messo agli arresti, chi, secondo il costume degli antenati, lo voleva sottoporre al supplizio come nemico, se non avesse rivelato i nomi dei complici. Ma Gaio Memmio, badando più alla dignità che alla voce della collera, sedava i tumulti, placava gli animi e assicurava infine che per parte sua il salvacondotto concesso dallo Stato non sarebbe stato violato. Poi, ottenuto il silenzio, dopo aver fatto introdurre Giugurta, prende la parola rammentando i misfatti da lui commessi a Roma e in Numidia e descrivendo i suoi delitti contro il padre e contro i fratelli. Aggiunge che il popolo romano sa bene chi lo ha aiutato e chi è stato suo complice, ma vuole da lui prove più evidenti. Soltanto rivelando la verità potrà sperare nella lealtà e nella clemenza del popolo romano; tacendo, non salverà i complici e comprometterà se stesso e ogni sua speranza di salvezza.

Nova Lexis 2 pagina 309 es. n.2

La morte di Catilina

Sed ubi omnibus rebus exploratis Petreius tuba signum dat, cohortes...

Ma quando Petreio, dopo aver vagliato tutto, dà il segnale con la tromba, ordina alle coorti di avanzare pian piano; la stessa cosa fa l’esercito dei nemici. Dopo che si giunse là donde poteva essere attaccata battaglia dai ferentari, con altissime grida, si slanciano con le insegne in posizione di attacco: lasciano da parte i giavellotti, la battaglia si conduce con le spade. I veterani, memori dell’antico valore, incalzano furiosamente da vicino; quelli resistono tutt’altro che timidi: si combatte con grandissima violenza. Nel frattempo Catilina, si aggirava nella prima fila con gli armati alla leggera, soccorreva quelli in difficoltà, sostituiva uomini sani ai feriti, provvedeva a tutto, combatteva molto egli stesso, spesso feriva un nemico: adempiva contemporaneamente ai doveri di un valoroso soldato e di un buon comandante. Petreio, quando vede Catilina combattere con grande vigore al contrario di quel che aveva pensato, spinge la coorte pretoria in mezzo ai nemici e li massacra dopo averli scompigliati e mentre resistevano chi qua chi là; poi assale gli altri da entrambe le parti sui lati. Manlio e Fesolano cadono combattendo fra i primi. Catilina, dopo che vede le truppe sbaragliate e se stesso rimasto con pochi, memore della sua stirpe e della sua antica dignità si slancia dove i nemici sono più fitti e lì combattendo viene trafitto.

Nova Lexis 2 pag.290 Numero 7

Aderbale chiede aiuto al senato romano

Ecce autem ex improviso Iugurtha, intoleranda audacia scelere atque superbia sese efferens, fratre meo atque eodem propinquo suo interfecto primum regnum eius sceleris sui praedam fecit; post ubi me isdem dolis nequit capere, nihil minus quam vim aut bellum expectantem in imperio vestro, sicuti videtis, extorrem patria domo, inopem et coopertum miseriis effecit, ut ubiuis tutius quam in meo regno essem. Ego sic existimabam, patres conscripti, uti praedicantem audiueram patrem meum, qui vestram amicitiam diligenter colerent, eos multum laborem suscipere, ceterum ex omnibus maxime tutos esse. Quod in familia nostra fuit, praestitit, uti in omnibus bellis adesset vobis; nos uti per otium tuti simus, in vestra manu est, patres conscripti. Pater nos duos fratres reliquit, tertium Iugurtham beneficiis suis ratus est coniunctum nobis fore. Alter eorum necatus est, alterius ipse ego manus impias vix effugi. Quid agam? Aut quo potissimum infelix accedam? Generis praesidia omnia extincta sunt. Pater, uti necesse erat, naturae concessit. Fratri, quem minime decuit, propinquos per scelus vitam eripuit. Affinis amicos propinquos ceteros meos alium alia clades oppressit: capti ab Iugurtha pars in crucem acti, pars bestiis obiecti sunt, pauci, quibus relicta est anima, clausi in tenebris cum maerore et luctu morte grauiorem vitam exigunt. Si omnia, quae aut amisi aut ex necessariis aduersa facta sunt, incolumia manerent, tamen, si quid ex improuiso mali accidisset, vos implorarem, patres conscripti, quibus pro magnitudine imperi ius et iniurias omnis curae esse decet. Nunc vero exul patria domo, solus atque omnium honestarum rerum egens quo accedam aut quos appellem? Nationesne an reges, qui omnes familiae nostrae ob vestram amicitiam infesti sunt? An quoquam mihi adire licet, ubi non maiorum meorum hostilia monumenta plurima sint? Aut quisquam nostri misereri potest, qui aliquando vobis hostis fuit?

Quand'ecco all'improvviso Giugurta, gonfio di intollerabile audacia, di malvagita e tracotanza, ucciso mio fratello, che era al tempo stesso suo congiunto, dapprima, in compenso del delitto commesso s'impadronì del suo regno; quindi, non potendo prendermi con gli stessi inganni, poiché non mi aspettavo che violenza e guerra, come vedete, mi rese sebbene sotto la vostra sovranità, esule dalla casa paterna, povero e afflitto dalle sventure, così da essere più al sicuro in qualsiasi luogo che nel mio regno. Io ritenevo, come avevo inteso più volte dire da mio padre, che chiunque coltivasse fedelmente la vostra amicizia, padri coscritti, si assumesse un impegno non facile, ma fosse, fra tutti, il più sicuro. La nostra famiglia ha sempre fatto tutto quello che le era possibile per aiutarvi in tutte le guerre: che noi oggi viviamo sicuri in tempo di pace, dipende da voi, padri coscritti. Mio padre lasciò noi due fratelli e il terzo, Giugurta, pensò che sarebbe rimasto legato a noi dai suoi benefici. Dei due uno è stato ucciso: io sono sfuggito a stento alle empie mani dell'altro. Che cosa farò? Dove, infelice, potrò mai rivolgermi? I sostegni della famiglia sono venuti tutti a mancare. Mio padre ha dovuto inevitabilmente cedere alla legge di natura; a mio fratello chi meno avrebbe dovuto, cioè un parente, ha tolto la vita in modo spietato; i parenti, gli amici e gli altri miei congiunti sono caduti vittime chi di una sciagura chi di un'altra: presi da Giugurta, alcuni furono crocifissi, altri esposti alle fiere, i pochi lasciati in vita, rinchiusi in oscure prigioni, trascinano, nella tristezza e nel pianto, una vita peggiore d'ogni morte. Se mi fosse rimasto tutto quello che ho perduto o che da amico mi è diventato nemico, io nondimeno, a ogni improvvisa mia disgrazia, invocherei voi, padri coscritti, ai quali, per la grandezza dell'impero, spetta la difesa del diritto e la punizione delle offese. Ora però, cacciato dalla casa paterna, solo, spogliato di ogni dignità, dove andrò? A chi mi rivolgerò? Ai popoli o ai re, che sono tutti ostili alla nostra stirpe, a causa della nostra amicizia con voi? O posso io andare in qualche luogo, ove non ritrovi a ogni passo le tracce delle guerre combattute dai miei antenati? O potranno avere pietà di me coloro che un tempo furono vostri nemici?

Nova Lexis (2) Pagina 230 Numero 4

Patrizi e plebei nell' antica repubblica

In duas partes ego civitatem divisam arbitror, sicut a maioribus accepi, in Patres, et plebem. Antea in Patribus summa auctoritas erat, vis multo maxuma in plebe. Itaque saepius in civitate secessio fuit; semperque nobilitatis opes deminutae sunt, et ius populi amplificatum. Sed plebes eo libere agitabat, quia nullius potentia super leges erat; neque divitiis, aut superbia, sed bona fama factisque fortibus nobilis ignobilem anteibat: humillumus quisque in armis, aut militia, nullius honestae rei egens, satis sibi, satisque patriae erat. Sed, ubi eos paullatim expulsos agris, inertia, atque inopia incertas domos habere subegit; coepere alienas opes petere, libertatem suam cum republica venalem habere. Ita paullatim populus, qui dominus erat, et cunctis gentibus imperitabat, dilapsus est: et, pro communi imperio, privatim sibi quisque servitutem peperit. Haec igitur multitudo primum malis moribus imbuta, deinde in artes, vitasque varias dispalata, nullo modo inter se congruens, parum mihi quidem idonea videtur ad capessendum rempublicam. Ceterum, additis novis civibus, magna me spes tenet, fore, ut omnes expergiscantur ad libertatem: quippe quum illis libertatis retinendae, tum his servitutis amittendae cura orietur. Hos ego censeo, permixtos cum veteribus novos in coloniis constituas: ita et res militaris opulentior erit, et plebes bonis negotiis impedita malum publicum facere desinet.